Un grande cartellone per Il Piccolo

Dopo un lungo restyling, riapre i battenti la storica sala di Santo Spirito, a Bari, con una mission che punta su libri, incontri e musica insieme al cinema d'autore

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Dopo mesi di chiusura per importanti e significativi interventi di ammodernamento e riqualificazione, Il Piccolo, la storica sala cinematografica gestita dalla parrocchia nel quartiere di Santo Spirito, a Bari, riapre finalmente al pubblico, con l’intenzione di riaffermare il ruolo centrale della propria attività, in un momento particolarmente critico per il cinema, e rilanciare la propria presenza sul territorio attraverso un ambizioso progetto culturale che vada oltre la classica programmazione di film. La riqualificazione della sala è stata possibile grazie ad un progetto, ideato nel 2017 da don Giuseppe Cutrone (fondatore della struttura, direttore della sala dal 1999 e oggi delegato Acec, Associazione cattolica esercenti cinema, per la Puglia e la Basilicata) e finanziato dalla Regione Puglia, portato a termine dall’attuale parroco e direttore don Fabio Campione, con il supporto dello storico gruppo di lavoro del Piccolo e col contributo fondamentale di tecnici e imprese del territorio. 

Mons. Francesco Cacucci e don Gianluca Bernardini, vicepresidente Associazione cattolica esercenti cinema

Il Piccolo, con la ristrutturazione degli spazi adiacenti la sala di proiezione, amplia la sua offerta con una nuova libreria/bookshop, spazio utile per organizzare presentazioni editoriali o per leggere libri e pubblicazioni attinenti ai film in programma. Ad esso si aggiungono uno spazio riqualificato e attrezzato per le proiezioni all’aperto in silent movie e una zona di degustazione di prodotti tipici della cucina pugliese, con annesso laboratorio di gastronomia per la preparazione di ricette della tradizione, da utilizzare per iniziative rivolte alla promozione di prodotti artigianali della filiera locale con manifestazioni a tema (anche con l’ausilio di proiezione di documentari). Un nuovo format per lo storico monosala di Santo Spirito, che da oggi non sarà più solo un luogo di visioni cinematografiche ma un vero e proprio polo culturale.

L’obiettivo è, dunque, favorire un nuovo posizionamento della sala nel panorama culturale barese, in maniera tale da attrarre nuovi spettatori e offrire servizi in linea con la nuova domanda del pubblico, confermando e valorizzando la ben definita identità del cinema.

Quella che regola l’afflusso di spettatori nelle sale di comunità è, infatti, una logica diversa da quella che regola le presenze (e le previsioni di guadagno) dei multiplex, essenzialmente legata alla capacità di intercettare flussi di passaggio, di solito in entrata o in uscita dalle grandi città. Nel caso di sale come Il Piccolo va tenuta in considerazione l’unità di spazio e di vissuto tra sala e spettatori. Questo abitare lo stesso luogo (ed operare affinché esso resti o diventi spazio vivo, denso di rapporti e di reti) è evidente relativamente alle sale che si trovano nelle città di medie dimensioni, ma lo stesso accade anche per le sale che si trovano in provincia, che richiamano un pubblico disperso, che trova, nuovamente, nel cinema un’occasione di confronto e di crescita comune.

Il direttore de Il Piccolo, don Fabio Campione

Come ricordato dall’arcivescovo di Bari-Bitonto, mons. Francesco Cacucci, durante l’inaugurazione della sala, Il Piccolo s’inerisce nella “migliore tradizione delle parrocchie che nel dopoguerra, con la proiezione dei film, sono state un enorme luogo di produzione culturale”. Negli anni ’50 e ‘60, infatti, il grande schermo ha costituito un fondamentale polo di aggregazione sociale e di divulgazione culturale. Per i bambini si trattava di uno dei divertimenti più apprezzati, un regalo che i genitori concedevano o negavano a seconda dei comportamenti tenuti nel corso della settimana. Così, per molti giovani spettatori di quegli anni, le sale parrocchiali sono state il primo luogo preposto all’alfabetizzazione al linguaggio delle immagini in movimento. La distribuzione del pubblico in platea avveniva secondo regole non scritte ma comuni in quasi tutte le sale: i bambini sempre nelle prime file, a metà le coppie sposate, in fondo gli uomini soli.

Con l’ampliamento dell’offerta e con la sempre maggiore trasversalità di pubblico, oggi la sala della comunità nella maggioranza dei casi (e Il Piccolo lo conferma) è diventata a tutti gli effetti un cinema d’essai, caratterizzato da una programmazione di qualità, attenta ai film d’autore e alle cinematografie emergenti. Ma, come in passato, queste strutture non sono pensate esclusivamente per proiettare film ma per svolgere anche altre funzioni: non più centro di raccolta per l’infanzia ma spazio culturale dove vengono ospitati anche spettacoli live di vario tipo, dalla prosa, alla danza, alla musica, oltre che incontri e convegni. Presidi di cultura sul territorio in grado di unire un’itera comunità quando circostanze esterne ne mettono in pericolo la sopravvivenza.

Il direttore del Dipartimento Cultura della Regione Puglia, dott. Aldo Patruno

È quello che è accaduto, ad esempio, a Roma, nell’autunno del 2018, quando il nuovo parroco di Sant’Ippolito, alla fine della messa domenicale, annunciò la chiusura del Cinema delle Province d’Essai, il cosiddetto Pidocchietto, come veniva simpaticamente chiamato nel quartiere. Successe qualcosa di inaspettato: gli abitanti di piazza Bologna organizzarono un sit-in davanti al cinema, con la presenza di attori, registi e comuni cittadini, per difendere la sala che ormai tutti consideravano non più solo un bene della comunità parrocchiale ma un bene collettivo che andava difeso per la città (una scelta tutt’altro che scontata, considerando che, negli ultimi quattro anni, nella capitale hanno chiuso più di 40 sale nella totale indifferenza). Il Pidocchietto, dopo un serrato confronto con le istituzioni politiche ed ecclesiastiche, ha effettivamente riaperto, grazie anche al supporto economico del secondo municipio della capitale, che ha stanziato 20.000 euro, con i fondi della cultura, per acquistare abbonamenti per i ragazzi delle scuole del quartiere.

Questa particolare attenzione allo spettatore ha consentito, ad esempio, ai cineforum di area cattolica di aprire le proprie sale, durante gli anni Sessanta, al consumo femminile e a quello di altre fasce prima escluse, in modo significativamente più ampio e trasversale che nell’ambito di esperienze di cineforum di altra matrice. La loro rilevanza sul territorio è strettamente connessa alla “capacità di nascere dal basso, di rispondere a delle esigenze diffuse, di cambiare con il mutare dei bisogni”, come scrive Alberto Bourlot in un suo saggio. In questo solco va quindi considerata la riqualificazione de Il Piccolo, che ha l’obiettivo di esplorare una nuova “forma” di sala cinematografica, al fine di individuare soluzioni idonee a far spazio a una nuova socialità, promossa dalla polifunzionalità, dall’utilizzo di nuove tecnologie e dalla possibilità di trasformazione e adattamento dello spazio.

Si tratta di inserire la sala della comunità in processi nuovi, che puntino non solo alla diffusione della cultura cinematografica “passivamente” intesa, ma alla generazione di un dibattito vivo e pulsante attorno ad essa.