Le pietre della cattedrale raccontano l’anima della città

Nel libro sul celebre monumento, Nicola Pice intreccia i temi della fede con l'arte e la storia, restituendo ai bitontini uno straordinario "manifesto" antropologico

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Il nostro caro angelo è giovane lo sai, le reti il volo aperto gli precludono ma non rinuncia mai, cattedrali oscurano le bianche ali bianche non sembran più. Ma le nostre aspirazioni il buio filtrano, traccianti luminose gli additano il blu“.

Nella tua memoria canti e poi rifletti: ci andarono giù duro i libertari Lucio Battisti da Poggio Bustone e Giulio Rapetti, più noto come Mogol, nella celebre Il nostro caro angelo, contro la civiltà delle cattedrali, civiltà di una storia che in tante parti d’Italia arrivava ed arriva anche come retaggio di un secolare potere.

Mogol ha chiarito il senso di questo testo, né sorprenda il nostro approccio pop grazie ad una canzone “ritornata in mente” leggendo, amando un libro. Un libro del bitontino Nicola Pice, docente classicista in pensione, prolifico saggista e studioso: Il racconto nella pietra. La cattedrale di Bitonto (Quorum Edizioni), che abbraccia la pietra parlante e che appare l’esito felice di un movimento costante del suo autore a recarsi, metaforicamente e fisicamente, all’ascolto di quella pietra. Un libro che aspettavamo, chiedendoci semmai dove fosse ancora nascosto, tante volte abbiam scorto Pice stretto alla voce del tempo della pietra stessa del tempio bitontino.

Un’immagine ci è restata nella memoria: il Pice sindaco che, ormai non pochi anni fa, illustra al noto cardinale tedesco Walter Kasper, in visita a Bitonto, alcuni aspetti della cattedrale, soffermandosi – e come poteva essere altrimenti, con un tedesco? – sullo splendido ambone che Nicolaus, “sacerdos et magister”, “fecit” nel 1229. Non sappiamo se in quel caso Pice riferì al porporato tutto quel che oggi dice nel libro, le sue interpretazioni circa la famosa lastra postergale, il concetto del trionfo della dinastia sveva con l’ipotizzato messaggio politico davidico, i personaggi individuabili, quale mano presupporre (forse per Pice non la stessa dell’intero ambone), quali datazioni avanzare (la lastra sarebbe successiva a quel 1229).

Ricordiamo però il silenzio che, quasi magicamente, venne a crearsi. E così anche la palese approvazione del cardinale, vecchio allievo del teologo gesuita Karl Rahner. L’aria teutonica aleggiante rese il resto particolarmente suggestivo.

Leggendo il libro, continui poi ad interrogarti sul ruolo, sul senso della cattedrale come spazio fisico che viene dalla storia. Accanto alla riconoscibilità di una magnificenza, alla fascinazione subita e alla bellezza fatta anch’essa pietra, permane l’interrogativo di fondo. Quando si parla di cattedrali, insomma, esistono anche dei problemi: storici, religiosi, antropologici. Aspetti questi da riconoscere, anche in una prospettiva cattolica tradizionale.

Del resto, tornando al canto, si veda (o si ascolti) La Collina dei ciliegi per gustare ‘l’altro’ Lucio: “Ma perché tu non ti vuoi azzurra e lucente, ma perché tu non vuoi spaziare con me, volando intorno la tradizione”, certo non confessionale ma di sicuro meno contrario alle identità, anche profonde, anche ingombranti, di una certa cultura italiana.

E dunque: le cattedrali “oscurano”, sono persino il simbolo del “buio” che viene dalla storia e che ha/avrebbe oppresso generazioni e società del passato, limitandosi ad un presente da mera museologia all’aperto? Tesi forte, fortissima ma vi assicuriamo con proseliti, non meno ‘religiosi’ di chi in questa visione sarebbe messo all’indice (come si vede, le terminologie sono sempre interscambiabili).

