Ora è più facile che Bannon dica addio alla certosa di Trisulti

I reati di frode e riciclaggio contestati al discusso miliardario americano, teorico del sovranismo, potrebbero influire sulla sentenza del Consiglio di Stato

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Dopo essere stato arrestato alle 7 di mattina del 20 agosto, a bordo di uno yacht di 50 metri ormeggiato di fronte alla costa del Connecticut (imbarcazione di proprietà del miliardario cinese Guo Wengui, ricercato dalla giustizia del suo paese d’origine per reati di riciclaggio, corruzione e stupro, nonché membro dell’esclusivo Mar-a-Lago Club di Palm Beach, Florida, di proprietà di Donald Trump), Steve Bannon è stato rilasciato dal procuratore federale di New York dietro il pagamento di una cauzione di 5 milioni di dollari.

Il miliardario cinese Guo Wengui e Steve Bannon

Principale teorico del sovranismo, già primo consigliere di Trump e artefice della sua vittoriosa campagna elettorale, ma anche mentore di politici nostrani come il senatore Salvini e l’onorevole Meloni, Bannon è accusato di aver ingannato migliaia di donatori promettendo che i loro soldi (circa 25 milioni di dollari) sarebbero stati usati per finanziare la costruzione del muro con il Messico, ma di averli poi usati almeno in parte a scopi personali. I reati di frode e riciclaggio, secondo la legislazione federale, prevedono ciascuno una pena massima di venti anni di carcere. “Questa montatura non sta in piedi e ha il solo scopo di fermare la gente che vuole costruire il muro”, ha dichiarato alla stampa Bannon, lasciando sotto scorta il Palazzo di Giustizia di Manhattan, apparentemente sovrappeso, abbronzato e con i lunghi capelli bianchi spettinati.

Bannon è, dunque, il settimo degli uomini o ex uomini di Trump ad essere incriminato per reati ‘federali’, cioè perseguibili dal livello più alto della giustizia americana: una lista che include l’avvocato personale di Trump, Michael Cohen, il consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn, e il manager della campagna elettorale, Paul Manafort.

La biblioteca della Certosa di Trisulti

Ma la messa in stato di accusa del populista pascià americano può avere risvolti anche per una vicenda che ci riguarda da vicino, a cui Primo piano ha dedicato un ampio servizio nell’aprile dell’anno scorso: quella della Certosa di Trisulti. Com’è noto, il grande complesso monastico del tredicesimo secolo che sorge ai piedi dei Monti Ernici, in Alta Ciociaria, tre anni fa venne affidato in gestione dal Ministero dei Beni Culturali ad un ente dalle controverse finalità, sostenuto da finanziamenti imperscrutabili: il Dignitatis Humanae Institute, fondato e diretto da Benjamin Harnwell, ex funzionario del British Conservative Party, divenuto dopo il suo trasferimento a Roma nel 2008 il discepolo preferito di Steve Bannon. Nato come think tank con il dichiarato progetto di “difendere le fondamenta giudaico-cristiane del mondo occidentale” e caratterizzato da un’aperta ostilità al pontificato di Francesco, con il tempo l’istituto si è rivelato parte integrante del progetto di Steve Bannon di costruire una sorta di internazionale dei movimenti sovranisti, a cui una futuribile scuola di formazione politica insediata nella Certosa di Trisulti, e diretta dallo stesso Harnwell, avrebbe dovuto fornire i dirigenti.

Per protestare contro quel progetto che avrebbe snaturato l’antica istituzione, da secoli bene prezioso del territorio, alcune associazioni del frusinate organizzarono marce silenziose lungo i sei chilometri di strada che separano il comune di Collepardo dalla Certosa. Emerse nel frattempo che il DHI, al momento dell’assegnazione, non possedeva i requisiti previsti dal bando ministeriale, e venne rivolta un’interrogazione urgente al governo.

Nell’ottobre scorso, il Ministero dei Beni culturali, tornato ad essere guidato da Dario Franceschini, aveva revocato la concessione all’Istituto di Harnwell e Bannon emettendo un ordine di sfratto. Ma con una clamorosa sentenza, nel maggio di quest’anno, il Tar di Latina ha accolto il ricorso presentato dall’istituto, per giunta condannando il ministero al pagamento delle spese processuali. Il ministero si è quindi appellato al Consiglio di Stato, che dovrebbe pronunciarsi dopo la pausa estiva. Tecnicamente la vicenda giudiziaria che ha investito Bannon non dovrebbe influire sul processo di revoca della concessione al suo istituto operante in Italia, revoca richiesta a gran voce sia dalle associazioni del territorio sia dal Ministero competente. Ma se la moral suasion può essere applicata in una vertenza legale, Harnwell, Bannon e i loro sostenitori politici in Italia, dovrebbero dire addio alla Certosa.