Il Molise piccolo e bello di Montagano

Fuori dalle rotte del turismo, il borgo riserva sorprese assai piacevoli e interessanti, dall'aria pura e incontaminata al fascino discreto dell'abbazia di Faifoli

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Le strade conducono e confondono, dirigono e divergono, ti fanno arrivare e ti fanno perdere. E quanto trovi, sbagliando. E quando cerchi, non trovi. Un classico. In più, quanto ci illudono talvolta le strade, le grandi strade. I sentieri, no. I sentieri danno già l’idea della grande ‘perdizione’; del rigagnolo bianco e petroso costruito in mezzo al nulla; del tracciato dove il percorso stesso è il solo assoluto presente, unica risposta possibile ed immediata rispetto al vuoto visivo che ti avvolge. Le strade e le autostrade, se non annebbiano circa la meta, possono invece stravolgere il senso del viaggio, viaggio che sorprende e deve sorprendere, quello per cui la meta è forse il viaggio stesso.

Prendi il Molise. Uno pensa alla sua magra e linerare striscia adriatico-autostradale e vede quei miseri 30 chilometri come una necessità del mero spazio fisico, quasi questione accidentale. Un po’ come dire: scusate, li abbiamo trovati, non è colpa nostra, finiscono subito. E via. Il Molise è superato. Come se l’autostrada raccontasse per davvero una regione, una terra, una storia.

Un tipico paesaggio molisano

Il Molise è anche e soprattutto altrove, cari lettori. Il Molise è una cosa interna ed interiore. Lo vivi proprio nei sentieri, il Molise: i tratturi. Il sentiero ti conquista all’improvviso ed all’improvviso ti lascia. L’autostrada serve al turista ‘puro’, al viaggiatore seriale, a quello che si sposta per lavoro, al camionista. Per farla breve -è proprio il caso di dire-: a chi vuole arrivare prima. Attenzione, nessuna suggestione senza radici con la vita e le esigenze. Chiaro che esistono stagioni e stagioni nell’esistenza. Da ragazzo, hai pochi giorni per viaggiare (se viaggi) e devi muoverti anche con una certa solerzia organizzativa, che come tale includa anche l’ineludibile questione del tempo e dei tempi.

Più in là con gli anni, comprendi che viaggi (sempre se viaggi) con meno frenesia e allora la voglia di scoprire ti prenderà con maggior calma e potrai andare anche più in là (finalmente non solo con gli anni).

L’abbazia di Faifoli, facciata

Ed eccolo, questo profondo Molise. Maree di paesi, montagne in realtà, colline: ma passateci il gioco di parole. Le abbazie, poi, qui hanno voce desertica ed antica. Sono sole, meritano la compagnia dei nostri sguardi. Come a Montagano, il borgo vicino Campobasso di cui vogliamo parlarvi un pochino, emblematico di e per tutto il Molise, nella consapevolezza che questa terra, di borghi così, ne ha davvero tanti. Qui l’abbazia di Faifoli, discretissima mole dello spirito, in aperta campagna e foresta, con attorno un patrimonio archeologico ancora in gran parte da scoprire: quello delle radici prima sannite e poi romane di questo territorio e del primigenio centro di Fagifulae. Scavi e lavori che si attendono come necessari per la conoscenza delle precise dinamiche storiche.

L’abbazia di Faifoli, particolare della facciata

La struttura abbaziale, dalla fondazione benedettina (come ovviamente tutte le comunità occidentali dei primi tempi del monachesimo), è legata addirittura a Pietro da Morrone, più famoso col nome di Celestino V, appellativo papale invero da lui usato per poco, come noto. Il celebre papa del “gran rifiuto” visse infatti qui, adorando il luogo e la sua quiete. Un papa che, come monaco e asceta dall’afflato in ricerca, amò molto luoghi così, perfetti anche scenograficamente per i suoi desideri di ritiro. Una memoria che interpella anche e soprattutto l’Abruzzo, va da sé; tuttavia anche la Puglia (Apricena e non solo). Celestino: figura dirimente, diremmo, per la storia della chiesa cattolica, di richiamo anche per i nostri tempi, quando un papa, Benedetto XVI, per qualcuno -un qualcuno tristemente inconsapevole- antimoderno, si è dimostrato autore di una scelta più moderna dei moderni, implicitamente richiamando proprio Celestino.