Stando alla metafora battistiana: siamo addirittura noi che dobbiamo “filtrare” le cattedrali di libera luce umana, reclamando una possibile voce o la cattedrale, foss’anche nel suo essere segno di potere, è stata ed è un contributo importante ed irrinunciabile all’arricchimento e poi anche alla valorizzazione e crescita culturale di un luogo e delle sue genti, andate o presenti o future che siano?

Se la verità sta forse nel mezzo, siamo sicuri di una cosa, ad ogni modo. Questo libro di Pice, volendo raccontare la cattedrale di Bitonto, ci dona un apporto in un senso preciso, legato alla capacità, come sempre per il professore, di fare ‘cultura’ di quel che si detiene come cittadini o che si conosce come studiosi. Attraverso l’ascolto della storia, l’emersione di quella storia, la sua divulgazione corretta, la possibilità di farne sintesi, l’uso civico di un sapere.

Il celebre ambone, con la famiglia regnante sveva, opera di Nicolaus

In più, ecco come uno sfondo sociologico, persino quasi vicino all’etologia in quanto scienza umana. Il bene, che appare ed è statico, nondimeno è parte delle mutanti vicende e condizioni della pluralità che lo ha abitato. Il nostro comportamento ha sempre radici antiche e spesso queste radici sono legate alla consapevolezza che si ha attorno al senso dei luoghi. Pice lo sa. Lo dice soprattutto la scelta ‘narrativa’ opzionata nel testo, ossia quella del racconto che viene dal passato stesso, dalle voci. Alcune ‘trovate’ di stile, una scrittura che sembra essere come annunciata dalla voce delle pietre, i puntini di collegamento introduttivo prima di affrontare un dato argomento – che è poi un aspetto di volta in volta diverso del luogo-: tutto ciò porta ad una sola conclusione.

L’autore, parlando delle pietre, non ne esaurisce il discorso nel loro culto, si spinge cioè fino al concetto della pietra e del luogo come una sorta di ricovero antropologico, nel bene e nel male. Il libro sarà utile anche al turista, eppure si riconosce in una traiettoria civica e corale, in un sentiero che proviene da un discorso antico, che si esprime in una identità di flusso. La cattedrale, in pagine che tanto devono alla capillare conoscenza dei suoi dettagli da parte di Pice, si manifesta come ambito ed emblema di un tracciato umano: uno spazio voluto dalle istituzioni del tempo, vissuto però dalla gente del popolo; segnato come puntello identitario da chi le cattedrali volle (il romanico pugliese ha una storia ‘politica’ nota, che qui ora non è il caso di andare a ricordare), amato dalla gente semplice; arricchito da tante visionarie volontà di bellezza, vissuto però da quella cultura popolare capace di captare il giusto tra quel che le veniva, simbolicamente, impartito e descritto.

La pura mentalità medievale, con i suoi espedienti, è tutta qui ed arriva al nostro oggi. “Ecclesia materialis significat ecclesiam spiritualem”. E quella gente della città storica, abituata ad essere esclusa dalla storia, torna tra le righe di Pice con tutto l’amore possibile ma anche con opportune prese di distanza (ecco la lettura e la scrittura anche sociologiche). Questo accade se si racconta quando gli esclusi stessi, fuori in maniera caotica dal quotidiano torpore, una volta emersi, andavano a rassegnare con tratti talvolta persino crudeli l’aspetto ribaltato e violento delle antiche sottomissioni.

La cattedrale spiega e dipana, quindi, una città, il suo bello e cattivo tempo. Nicola Pice, con certosina cura, presenta i dettagli della struttura, tra storia, arte, aspetti liturgici e culturali nel senso più vasto del termine, come abbiamo cercato di significare.

I tempi di edificazione (difficili da sancire, di certo afferenti ai decenni dalla seconda metà del XII secolo al primo trentennio del XIII), la basilica paleocristiana, il grifo (ormai un simbolo della città), la costruzione e la descrizione della cripta, gli affreschi, le tele, le statue, i reliquari, il tempio all’esterno, la piazza, l’obelisco mariano.

