Tra fede, storia e folclore torna la festa di Santa Lucia

Con l'esposizione della sacra immagine, l'accensione dei falò e le luminarie si rinnova a Ruvo il culto, legato alla storia della città, in onore della martire

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Quante volte sarà capitato di ascoltare, quasi distrattamente, il vecchio e fascinoso proverbio che recita “gli occhi sono lo specchio dell’anima”? Non è un caso se, chi è bravo ad osservare le persone per coglierne gli stati d’animo, si aiuti scrutando proprio il loro sguardo, cifra peculiare che accompagna l’individuo per tutta la vita e ne scandisce i vari momenti dell’esistenza.

Sono dunque gli occhi a veicolare in modo così eloquente le emozioni. Essi si rivolgono persino a chi non è attento e non lasciano mai indifferenti, specie se si tratta di quelli di una donna. Già i miti della Grecia arcaica associano lo sguardo femminile al concetto di pericolosa e peccaminosa seduzione, di cui l’esempio più lampante è offerto dalla figura della gorgone Medusa, mostro che Teseo è costretto a decapitare per scongiurare la possibilità di essere pietrificato dallo sguardo malefico della donna. Il sottile filo rosso che collega alla letteratura latina l’idea della vibrante sensualità dello sguardo femminile presente nel mito, assume tratti più accentuati nel repertorio elegiaco, ed in particolare nei componimenti del poeta Properzio, il quale dichiara di essere stato miseramente rapito dagli occhi della sua amata Cinzia. Il concetto poi si riverbera nel mondo medievale fino ad essere codificato nel De Amore di Andrea Cappellano, in cui si fissano norme e canoni dell’amor cortese a partire innanzitutto dagli occhi: l’amore deriva quindi dall’azione ripetuta del guardare; la vista dà nutrimento all’immaginazione prima di innescare, nel cuore del poeta, i sintomi tipici della malattia d’amore come pallore, tremore, debilitazione e perdita di coscienza che generazioni di poeti, da Guinizzelli a Cavalcanti, da Dante a Petrarca, hanno saputo descrivere pur con sostanziali variazioni.

Tuttavia il topos dello sguardo femminile passa anche attraverso la cultura cristiana che ne svilisce l’aspetto passionale e lascivo per connotarlo di purezza e sacralità. In campo religioso, il sovvertimento della concezione della vista, legata non più all’effimera contingenza terrena ma ad una esperienza spirituale vissuta con pienezza, è rappresentato dalla figura emblematica di santa Lucia, protettrice dei ciechi, degli oculisti, degli elettricisti e addirittura della corporazione sassarese dei calzolai, come indica l’etimologia del suo nome latino Lux, appunto luce, che rimanda ad un aneddoto tramandato almeno fino al XV secolo secondo cui la santa si sarebbe strappata, o le avrebbero cavato, gli occhi. Veritiera o no, questa narrazione probabilmente leggendaria ha dato vita ad un programma iconografico rimasto pressoché inalterato nel corso del tempo. Basti pensare ai numerosi segni distintivi che la santa porta con sé nelle varie riproduzioni artistiche, pittoriche o scultoree: la palma del martirio, gli occhi su un piatto, il giglio, il libro dei Vangeli, la torcia o una candela accesa e il pugnale.

Nata a Siracusa nel 281, durante il regno dell’imperatore Diocleziano, da una famiglia ricchissima e rimasta orfana di padre, Lucia fu educata ai dettami della religione cristiana grazie a sua madre Eutichia. Raggiunta la maggiore età, si acuì in lei il crescente amore verso Dio tanto da decidere, all’insaputa della madre, di mantenere perpetuo il voto di verginità. Ignorando questo segreto, la buona Eutichia diede sua figlia in sposa ad un nobile pagano. Lucia si turbò e, non volendo rivelare alla madre la sua promessa, cercò con le preghiere di procrastinare il matrimonio. Nel frattempo le condizioni di salute della madre, malata da tempo, si aggravarono e spinsero Lucia a porre rimedio con un pellegrinaggio alla tomba di sant’Agata, catanese divenuta martire nel 231, pregandola di intercedere per la guarigione della madre che avvenne di lì a poco.

Tornate a Siracusa, Lucia si confidò con Eutichia ed ottenne da lei la libertà nella scelta del suo stato. Ma la vendetta del pretendente, rimasto deluso per il matrimonio mandato a monte, non tardò ad arrivare e la denunciò come cristiana, in virtù dei decreti legislativi emanati dall’imperatore Diocleziano. Durante il processo che sostenne dinanzi al prefetto Pascasio, Lucia ribadì con fermezza il disprezzo per gli dei pagani e manifestò con orgoglio la sua fede cristiana. Accusata di stregoneria, la donna fu cosparsa di olio, posta su legna e torturata col fuoco, ma le fiamme non la toccarono. Fu infine messa in ginocchio e decapitata il 13 dicembre del 304, divenendo martire all’età di ventuno anni. La solennità liturgica, infatti, ricorre nel calendario cristiano proprio il 13 dicembre, in prossimità del solstizio d’inverno: da qui si è originato il detto “santa Lucia il giorno più corto che ci sia”.

