Ora lavora al “golpe” l’inquilino sotto sfratto della Casa Bianca

Un colpo di mano in Michigan, Arizona o Georgia può determinare una maggioranza di grandi elettori fedeli a Trump nell'elezione del presidente il 14 dicembre

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“Il colonnello Aureliano Buendía promosse trentadue sollevazioni armate e le perse tutte”. È la citazione più nota di Cent’anni di solitudine: l’incipit di un capitolo dedicato al paradossale personaggio creato da Gabriel García Márquez, comandante di improbabili forze rivoluzionarie e primo bambino nato a Macondo, paese immaginario della Colombia caraibica.

La parte meridionale del nuovo continente ha effettivamente una lunga tradizione di colpi di stato, militari o parlamentari, tanto che ha prodotto la sineddoche golpe: ‘colpo’ o ‘botta’ in spagnolo, sinonimo di colpo di stato in molte altre lingue. Per questo motivo la notizia del colpo di stato parlamentare avvenuto a Lima il 9 novembre – un golpe che ha sostituito il presidente Martín Vizcarra con il presidente del Congresso (il parlamento monocamerale peruviano) Manuel Merino, a sua volta sostituito, dopo appena sei giorni e sanguinose proteste di piazza, da Francisco Sagasti, leader del partito centrista che si era opposto alla rimozione di Vizcarra – non ha raggiunto le prime pagine della stampa internazionale, ottenendo, in Italia, meno attenzione della positività al Covid dell’allenatore del Milan o delle voci sulla possibile richiesta di divorzio da parte di Melania Trump.

Rudolph Giuliani, il fedelissimo consigliere del presidente Trump

Ma se un colpo di mano negli stati del Michigan e dell’Arizona o della Georgia portasse alla nomina di grandi elettori fedeli a Trump nella votazione che, tecnicamente, il 14 dicembre prossimo deciderà l’elezione del presidente degli Stati Uniti, e l’organo costituzionale preposto ribaltasse così il risultato delle elezioni popolari del 3 novembre, sarebbe uno dei più straordinari eventi storico-politici dal tempo della Rivoluzione francese.

È molto improbabile che accada. Ma il fatto stesso che il presidente uscente, assecondato dal fedelissimo Rudolph Giuliani, e contro il parere della maggioranza dei suoi consiglieri, stia ostinatamente lavorando a questo scenario, è di per sé gravissimo. Un atto di disperazione da parte del candidato che non accetta la sconfitta, ma anche la dimostrazione di che cosa significhi l’ascesa al governo, sull’onda populista, di personaggi culturalmente e mentalmente inadeguati: l’imprevedibilità delle loro azioni, la manipolazione della realtà spinta all’estreme conseguenze, fino alla negazione dell’evidenza, fino al tradimento della costituzione. Quella che il presidente aveva solennemente giurato di difendere al momento del suo insediamento.

La costituzione che il parlamento peruviano ha violato risale al 1993, ed è  delle più longeve nella storia della repubblica sudamericana (la precedente costituzione era stata varata nel 1979). Ma quella che Trump e il suo Azzeccagarbugli appaiono determinati a violare, mentre nel paese dilaga l’epidemia, ha regolato la vita politica della nazione, senza soluzione di continuità, dal 1789, anno di nascita, in tempi moderni, dell’idea stessa di democrazia.

Joe Biden, il prossimo presidente degli Stati Uniti

Com’è noto, il 3 novembre i cittadini americani non sono stati chiamati ad eleggere direttamente il presidente, ma i grandi elettori, o elettori presidenziali, di ciascun stato (Primo piano ha spiegato in un precedente articolo (leggi qui) il funzionamento di questo meccanismo denominato ‘Collegio Elettorale’). Per prevenire che questi elettori tradiscano il loro mandato votando per un candidato diverso da quello per cui sono stati eletti, la maggioranza degli stati ha introdotto leggi volte a perseguire penalmente gli eventuali elettori ‘infedeli’. E proprio nel luglio scorso la Corte Suprema ha stabilito che tali leggi sono costituzionalmente valide. Tecnicamente rimane però la possibilità che, nei diciassette stati sprovvisti di tali leggi, si verifichino cambi di casacca all’ultimo minuto. E anche per questo motivo, oltre alla possibilità di avere un risultato nel voto del Collegio Elettorale diverso da quello del voto popolare, continuano a levarsi richieste di abolizione di questo meccanismo elettorale giudicato obsoleto, ma previsto dalla costituzione.