E poi la cattedrale attraverso i suoi restauri, spesso non poco discutibili. I visitatori illustri. Tanti altri particolari, quelli meno conosciuti o raggiungibili all’occhio. Sculture del bestiario, sguardi intensi, tante interpretazioni tra significante e significato, realtà che sembrano a loro volta scorgerci, interrogandoci. Ornamenti che esulano dal mero ruolo gregario o complementare, facendosi sostanza.

E che dire dell’apparato iconografico del libro? Assolutamente straordinario. Idem dicasi della veste grafica, a cura di Paolo Azzella, editore della Quorum, autore anche di molte delle foto presenti. Belle anche quelle della raccolta storica, a cura di Italo Maggio.

Non mancano letture di fatti storici legati al luogo ed alla città, eventi per cui non basterebbe questo nostro spazio. Lo scandaglio ‘psicologico’ dell’anima profonda cittadina ancora emerge: il presunto ‘miracolo’ del 1734, ad esempio, è evocato nella sua dimensione più umana possibile e, proprio per questo, antropologicamente ‘sacra’. Non si smitizza tanto un evento, piuttosto se ne interpreta il senso. L’esigenza del prodigio dice la tensione di una fede sicuramente figlia del tempo, pur tuttavia non leggibile (o, peggio, condannabile) con gli occhi odierni. Parlando in generale e senza collegamenti con Bitonto, il miracolo come dimensione teologica esiste e non può finire, come fatto storico non può essere documentato laddove la pertinenza del ricercatore non può che lavorare entro i propri limiti. Ma a Bitonto, nel 1734, tutto o molto sembra storicamente spiegarsi e le testimonianze che alludono al miracolo paiono evidentemente posticce e non cronologicamente coincidenti col (sempre presunto) svolgersi degli avvenimenti.

Tutto ciò non discute e non concerne la fede e non c’è nemmeno bisogno di richiamare laicismi fuori luogo tanto quanto i passati fideismi. Così come, a scongiurare ogni eventuale lettura storiografica limitante, arriva il riferimento ai sin troppo noti fatti del 1893, quando alcuni facinorosi arsero vivo un finanziere. Se la massa si mostrò incivile e retrograda, questo non fu solo per l’effetto di chi aveva governato fino a trent’anni prima, ma anche per colpa della “tirannia democratica dell’Italia una”.

E poi: “L’individuo in massa acquista, per il solo fatto del numero, un sentimento di potenza invincibile. Ciò gli permette di cedere a istinti che, se fosse rimasto solo, avrebbe necessariamente tenuto a freno. Vi cederà tanto più volentieri in quanto –essendo la massa anonima e dunque irresponsabile– il senso di responsabilità, che raffrena sempre gli individui, scompare del tutto”.

L’antropologo e psicologo Gustave Le Bon era stato già chiaro (“Psicologia delle folle”, 1895). Insomma, da dire ci sarebbe ancora molto. Come il nostro autore del libro tanto ha detto. Ma lasciamo parlare la cattedrale stessa. La cattedrale secondo Pice: “La mia possente mole, che alta si staglia verso il cielo, come a voler unire mondo umano e mondo divino, è la testimonianza privilegiata di un tempo e di una società, la fonte storica e antropologica di un’età per tanti aspetti interessante e ricca di fermenti innovatori. E sono ancor oggi una memoria storica che traccia la via per il futuro”.

Dunque, la memoria parla e, tramite la pietra, “traccia la via”. Ma è decisivo che essa trovi un suo attendibile cantore, che noi troviamo in chi ha firmato questo lavoro.

Non tutto è perduto se tra le pietre sparse di un cantiere o in mezzo alle macerie c’è un uomo, anche uno solo, che sa pensare a una cattedrale”, ha recentemente scritto il saggista Roberto Pecchioli parafrasando Antoine de Saint-Exupéry.

Le foto tratte dal volume “Il racconto nella pietra. La cattedrale di Bitonto” sono di Paolo Azzella, responsabile del progetto grafico