Rifiuti radioattivi? Un’altra storia infinita

Tutte le regioni, compresa la Puglia, insorgono contro il deposito nazionale, ma gli stoccaggi temporanei, disseminati lungo lo Stivale, rischiano di diventare definitivi

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Dopo anni di ritardi e tentennamenti, è stata resa pubblica la mappa dei siti idonei a ospitare il Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi. La Sogin, società statale responsabile dello smantellamento degli impianti nucleari e della gestione e messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi, ha infatti ricevuto il via libera dai ministeri competenti, Ambiente e Sviluppo economico, il 5 gennaio scorso. Si tratta del primo passo verso la realizzazione di un sito unico di stoccaggio, come richiesto dalla direttiva 011/70/Euratom del Consiglio europeo.

Il termine ultimo per adottare il piano chiesto dall’Europa? Agosto 2015. Per questo l’Italia, con Austria e Croazia, è oggetto di una procedura di infrazione della Commissione europea aperta formalmente lo scorso novembre.

I territori sul piede di guerra

Quasi tutti i territori individuati nella mappa sono però già sul piede di guerra. E la Puglia non fa eccezione. “Come Regione ci opporremo con tutte le nostre forze -ha dichiarato l’assessore all’ambiente Anna Grazia Maraschioalla scelta scellerata di individuare l’Alta Murgia come possibile sito per lo smaltimento di rifiuti nucleari. In questi giorni ci siamo confrontati e ho ascoltato tutte le sacrosante ragioni dei territori che si oppongono a questa scelta e siamo pronti a mettere in campo qualunque azione, politica e legale, a tutela della salute dei cittadini e della bellezza e biodiversità di un parco nazionale, che rappresenta uno dei luoghi più singolari del Mediterraneo”.

Il Presidente Michele Emiliano, dal canto suo, suggerisce un’alternativa: “Se si pone il tema di uno stoccaggio che comunque va fatto responsabilmente in Italia, concordo con la proposta del geologo Mario Tozzi sull’individuazione di siti militari che garantiscono sicurezza di presidio, senza interferire sulle legittime aspirazioni delle nostre comunità”. Secondo il sindaco di Gravina, Alesio Valente, occorre “cercare una soluzione in quei comuni, come Trino Vercellese, a cui non è stata data la possibilità di candidarsi, ma che sono disponibili”. A riguardo, però, è intervenuto anche il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa: “Leggo che alcuni sindaci di città non presenti nella lista si stanno candidando. Se non si è nella lista, il proprio territorio non possiede le caratteristiche tecniche per ospitare il deposito”.

La mappa dei potenziali depositi

La mappa dei potenziali depositi era già pronta cinque anni fa, salvo rimanere chiusa nella cassaforte del ministero di via Molise. Lo rivela lo stesso nulla osta firmato il 30 dicembre scorso con cui ne è stata autorizzata la pubblicazione, in cui viene evidenziato come la Sogin, che sarà incaricata di realizzare il deposito con annesso parco tecnologico, aveva trasmesso la carta agli organismi competenti già il 2 gennaio 2015. Ma il documento era finito di nuovo sottochiave, nonostante le promesse del ministro Carlo Calenda, che nel 2018 si era impegnato a pubblicarla. Poi però non se ne era fatto nulla.

Il dossier viene quindi ripreso nel 2019, con la richiesta dei ministri Luigi Di Maio e Sergio Costa di tener conto della classificazione sismica definita dalla Regioni. Il 12 luglio l’Ispettorato per la sicurezza nucleare comunica gli esiti delle valutazioni condotte, ma segnalando la necessità di altre verifiche. Si arriva così al 5 marzo 2020, data di validazione dell’ultima bozza del documento. Che però subisce un nuovo stop: nel frattempo, infatti, il governo ha varato una norma per consentire anche alle scorie del settore della Difesa di essere ospitate nel futuro deposito. Il 10 dicembre vengono comunicati i dati e le stime dei quantitativi dei rifiuti radioattivi militari risultati “ampiamente gestibili all’interno degli spazi dedicati all’interno del Deposito nazionale”. Conclusa la procedura senza la richiesta di ulteriori aggiornamenti, arriva infine il nullaosta alla pubblicazione.

Ma quali aree sono state incluse nella Carta nazionale (Cnapi) appena pubblicata? 67 aree distribuite in sette regioni, tutte considerate idonee a ospitare il deposito nazionale dei rifiuti nucleari italiani. Alcune però più di altre. Tutte le aree hanno caratteristiche che rispondono in pari misura agli standard di sicurezza, ma hanno un ordine di idoneità che sarà utile per la fase successiva, quella della consultazione pubblica, in cui non si esclude che territori interessati ad ospitare la struttura, da costruire entro il 2025, possano farsi avanti.