Impresa ardua, sia perché i padri fondatori hanno inserito norme rigidissime per modificare ‘la legge suprema del paese’, sia perché quella americana è la più antica costituzione attualmente in vigore (ciò che invece potrebbe essere cambiato sono le leggi elettorali dei singoli stati, ma questo è un altro discorso).

I tempi per la transizione da un’amministrazione all’altra sono lunghi, e molteplici i passaggi. Una legge in vigore dal 1948 prevede che, dopo la certificazione degli eletti, i 538 grandi elettori si riuniscano nei rispettivi stati il primo lunedì dopo il secondo mercoledì di dicembre (quest’anno il 14 dicembre) per esprimere la loro scelta sul presidente e il vicepresidente degli Stati Uniti. Le schede elettorali saranno poi trasmesse al Senato e alla Camera dei Rappresentanti, a Washington, dove le due camere si riuniranno in seduta congiunta il 6 gennaio per procedere allo spoglio e proclamare il vincitore, che si insedierà il successivo 20 gennaio. Ma la stessa legge esige che, sei giorni prima della riunione dei grandi elettori (quest’anno l’8 dicembre), ogni eventuale controversia legale sia risolta e tutti i risultati siano stati certificati: norma del “safe harbor”, o soglia di salvaguardia. In caso contrario una legge del 1876 denominata Electoral Count Act prevede che le assemblee legislative degli stati interessati possano intervenire nominando a loro volta i grandi elettori.

Il congresso americano

La strategia di Trump è quindi chiara: protrarre i contenziosi legali oltre la soglia di salvaguardia, fino al 13 dicembre, quando le assemblee legislative a maggioranza repubblicana degli stati vinti da Joe Biden con un margine minimo (ma pur sempre maggiore di quello con cui li aveva vinti Trump nel 2016), potrebbero ignorare la volontà espressa dall’elettorato e assegnare i voti a Trump, in misura sufficiente a ribaltare il risultato del 3 novembre. Una tale eventualità, che equivarrebbe a un colpo di stato, solleverebbe ondate di proteste e violenza nelle strade. Si porrebbe un grave problema di ordine pubblico, che Trump potrebbe pensare di risolvere, come ha già cercato di fare nella primavera scorsa, dispiegando l’esercito (prerogativa dell’Insurrection Act), esercito di cui, fino alle ore 12 del 20 gennaio 2021, egli rimane a tutti gli effetti il comandante in capo.

Per questo la prima mossa del presidente dopo l’annuncio da parte dei media della sua sconfitta è stata quella di sostituire il ministro della difesa con un fedelissimo, a cui sono seguite altre sostituzioni in diversi settori della sicurezza nazionale. Vere e proprie purghe estese a chiunque, tra i membri del suo staff, avesse avuto un contatto con rappresentanti della transition team di Biden o avesse espresso dubbi sull’efficacia dei ricorsi legali in atto. La tensione all’interno dello Studio Ovale, in questi giorni, è altissima. La CNN ha riferito che martedì scorso, durante una videoconferenza in cui Giuliani aveva dato del bugiardo a Justin Clark, uno dei manager della campagna elettorale di Trump, che aveva giudicato scarse le possibilità di una vittoria finale del presidente, questi avrebbe reagito apostrofando l’ex sindaco di New York con il peggiore insulto possibile in lingua inglese: “f***ing asshole!” (fottuto stronzo).

Mark Milley, capo di stato maggiore interforze, ha ribadito la fedeltà dell’esercito alla costituzione

Parole ben più eleganti e rassicuranti sono venute dal Capo di Stato Maggiore interforze, figura di prestigio del Pentagono, generale Mark Milley, il quale, parlando accanto al neo Ministro della Difesa, Christopher Miller, nel corso di una cerimonia per l’inaugurazione del Museo dell’esercito a Washington l’11 novembre (giorno dedicato ai veterani), ha così chiarito quale sarebbe la posizione dei militari in caso di crisi istituzionale: “Noi siamo unici tra le forze armate dei paesi del mondo perché non prestiamo giuramento a un individuo, a un re o a una regina, a un tiranno o a un dittatore; non prestiamo giuramento a un paese, a una tribù o a una religione. Noi prestiamo giuramento alla costituzione. E ogni soldato rappresentato in questo museo, ogni marinaio, aviatore, marine, guardia costiera, ognuno di noi proteggerà e difenderà quel documento, non importa a quale prezzo”. Un messaggio rivolto anche a chi, come il furioso inquilino sotto sfratto della Casa Bianca, non ha le idee chiare su cosa sia e rappresenti quel documento.

Nella foto in alto, Donald Trump