Vivere con dignità è ancora possibile

La promessa di un lavoro e un tetto sotto cui ripararsi per Domenico Di Ceglie e la sua famiglia, dopo i giorni tristi, vissuti sulle panchine in piazza Dante a Trani

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Vivere con dignità. Una massima da sempre così ripetuta da entrare di diritto nel repertorio di quelle frasi preconfezionate di cui spesso si ignora il significato più profondo. E, dunque, che cosa vuol dire realmente vivere con dignità? Per molti ha a che fare con l’integrità morale e con la possibilità, dunque, di condurre una vita nel pieno rispetto dei propri valori, senza mai doverli calpestare.

Per altri, per molti altri, il concetto di dignità è strettamente legato a quello di lavoro: vivere con dignità vuol dire avere un lavoro – idealmente non un lavoro qualsiasi, ma quello che incontra le nostre inclinazioni – onesto e tutelato dalla legge ed essere adeguatamente retribuiti per svolgerlo così da poter provvedere in primis alle proprie necessità economiche e poi a quelle di un eventuale nucleo familiare. Del resto è quello che afferma la Costituzione, che riconosce l’importanza del lavoro e s’impegna a tutelarlo fin dal suo primo articolo: L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro.

Nonostante siano queste le premesse, la realtà che abbiamo tutti tristemente sotto gli occhi, e che la crisi economica dovuta all’emergenza sanitaria ha solo accentuato, è profondamente diversa: precariato e lavoro a nero – quando va bene – e disoccupazione, indigenza e bonus da richiedere, quando invece va male. È questo il caso di una famiglia tranese – Domenico Di Ceglie la moglie e la figlia – che negli ultimi giorni del mese di agosto si è trovata nella triste condizione di dormire sulle panchine di piazza Dante.

Dopo dodici anni di lavori saltuari, indigenza, affidamento ai servizi sociali e sussidi occasionali, il nucleo (che percepisce regolarmente il reddito di cittadinanza) si è visto costretto a lasciare il B&b in cui viveva. “Dei 700 euro di reddito percepito, ne spendevo circa 550 per pagare mensilmente il B&b. Ma con i 150 rimanenti una famiglia può mangiare?” chiede, tremante, Domenico.

Domenico e la sua famiglia hanno rivolto un’unica richiesta alle istituzioni: non soldi, non ulteriori sussidi (cerotto provvisorio a tamponare una ferita eterna), ma una soluzione abitativa dignitosa per tutti e tre. E in questo caso dignitosa vuol dire stabile.

Quindi, basta dormitori (nell’ultimo dei quali la figlia del signor Domenico è stata aggredita): questo è il motivo per cui alcune soluzioni temporanee come il trasferimento per alcune notti presso un dormitorio a Barletta che comportava la separazione dei tre sono state rifiutate. “Perché dovremmo spostarci a Barletta? Voglio che la mia famiglia sia unita qui. Chiedo solo un tetto e sono disposto a pagare, purché riesca a trovare un lavoro”, continua Domenico.

Ancora una volta è una questione di vivere con dignità: è, infatti, in nome di essa che la famiglia ha ritenuto preferibile vivere in strada piuttosto che vedersi ancora una volta costretta a implorare, elemosinare, quasi scusarsi per la propria condizione di fronte a una buona fetta dell’opinione pubblica che ritiene l’indigenza una colpa da criminalizzare.

E, alla fine, la giusta e sana ambizione di vivere con dignità ha trionfato. La famiglia di Domenico ha accettato il trasferimento presso il dormitorio della Caritas di Bisceglie, dove è loro assicurato un posto fino al prossimo 30 settembre. Sul fronte lavorativo, invece, due imprenditori di Corato hanno deciso di proporre una sistemazione a Mimmo e a sua figlia. Insomma il futuro, senza disdicevoli compromessi, ha offerto loro una nuova chance.