Catalogazione delle aree selezionate

Fatto sta che in pole position ci sono le 12 aree incluse nella classe A1, catalogate come “molto buone”: in Piemonte (i comuni interessati sono Caluso, Mazzè, Rondissone, Carmagnola, Alessandria, Castelletto Monferrato, Quargnento, Fubine, Oviglio, Frugarolo, Novi Ligure e Bosco Marengo, il quale peraltro ospita già un ex impianto nucleare) e nell’alto Lazio (Canino, Corchiano, Vignanello e soprattutto Montalto di Castro, sede della centrale nucleare mai entrata in funzione, causa referendum). Poi ci sono 11 aree “buone” in classe A2, ricomprese tra i comuni di Castelnuovo Bormida (Alessandria), Pienza (Siena), Campagnatico (Grosseto), Tarquinia e Canino (Viterbo), Gravina (Bari), Matera e altre aree a cavallo tra Puglia e Basilicata nelle aree tra Matera, Altamura (Bari) e Laterza (Taranto). Nella classe B sono incluse, invece, tutte le aree idonee individuate in Sardegna (tra le province di Oristano e Sud Sardegna) e una nel nisseno in Sicilia.

 

Lazio e Piemonte le regioni più papabili

Realisticamente, le regioni più papabili per la costruzione della struttura sono Lazio e Piemonte. Nel caso della Regione governata da Nicola Zingaretti, la posizione centrale renderebbe più agevole il trasferimento di tutte le scorie oggi sparse nei vari depositi di fortuna allestiti sul territorio nazionale. Nella regione del presdente Cirio, invece, conta la prossimità con la Francia (da cui dovranno rientrare i rifiuti radioattivi mandati Oltralpe per essere riprocessati) e la presenza della pesante eredità nucleare, rappresentata dall’ex centrale di Caorso e dagli impianti di Saluggia e Bosco Marengo.

I materiali destinati allo stoccaggio

Quali materiali saranno ospitati nel deposito? Le scorie degli impianti nucleari (chiusi definitivamente dal 1990 in Italia) e attualmente stoccati in depositi temporanei sparsi per la penisola, ma anche rifiuti radioattivi di origine medico-ospedaliera o usati nella ricerca. Secondo le indicazioni di Sogin, si tratta principalmente di rifiuti a bassa e media attività, già condizionati. Verranno ospitati in una struttura formata da 90 costruzioni in calcestruzzo armato, al cui interno saranno alloggiati altri contenitori in calcestruzzo speciale che, a loro volta, costituiranno il guscio protettivo per i contenitori metallici in cui si trovano effettivamente i rifiuti. Tuttavia, sul sito del Deposito nazionale, si legge anche che “nel deposito saranno stoccati temporaneamente i rifiuti a media e alta attività, ossia quelli che perdono la radioattività in migliaia di anni e che, per essere sistemati definitivamente, richiedono la disponibilità di un deposito geologico”.

Senza un sito unico di stoccaggio, molte aree del Paese rimarrebbero in un limbo. Dei brownfield permanenti, oltretutto in zone non ideali per lo stoccaggio dei rifiuti nucleari: “Abbiamo più volte dichiarato che i luoghi dove si trovano i siti non potranno ospitare il deposito nazionale perché non rispondono ai criteri messi a punto dall’Ispra per individuare le aree idonee”, spiegano da Sogin. Tra questi criteri, ad esempio, c’è quello del rischio sismico (la centrale di Garigliano fu fermata già prima del referendum sul nucleare perché non risultava conveniente economicamente un suo adeguamento sismico).

In mancanza di un unico deposito nazionale, che accolga gli scarti del passato atomico italiano finito con il referendum del 1987 e i rifiuti radioattivi di provenienza sanitaria, il rischio è che la vita degli stoccaggi temporanei sul territorio si allunghi più del previsto. Con il risultato che ognuno si terrà i suoi scarti, ma in condizioni di sicurezza inferiori.

 

Nelle foto, il sito nazionale di smaltimento delle scorie radioattive in fase di costruzione a Eurajoki, in Finlandia. Il deposito, a 500 metri di profondità, il cui costo è stimato in 3,5 miliardi di euro, custodirà 6500 tonnellate di scarti, per 4 mila generazioni (centomila anni).