La favola bella di Ana Estrela

Dalla passione per la danza in Brasile all'approdo a Bari, dove si dedica al recupero dei piatti tradizionali della propria terra, la storia di una donna coraggiosa

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È arrivato il momento di raccontare una bella storia, una di quelle splendide e incredibili storie che si fatica a credere reali, ma che sono davvero accadute, oltre i confini di questa Puglia, ma che in qualche modo finiscono col giungere proprio qui, in questa nostra Bari. Ed è incredibile come Bari sia sempre stata una terra di passaggio e di come spesso si ritrovi ad essere la meta di un viaggio e un luogo su cui edificare una grande avventura. Ma procediamo con ordine, perché la storia di Ana Estrela va raccontata bene e dall’inizio.

Tutto ha il suo principio a Salvador De Bahia, l’anima nera del Brasile, il luogo in cui giungevano le navi negriere, durante la schiavitù e il commercio degli schiavi. Qui confluivano tutte quelle povere anime africane, sottratte alla propria terra, e ancora adesso Salvador De Bahia è un importante centro per la cultura afrobrasiliana. Qui nasce Ana e precisamente a Sant’Antonio, un piccolo villaggio di questa prima grande capitale dello stato di Bahia.

Ana Estrela con le tante specialità proposte nel suo Ethnic Cook

Nasce in una grande casa, con la nonna, la madre e i suoi fratelli. Passerà gran parte della sua vita in questa magione, appartenuta ad una ricca signora che adottò sua nonna quand’era solo una bambina. Certo, una ricca eredità, che però richiedeva molte spese a cui questa famiglia non avrebbe mai potuto far fronte da sola. La nonna, che era anche la madrina di Ana, ospitava chiunque in questa casa, tanto che vi era un enorme via vai di persone sempre diverse. Faceva anche da maestra a quei poveri ragazzi del quartiere, che non avrebbero mai potuto permettersi un’educazione scolastica tradizionale. E, allora, andavamo da questa straordinaria nonna, che chiedeva soltanto di contribuire alle spese di luce e gas.

Era come se fossero tutti parenti in questa grande casa, una famiglia sempre più in aumento, dove tutti si volevano bene e si aiutavano. Ana è cresciuta con quest’idea di famiglia, una realtà comunitaria che non mette alla porta nessuno ma accoglie solamente. Ed è rimasta sempre presente in lei, senza mai venir meno, neanche nei momenti di difficoltà. Quand’era piccola – poteva avere nove, dieci anni – sua madre e sua nonna, proprio per superare le dure difficoltà economiche, misero su una vera e propria attività. Lì, in quella casa, avviarono un vero e proprio fast food ante litteram, un sistema take away, prima del take away, consistente nel trasporto di un pranzo completo nelle marmitas. In questi contenitori metallici, divisi in più scomparti e muniti di coperchio, la nonna e la madre inserivano un primo, un secondo e un dolce, dallo strato più basso al più alto, che poi distribuivano nel villaggio a chiunque non avesse modo di cucinare. I cugini, come dei novelli addetti di glovo o just eat, trasportavano questi deliziosi pranzi, in una ben lubrificata catena di montaggio.

E mentre la madre e la nonna si fanno imprenditrici nel campo gastronomico, Ana inizia a studiare e si dimostra sin da subito molto intelligente e portata. I familiari vorrebbero che lei diventasse medico o avvocato, ma lei è attratta dalla danza e lì, in quella realtà così vivace che è Salvador De Bahia, studia presso un grande ballerino, il primo nero a studiare danza sudamericana, in Brasile. Qui studia danza afrocontemporanea e diviene una grandissima ballerina, con una vita che si prefigura sempre più lontana dalla cucina.

Diviene maestra di danza e lavora con i bambini a rischio, seguendo i grandi insegnamenti di sua nonna. Conosce il suo ex marito, un barese, che le giura e spergiura che non tornerà mai e poi mai in Italia. Si sposano e nasce sua figlia nella grande casa d’infanzia, mentre la sua carriera di ballerina non fa che proseguire, vedendola parte di una grande compagnia nazionale. Tutto va per il meglio, finché il marito non sta male ed è costretto a chiedere a sua moglie di tornare in Italia. Ana si trova, così, costretta a lasciare tutto quello che aveva così duramente costruito per venire in Italia.

Nella foto in alto, Ana Estrela (al centro) con le sue giovani collaboratrici dell’Ethnic Cook

Qui, a Bari, tenta di ricostruire la propria carriera di ballerina, pur non comprendendo la differenza tra palestra e scuola di ballo. Ma Ana non è una persona arrendevole e presto si fa strada in terra barese, stupendosi della sua apertura al nuovo, al diverso. Lavora anche qui con i ragazzi a rischio, collaborando con un’importante psichiatra barese, gira per le scuole, perché vede la possibilità di costruire e creare qualcosa di nuovo con la danza e stando con i bambini. Conosce la realtà del Cedam, con i suoi musicisti e la sua vivacità. Qui, nasce in lei la grande esigenza di raccontare il diverso, di parlare della sua origine e spingere altre persona a farlo, progetto che potrà realizzarsi nel 2008 con Origins, tramite il quale vuole promuovere l’interesse nei confronti della cultura brasiliana.

A Bari Ana ha trovato una patria amica, un’opportunità di far conoscere la propria straordinaria cultura, ma soprattutto un luogo dove riprendere il proprio grande patrimonio culinario, attraverso Ethnic Cook, il ristorante costato tanta fatica e tanto dolore a questa grande e ambiziosa donna, sempre pronta alla novità e a mettersi in gioco.