Il “luminoso” sessantotto di Assayas non è privo di ombre

Sul film "Qualcosa nell'aria" l'interessante confronto via zoom tra il regista, premio alla carriera al festival del Cinema europeo di Lecce, e Luciana Castellina

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Nel film Qualcosa nell’aria (2012) Olivier Assayas racconta il lato più luminoso del ’68. Ma soprattutto riflette sul “dopo” (come il titolo francese, Après Mai, chiarisce), per trasmettere agli spettatori più giovani l’immagine “giusta” di un periodo ancora oggi “fantasmatico”, su cui le nuove generazioni hanno un parere spesso confuso e conflittuale. Il film, autobiografia collettiva col rigore delle grandi operazioni di divulgazione storica, vincitore del premio per la migliore sceneggiatura alla 69esima Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia, è stato riproposto nelle scuole di Lecce al Festival Europeo del Cinema di Lecce, che proprio ad Assayas ha conferito un premio alla carriera.

Gli alunni del liceo artistico e coreutico “Ciardo Pellegrino” hanno avuto la possibilità di assistere, rigorosamente via Zoom, ad un confronto tra lo stesso Assayas e Luciana Castellina, classe 1929, giornalista ed ex parlamentare, più volte eurodeputata, presidente onoraria dell’Arci e tra i protagonisti della sinistra italiana antifascista sin dalla nascita dell’Italia repubblicana. Castellina, che ha vissuto quei mesi dall’interno del Pci, ha sempre considerato gli avvenimenti sessantottini come acceleratori di una spinta critica che già covava in seno al partito e aveva animato un dibattito importante nel corso degli anni precedenti: un confronto fra due diverse analisi della società italiana, che s’interrogavano se si fosse ancora in una fase di arretratezza oppure se quell’arretratezza, che permaneva in una parte del Paese, fosse oramai fortemente intrecciata con un capitalismo maturo anche in Italia, sicché le antiche e le nuove contraddizioni si mischiavano e amplificavano a vicenda. 

Un frame di “Qualcosa nell’aria”

   La scrittrice parla del ‘68 come di “una rivolta moderna”, la presa di coscienza che “il progresso, nell’orizzonte capitalista, non avrebbe portato maggiore libertà e benessere, ma, al contrario, avrebbe aperto “più gravi ferite”. L’anno scorso, chiamata per un dibattito con gli studenti dell’Università di Lecce, si è stupita nel realizzare che molti di loro ignoravano che quello stesso istituto in cui studiavano era stato occupato nel 1967, in grande anticipo rispetto all’esplosione delle rivolte studentesche su scala nazionale. Avvisati di questo fenomeno che proprio in Salento aveva avuto le sue prime manifestazioni tangibili, gli esponenti del Partito Comunista Francese ostentarono sicurezza: “Una cosa del genere in Francia non potrebbe succedere mai”. Le cose, come la storia ha raccontato, andarono diversamente. Anche per questo, secondo Castellina, un film come Qualcosa nell’aria può aiutare a capire meglio il ‘68, pur non parlandone direttamente, ma raccontando quel fervore politico come qualcosa che avviene “alle spalle” di un ragazzo di nome Gilles, che si trova a vivere la sua adolescenza “dans l’après-Mai”.

“Quando si parla del maggio 1968, ci si riferisce spesso ad un movimento che viene da molto lontano, si parla della scuola di Francoforte, del situazionismo, dell’ultrasinistra anticomunista e antistalinista”, spiega Assayas. I sindacati vicini al Parti communiste français erano spaventati dalla rivolta dei giovani, dalla loro volontà di ridefinire i valori rivoluzionari nell’ottica di un marxismo moderno: “Si voleva trasformare la struttura più profonda dei valori della società, denunciando l’incapacità di chi ancora guardava all’Unione Sovietica, di immaginare il dopoguerra e l’inizio dei tempi moderni”. Una frattura tra il partito e la sua base vissuta in prima persona proprio da Luciana Castellina, che nel 1969 guardò con stupore alla “scomunica” del Manifesto da lei fondato, simbolo di una idea diversa di comunismo rispetto a quella del Pci. “L’arrivo della sociologia americana e un’interpretazione diversa del marxismo hanno fatto la storia”, afferma la giornalista. E chiarisce: “C’è stata una deriva negli anni 90’, ma i temi del comunismo sono rimasti, nonostante tutto”.

Il regista Olivier Assayas

Del film di Assayas stupisce oggi soprattutto il trattamento riservato ai personaggi femminili. Se i personaggi maschili sono scettici, altalenanti nel proprio blando romanticismo e decidono delle loro vite in autonomia, quelli femminili sono dipendenti, insicuri, sempre alla ricerca di un mentore, o banalmente un fidanzato, per appropriarsi di una posizione nel mondo. Le tre ragazze del film (Laure, Christine e la fidanzata di Alain, Leslie) hanno destini diversi, ma è attraverso il rapporto con un uomo (che le fa soffrire) che naufragano o rinascono. Una scelta controversa( forse oggi non più accettabile da una larga fetta di opinione pubblica, a dimostrazione di quanto il cinema sia cambiato negli ultimi otto anni) per raccontare, tra le altre cose, anche la disillusione della parità. 

“Io sono sempre stato affascinato dalla posizione delle donne nella cultura moderna”, dice il regista. “All’inizio del ventesimo secolo -spiega- hanno dovuto ridefinire il loro posto nella società, reinventare i loro livelli di relazione, con il lavoro, con l’arte, la riscoperta dell’identità femminile. Ciò mi ha sempre interessato, perché era al centro di come il mondo si trasformava, con la crisi dell’identità machista”. Così Assayas, nelle sue sceneggiature, si è sempre dimostrato più interessato alle problematiche femminili, che a quelle maschili: “Le donne sono la rappresentazione della vita in fase di cambiamento”.

Luciana Castellina

Qualcosa nell’aria è un film attraversato da una profonda contraddizione. Nel suo desiderio di ricostruzione fedele, forse addirittura di verità, rinuncia ai colori attenuati del cinema nostalgico e ci appare profondamente dentro “i nostri anni”. Allo stesso tempo denuncia però “il disprezzo della creazione poetica del cinema”, che in quegli anni spinse molti registi a dedicarsi esclusivamente al documentario politico, rinunciando all’immaginazione. Eppure questa contraddizione nel film è anche la contraddizione umana del suo regista. La solitudine della pittura e dello studio, l’ossessione della fantasia, anche se erano elementi essenziali per il giovane Assayas, rischiavano di allontanarlo dalla realtà. Il cinema ha rappresentato uno strumento attraverso il quale connettersi con la società: “Quando ho capito che potevo usare il cinema non solo a livello di introspezione, ma come osservazione ed esplorazione del mondo, sono riuscito ad andare avanti”.