L’abbazia di Faifoli, i Santi venerati

Ma torniamo a Montagano. Lasciata Faifoli (del vecchio complesso residua oggi solo la chiesetta), fitto assai il bosco che attraversiamo, la strada è un po’ così: il fascino si paga. Ed ecco il paesotto. Qui ci aspetta Nicola Tomasso, giovanissimo vicesindaco, lettore appassionato di libri di storia e teologia, padre di famiglia vecchio stampo malgrado l’età, anch’egli saggista di formazione cattolica. Uno tosto ed innamorato della sua terra. Ci porta in giro, ci fa conoscere anfratti nel mentre in cui svela i misteri delle pietre, parla che è un piacere e d’amore sembra esplodere a momenti. Fossero così tutti i politici, ti dici. E rifletti, subito dopo, che i politici di provincia che hai incontrato in tanti giri attraverso il Sud sono tantissime volte così. Affanni, ardore civico e vita comunitaria.

Nicola saluta tutti e tutti salutano Nicola. Ma lui è un timido: davanti al cronista, di questo affetto popolare diresti che ne coltivi persino il pudore. Gli diciamo che siamo alla ricerca del bello e che il bello ha tante facce, inclusa quella signora anziana che aspetta solo di incrociare il suo sguardo per dirgli “buongiorno” (e com’è curioso il ‘ciao’ delle vecchie di paese: il saluto forse come forma, sotto sotto, di una sorta di prendingiro fatalistico, come dire ‘sì, vabbu’, statti bene che la vita è amara’). E se la vita è amara, non lo è la tavola, anzi. Si finisce sempre così, nei paesi. E amara non può esserlo di certo a Montagano. Qui è venuta persino la troupe di Checco Zalone quando, per un suo film ambientato proprio in Molise, ha scelto una signora del posto, già spesso impegnata in passato col teatro dialettale, per la parte di sua zia molisana in una pellicola celebre che ricordiamo tutti, quella in cui Checco da Capurso vuole vendere alle zie (defunte!) un oggetto domestico.

Il paesaggio intorno a Montagano

Era ancora estate quando siamo stati a Montagano, a giugno e ad agosto. Il paesaggio – riscendendo verso altri paesi da noi tenuti a vista come cespugli di pietra e di case tra medi e grandi poggi- ti stordiva di luce. Montagano non ha un elenco di cose da farti conoscere, Montagano è un paese. Quando giungi in un paese non immediatamente turistico non chiederti mai cosa ci sia da vedere. In un paese si arriva, in un paese si cammina, si parla con qualcuno, anche coi pazzi. Il Molise ha sicuramente tanta storia e tantissimo da vedere. Ogni lista sarebbe ingiusta. Ma su due piedi, diremmo: i due capoluoghi (Isernia, la paleolitica, forse ne parleremo; Campobasso, la borghesotta); Agnone, Pietrabbondante, Castelpetroso e Fornelli, tutte isernine; quanto all’area di Campobasso, davvero ci rifiutiamo di stilare nomi, conosciamo diversi borghi e saremmo romanticamente arbitrari. Meglio lasciar perdere le graduatorie o le elencazioni.

La chiesa matrice di Montagano

La confinante Petrella Tifernina, toh: stupenda chiesa matrice, romanica, “monumento nazionale”. Questa va citata. Meglio tornare a girare Montagano con Nicola, intanto. Terra del pomodoro di qualità, questa. Il nostro vicesindaco tiene a raccontarci tutte le battaglie per la qualificazione e il riconoscimento di questo prodotto dal sapore inebriante, da noi, com’era prevedibile, lautamente tastato. Ci parla e ci parlano poi del vecchio castello feudale del paese, oggi palazzo signorile nella località di Collerotondo. Diamo uno sguardo anche al bel palazzo marchesale Janigro. Si è poi fatto già tempo di partire da Montagano. E Montagano è tutta qui. Non solo non è poco: il vero delitto sarebbe poter anche solo pensare che tutto questo sia poco.

Le foto sono di Paola Ricci