Il sapore nel cervello

La cooking therapy, ancor più in tempi di lockdown, si rivela un valido strumento di crescita e riflessione, in grado di nutrire affettivamente se stessi e gli altri

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Noi siamo quello che mangiamo”, asseriva Feuerbach, verso la metà dell’800, quando decise di schierarsi contro ogni forma di dualismo mente-corpo. Stando agli studi più recenti, non possiamo dargli torto: la salute si costruisce a tavola e, quindi, in cucina. Nel percorso di vita, ci sarà capitato infatti di inseguire fragranze e sapori in grado di riattivare memorie o situazioni familiari, alla ricerca di un tempo perduto. La stanza della cucina, allora, può diventare, inaspettatamente, un laboratorio terapeutico, dove il cibo e le sue metamorfosi, fanno emergere sentimenti passati, insights, associazioni e potenzialità creative.

Il culto del cibo è una storia di metodi, condivisioni, trasmissione di valori e rispetto per le generazioni trascorse e il rito del cucinare diviene un modo per nutrire affettivamente se stessi e gli altri. Questa è l’essenza della cooking therapy, che trasforma l’atto del cucinare in un vero e proprio strumento di crescita e riflessione, dove ponendo attenzione al momento presente, è possibile passare dagli ingredienti a una maggiore consapevolezza di sé e dell’altro. Attraverso la cucinoterapia, si parte dalle mani e dalla manipolazione di ingredienti per assimilare un nuovo percorso di cura, che dalla preparazione del buono per il corpo fa scaturire il bene per la mente.

“L’amore nasce dal bisogno soddisfatto di cibo”, affermava Freud, per sottolineare che il bisogno di nutrimento, cela un legame insolubile tra psiche e cibo. Tale unione è sedimentata nella nostra storia evolutiva, sin dal rapporto con quel cordone ombelicale da cui dipendeva la nostra esistenza, per poi giungere all’atto di essere nutriti, che pone le basi della relazione tra madre e bambino. Un legame unico, fatto di sguardi, movimenti sincroni, presenza e contenimento, che andrà a costituire il nucleo primario dell’integrità mentale dell’individuo. Allora, un mix di ingredienti selezionati può prendere il posto delle parole, per raccontare parti di sé, emozioni ed esperienze di vita. Le mani che toccano e trasformano, vanno a mescolare unicità e affettività ai componenti di un piatto che comunica attenzione, verso se stessi e verso l’altro.

Dalla cucina prendono forma anche modelli di intervento della terapia occupazionale (TO). Definita anche ergoterapia, e in inglese occupational therapy, è una disciplina riabilitativa che utilizza la valutazione e il trattamento per sviluppare, recuperare o mantenere le competenze di vita quotidiana e lavorativa di persone con disabilità cognitive, fisiche e psichiche. Le evidenze scientifiche europee e non solo, hanno mostrato che la TO migliora la funzionalità nel quotidiano dei pazienti con Alzheimer, riducendo l’onere assistenziale per il caregiver, nonostante la limitata capacità di apprendimento dei pazienti. Probabilmente, non esiste reminiscenza migliore se non quella di ricordare, per esempio, le tradizioni culinarie natalizie, dove al ricordo si associa il sapore e il recupero di quelle azioni svolte per un’intera vita.

Dal dialogo tra gastronomia, chimica, neuroscienze e psicologia, nasce quindi, una nuova scientificità pratica basata su un fare quotidiano, dove tecnica e metodo vanno a plasmare i circuiti cerebrali. A tal proposito, determinante è il merito di Gordon Shepherd dell’Università di Yale, con cui nasce la neurogastronomia. Il termine, è stato coniato nel 2006 dal neuroscienziato, per descrivere il ramo di ricerca che indaga come il nostro cervello dà vita ai sapori. Secondo Sheperd “I sapori non sono nel cibo, ma vengono creati dal nostro cervello e la percezione del gusto è un processo complicato che coinvolge non solo i cinque sensi, ma anche memoria, emozioni e ricordi”. Durante il processo di scelta e consumo, entra in scena il nostro sistema nervoso centrale, con la sua memoria del gusto, portandoci a scegliere i profumi della nostra infanzia, o sapori “riconosciuti” in persone e situazioni.

Tra un lockdown e l’altro, avremo sperimentato ciò che la cucina è capace di offrire, rendendoci attori di un percorso educativo, creativo e rigenerativo. La cooking therapy, pertanto, non è solo un percorso di riabilitazione ma un vero atto di amore che vede come protagoniste, anche mani maschili che si avvicinano a un gesto che contribuisce a creare l’affettività nella modalità più istintiva e naturale che conosciamo. La cucina può diventare quel laboratorio esperienziale in cui vivere l’hic et nunc; focalizzando l’attenzione sulle azioni del momento, si potrebbe giungere a una vera e propria mindfulness, che permette alla mente di allontanare influenze esterne, al fine di ottenere uno spazio di crescita e sviluppo di funzioni esecutive, quali, ad esempio, flessibilità mentale, autoregolazione e memoria.

Cucinare insieme è, inoltre, un metodo originale per riconquistare il partner o migliorare il rapporto. I piccoli gesti della cucina, infatti, diventano un modo per riappropriarsi di ritmi lenti, dove il mescolarsi di parole, azioni, percezioni ed emozioni, può generare una nuova sintonia e armonia di coppia. Per chi non ha voglia di mettersi ai fornelli, ricordiamo che anche la semplice osservazione può determinare risonanza empatica. Mediante l’imitazione e l’identificazione, dunque, anche i bambini possono affinare competenze nella zona di sviluppo prossimale, o meglio, la distanza tra il livello di sviluppo attuale e quello potenziale, che può essere raggiunto con l’aiuto degli altri (Vygotskij, 1990).

Insomma, ci sarà sempre spazio per quel piatto caldo che “scalderà” questi giorni freddi, per le cartellate della nonna impregnate di gusto e momenti di vita importanti, le stesse che, verosimilmente, hanno contribuito alla nostra formazione, continuando ancora oggi, ad essere di supporto nei momenti di bisogno e difficoltà.

Nelle foto, alcuni celebri dipinti di Giuseppe Arcimboldo