Un anno sotto il segno di Kafka

Come tanti Gregor Samsa, il protagonista de La Metamorfosi, ci ritroviamo in un tempo strano e grottesco, sospesi tra l'angoscia dell'emergenza e la speranza nel futuro

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E adesso parliamo di Kafka. Nulla di più complesso. Ma si sa che le sfide più difficili sono quelle che più attraggono. E, quindi, come rinunciare a parlare di uno di quei colossi, indiscussi geni, di quei grandi che nascono una sola volta ogni secolo, per rivoluzionarci la vita e cambiare per sempre la letteratura?

Certamente, il lettore si starà domandando come può essere considerato questo amatissimo (e odiatissimo) scrittore adatto alla presente stagione, tanto è distante dalle giornate soleggiate in spiaggia e dai tuffi in piscina. Ma in realtà Kafka si adegua perfettamente al periodo che stiamo vivendo e a questo nostro 2020. Si confà alla soffocante mascherina e all’ansia del futuro effettivamente meglio e più di qualsiasi altro autore, toccando tematiche ed emozioni che proviamo assai spesso in questa così stravagante e imperscrutabile annata.

Ci troviamo, infatti, come quegli sconsolati abitanti del secolo passato, a cavallo tra due epoche, con la consapevolezza (tragica) di ignorare quel che sarà e alla perenne ricerca di indizi per comprenderlo. Mai, forse, siamo stati così vicini a quei sentimenti così ben descritti da Franz Kafka, come l’alienazione, l’idea di essere intrappolati in giornate sempre uguali, in un eterno labirinto dove ogni strada si ripete.

Una realtà che appare sempre più grottesca e irreale, nella quale ci troviamo a ridere di noi stessi e degli altri, proprio come faremmo leggendo attentamente un romanzo di Kafka. Come tanti Gregor Samsa, ci svegliamo coleotteri e accettiamo senza battere ciglio la nostra metamorfosi, sconvolti solo dal fatto che sia già mattina e la notte trascorsa.

Quando Franz Kafka era in vita, non immaginava che un giorno tutte le sue pagine sarebbero state oggetto di un’indagine così puntuale, alla ricerca diremmo del segreto ultimo della sua prosa e di una spiegazione psicanalitica del suo genio. E, ad essere onesti, neppure gli interessava tanto la gloria ed era tanto scontento dei suoi scritti che, in punto di morte, domandò al suo migliore amico Max Brod di bruciare la sua intera opera perché non rimanesse altro di lui se non un raccontino che aveva pubblicato e un pallido ricordo nella mente delle sue amanti.

Un disegno del volto di Franz Kafka

Max Brod giurò: le fiamme avrebbero distrutto tutto. Ma non lo fece e quanto gli siamo grati della sua provvida slealtà! Il vero problema fu far conoscere Kafka, perché come in ogni epoca si guardava con sospetto a chi non avesse un nome celebre e fosse un semplice impiegato scribacchino. Fortuna che Brod pubblicò un libro (tremendo, potremmo dire) intitolato Il regno incantato dell’amore. Le copie vennero vendute in blocco e tutti furono ammaliati da una figura eccezionale che si librava, libera, sullo sfondo, un tale Garta che Brod giurava essere in tutto e per tutto uguale al suo caro amico Kafka.

All’epoca, quando il puritanesimo si estendeva ben oltre i confini della Gran Bretagna, i lettori apprezzavano molto queste figure evangeliche, senza peccato, tutte casa e chiesa, specie se innamorati segretamente di una leggiadra fanciulla cui non riuscivano a raccontare la verità. E quegli stessi lettori, complice Brod, iniziarono a sovrapporre questo personaggio romanzesco a Kafka.

Il guaio fu che il nostro Franz non era affatto un tipo “casa e chiesa”. Spesso andava nei bordelli, tradiva le sue amanti, aveva dei momenti bui (che oggi chiameremmo depressivi); era oberato da problemi familiari, specie con il padre, ed era perfino divertente, troppo. Tanto che leggeva animatamente i suoi scritti davanti agli amici, scatenando risa incontenibili. Brod, allora, epurò intere pagine di diario, scritti blasfemi e pubblicò le sue opere con prefazioni fuorvianti. Questo, certo, garantì il successo dell’amico, ma spesso ancora oggi molti studiosi cadono nelle mille trappole di Brod.

Effettivamente, il successo di Kafka fu dovuto al caso e ad un’abile manovra editoriale, prova del fatto che Max avesse buon gusto e fosse ben consapevole di quello che l’epoca richiedesse, ma che non avesse contezza di quello che il suo grande amico avrebbe fatto per il Novecento e, in ultimo, per noi, fortunati posteri.

Basta leggere Musil, Mann, Camus o Svevo, per nominare un nostro carissimo compaesano. La loro estrema sensibilità e lettura del presente deriva proprio da questo grande scrittore, il cui genio è stato interamente capito (o quasi) solo più tardi. “Mi comprenderete tra cent’anni” scriveva Nietzsche, ma forse una tale sentenza si può ben adattare ancora di più a Kafka che all’oscuro filosofo.

Quindi, perché dovremmo leggere questo scrittore prussiano in una così calda estate, in un anno così imprevedibile? Per ricordare (talvolta lo scordiamo) di come ogni triste momento sia solo di passaggio e che, per quanto atroce, riserva un’ironia da cogliere necessariamente.

Dovremmo fare, insomma, come i primi lettori di Kafka, i suoi cari amici, che ridevano a crepapelle mentre Franz leggeva il primo capitolo de Il Processo. E ricordare, rifacendosi alla sua storia, di come tutto, perfino la fama di un uomo sia dovuta a un felice colpo di fortuna o al provvido gesto di slealtà di qualche amico.

In alto, un disegno ispirato a “La Metamorfosi” di Kafka