La vera rivoluzione è la semplicità

Personalità tra le più complete del panorama artistico pugliese, Oronzo Liuzzi rilegge con la propria originale cifra stilistica il linguaggio della street art

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Da oltre quarant’anni sperimenta linguaggi eterogenei, con attività performative altamente appassionanti e dall’intenso impatto sociale. Oronzo Liuzzi è prima di tutto uno scrittore e filosofo (laureato in Filosofia Estetica) e la sua produzione artistica spazia dalla pittura alla scrittura, alla poesia verbo visuale alla pubblica esibizione artistico-letteraria. Le sue opere, presenti in gallerie nazionali e internazionali, nonché esposte in diverse edizioni della Biennale di Venezia, sono frutto di pervicace ricerca, contaminazione, rimodulazione senza sosta. E nemmeno questo momento brutto e di stallo ha reso il suo lavoro meno dinamico.

La sua ultima produzione si fonda su uno dei temi tanto amati da Liuzzi: il ritorno alla semplicità, la vera rivoluzione dell’arte. Ad un mercato che illude e abbaglia, infatti, Liuzzi oppone una sorta di carosello urbano in cui l’identità rubata diventa autentica mutazione del sé. Così si cimenta in ripensamenti e intromissioni nel linguaggio della street art, sempre attraverso la sua cifra peculiare e distintiva.

Quaderno

Mentre nei suoi ordinati quaderni da scolaro e nei suoi “grammascritti” ritorna la tendenza asemantica, che sintetizza il vacuo tentativo contemporaneo di comunicare, senza reale scambio di contenuto. Una sorta di farsa dalla bella faccia, che cela le criticità che appartengono alla nostra generazione di social-dipendenza.

Con l’artista ci siamo confrontati su alcune questioni che riguardano l’attuale panorama artistico, nazionale e internazionale.

Da anni tu osservi e partecipi alle più svariate manifestazioni artistiche. Non hai avuto timore di metterti in gioco. Cosa c’è di veramente “artistico” oggi in giro?

Il reale è soffocato dall’illusione. Come dire: il potere cerca di impedirci di leggere la realtà, generando visioni distorte. Deflagra il nostro animo e distrugge il fiabesco creativo, le emozioni e il racconto della contemporaneità. L’inganno e la sottomissione contagiano la libertà e i valori universali. Creano luoghi effimeri, la terribile ‘selva oscura’ del vuoto, non sollecitano i sensi. L’arte sembra acconsentire la manipolazione del potente che vuole l’uso del dominio. Il classico serpente continua a giocare con l’inganno, manipola la verità, il sodalizio, i globi dello spirito, l’intensità della sacralità. Non stimola il pensiero pensante, il pensiero tace. Non costruisce l’essenza dell’essere umano. Non rivela l’attesa. Il pantano dello spettacolo oscura la dignità umana. Offusca la vista, la mente, lo spazio, il tempo, l’essere. La rivoluzione siamo noi diceva Joseph Beuys e il pensare diversamente può essere creativo nel tempo della tecnologia avanzata, un bisogno vitale per riequilibrare il rapporto tra civiltà umana e ambiente.

Varco

Sei un grande sperimentatore. Ritieni che l’arte, oggi, abbia ancora qualcosa da raccontare?

Leggendo La Lettura del Corriere della Sera alcuni mesi fa, mi ha affascinato la confessione di Anselm Kiefer sull’idea dell’arte come sfida: “Mentre dipingo, i miei quadri subiscono distruzioni, riparazioni, trasmutazioni. Li massacro, li picchio, li getto sotto la pioggia, addirittura li brucio. Ne strappo e ne altero intere parti. I miei lavori sono l’esito del mio temperamento iconoclasta. La mia mente è in guerra. La guerra è in me.” La sperimentazione deve offrire risposte, alternative chiare e lo scorrere della narrazione. La forza e l’intensità della sperimentazione deve restare aperta sul’essenza dell’esistenza, sui meandri della storia umana, sul sapere e sulla conoscenza, un equilibrio che lega ognuno di noi all’altro. Fuori dalle lusinghe del mercato, fuori dai feticci inutili, dall’ipocrisia, dalle liturgie che mirano al raggiungimento del piacere, dalle rituali cerimonie quotidiane. Bisogna smascherare i falsi volti, volti di gomma e silicone, privi di lineamenti originari e riconoscere finalmente la vera e la propria identità, il visibile e le isole dell’umanità. Un nuovo trasformismo per non morire.

Trash

Per te l’arte deve comunicare, mettersi in contatto. Come stai vivendo in questo particolare momento storico il tuo sentire?

In questo momento in cui la realtà è imprevedibile e instabile e le immagini dei social sono diventate parte integrante del nostro vivere, il corpo e la mente hanno subito gravi colpi a causa del lockdown e della pandemia. Depressi e disgustati dalla realtà, la nostra esistenza virtuale sta vivendo un nuovo clima, un nuovo destino che ci accompagna nel mondo della memoria e ci insegna a riflettere sul senso del vedere. Le persone tendono spesso a considerare l’altro come fonte di pericolo, portando a vivere il nostro stato psico-sociale all’ombra della paura. Non siamo ancora in grado di guardare oltre e non abbiamo una risposta alla domanda su come sarà la vita dopo. Credo che l’attuale crisi porterà, con il passare del tempo, allo sviluppo di un cambiamento della coscienza collettiva rispetto agli eccessi dell’individualismo. Mi mancano i contatti umani, la materia e lo spirito, lo scenario completo dell’arte con le sue emozioni, il dialogo con il visitatore colto e improvvisato, lo scambio di idee con i colleghi e i contributi critici e la fonte della vita e il vivere il quotidiano insieme. Ci siamo ancora e dobbiamo fare i conti con noi stessi in un contesto radicalmente cambiato e credere e cercare e capire il domani. Nella speranza si ritrova il fondamento per superare tutte le nostre lacerazioni.

Cosa ne è stato

Vecchio, nuovo, già visto, reinterpretato. L’arte copia da sempre. In molti la chiamano “ispirazione”. Cos’ è per te l’ispirazione?

Ispirare, respirare, riempire l’aria nei polmoni nel momento della nascita, riempire il tempo, lo spazio, la mente, l’anima, le giornate, il destino. È un continuo movimento di crescita. Un accumulo di esperienze, culture, informazioni, incontri. La storia del pensiero si manifesta nel visivo per scoprire e analizzare. L’ispirazione è un codice interno alla nostra mente che viaggia in verticale in modo da dare ordine all’illuminazione. Una scintilla irrazionale e incomprensibile, quasi soprannaturale che si rivela ed esplode in modo netto nella creatività. Secondo il pensiero greco, il poeta era ispirato quando cadeva nell’estasi e veniva trasportato al di fuori della sua mente, a contatto con i pensieri di Dio. Come tu sostieni, l’arte è la sua copia. La ricerca artistica sopravvive alle intemperie, ma attualmente non ci sono grandi novità estetiche all’orizzonte. I linguaggi si sono stabilizzati e il tutto viene dal passato. Man Ray diceva negli anni ’30 che si è all’avanguardia una sola volta nella vita. L’idea è una stella che brilla in un cielo oscuro. L’ispirazione si muove dal silenzio, dal dolore, dagli umori, dai fastidi del sonno, dai luoghi sotterranei, dagli avvenimenti e cerca continuamente una voce per esprimersi. Evoca l’armonia interiore. Crea un volto inedito. Illumina e narra i nostri angoli ciechi. È lo sguardo denso d’amore, di passione e di desideri per il fare.