Alla santa va attribuita altresì la cessazione della carestia scoppiata in Sicilia nel 1646. Fu proprio il 13 dicembre dello stesso anno che, quando una quaglia si posò sul soglio episcopale all’interno del Duomo di Siracusa durante la Messa, una voce annunciò l’arrivo al porto di un bastimento carico di frumento. Il popolo vide in quell’evento miracoloso l’esaudimento delle tante preghiere rivolte a Santa Lucia e, per la gran fame, non aspettò di macinarlo ma lo consumò bollito. Da quel momento la santa è invocata per scongiurare periodi di carestia e siccità.

Fin dalla deposizione del suo corpo nelle catacombe la donna è venerata come santa dei siracusani e il sepolcro, divenuto un maestoso tempio dopo la sua morte, divenne meta di pellegrinaggi. La devozione verso la santa è ben radicata nell’Italia centro-meridionale dove le suggestioni religiose si mescolano al colorato folklore identitario dei paesi che la celebrano. Tra questi è inevitabile menzionare il borgo marinaro di Santa Lucia a Napoli, al quale fa riferimento la canzone napoletana Santa Lucia, egregiamente interpretata da grandi come Pavarotti a Bocelli.

Senza dilungarci troppo sulle usanze cultuali attive nelle altre regioni, nella città di Ruvo, la venerazione dei fedeli nei confronti della protettrice della vista è fortemente sentita. Non sono poche infatti le tracce che recherebbero testimonianza di un culto secolare. Se i primi segni, risalenti all’XI secolo, documenterebbero l’erezione di un tempio sulla strada per Calentano dedicato alla santa e rimasto integro fino al secolo scorso, è altrettanto certificata la presenza in cattedrale di un affresco del XV secolo ritraente una santa, entro una cornice rossa, azzurra e bianca ornata da motivi geometrici, che regge con la mano destra una coppa. A causa del cattivo stato di conservazione non è possibile definire con certezza di quale santa si tratti, ma con tutta probabilità è proprio di Santa Lucia, che la tradizione vorrebbe raffigurata con una coppa su cui sono adagiati gli occhi. Della stessa, sempre in Cattedrale, si poteva ammirare una riproduzione scultorea coeva con le medesime caratteristiche dell’affresco, eccetto per la palma del martirio che la santa regge nella mano sinistra.

Risale al 1760, invece, la statua lignea della santa, un tempo conservata nella chiesa dei Cappuccini e attualmente custodita nella chiesa nuova di cui è titolare. Il simulacro a mezzo busto, realizzato dal genio andriese Francesco Paolo Antolini su commissione dei padri cappuccini, rimarca con vividi cromatismi i simboli tipici del martirio: si ritrovano gli occhi trattenuti nella mano sinistra come un fiore e una palma martiriale nella destra.

Il corteo processionale, che esalta l’importanza del rito, si svolge dal pomeriggio fino alla sera del 13 dicembre e coinvolge numerosi partecipanti. Protagonisti indiscussi della festa sono i falò dislocati in tre punti principali della città (chiesa di Santa Lucia, Piazza Matteotti e via Valle Noè), che non solo rievocano il martirio della santa, ma accolgono anche il nuovo ciclo agrario secondo un’antica consuetudine pagana. Durante la manifestazione religiosa, il crepitio del fuoco riscalda adulti e bambini che, in compagnia di palloncini variopinti e dei fuochi d’artificio, sgranocchiano i cosiddetti “ceci fritti nel tufo”, richiamo allegorico agli occhi della santa gettati nel fuoco. In passato si soleva prepararli ricoprendoli di polvere di tufo e gettandoli su una pentola, in attesa che saltassero. Oggi la preparazione è leggermente cambiata: alla cottura in acqua salata di circa un’ora segue, dopo una buona scolatura, un’ulteriore cottura della durata di cinque minuti in olio caldo.

Per via delle restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria in corso, quest’anno la cerimonia sacra si svolgerà in forma ridotta: il falò cittadino di modeste dimensioni sarà acceso nelle vicinanze della chiesa, dove resterà per tutta la giornata la statua della santa. Sarà quindi annullato il corteo processionale per ridurre le occasioni di assembramento.

E’ così che Santa Lucia “si consegna” alla storia, una figura eroica in un panorama politico imperiale del III secolo che guardava ancora il cristianesimo con diffidenza prima della svolta costantiniana. A lei la benevolenza di Dante che ne evidenzia la grandezza in particolare nel Convivio, dove il poeta dichiara di essere guarito da una grave malattia agli occhi per intercessione della santa. Gratitudine e ammirazione inducono il poeta ad attribuirle un ruolo fondamentale nel suo viaggio oltremondano narrato nella Divina Commedia: Lucia è colei che avvisa Beatrice dello smarrimento di Dante (secondo canto dell’Inferno), è colei che lo conduce alla porta d’ingresso del Purgatorio (nono canto del Purgatorio) ma è anche la creatura celestiale che a Dante, asceso finalmente al Paradiso, profetizza il trionfo della Chiesa sul peccato (trentaduesimo canto del Paradiso).

Le foto sono di Tommaso Altamura