La pinacoteca “disvelata” dal lockdown

Da Giaquinto ad Armenise, da Belliazzi a De Nittis e Spadini, passando per Boldini e De Chirico, la raccolta d'arte sul lungomare di Bari non finisce di stupire

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Un timido sole fa capolino dietro un albero di pino prospiciente la mia stanza e filtra i suoi raggi luminosi nelle fessure della tapparella abbassata. Il cinguettio di un uccello canterino annuncia l’alba di un nuovo giorno; un rapido sguardo all’orologio che ticchetta, poi giù dal letto. Le 7,30. Dalla cucina si spande l’odore del caffè che gorgheggia ancora nella caffettiera; un cucchiaino di zucchero per riconciliarmi con l’asprezza della levata mattutina e, trepidante, ne sorseggio quanto basta per ricavarne la giusta carica.

“Il Sonaglio” di Armando Spadini

Jeans, maglietta senza fronzoli, scarpe comode e zaino in spalla: si parte! Corsa in stazione, biglietto e poi mi accomodo in treno, su uno dei suoi polverosi sedili blu. Non si tratta del solito viaggio a ritmo cadenzato che mi porterà all’università, ma di un’avventura dettata dalla volontà di concedermi una manciata di ore in assoluto relax. Se ci penso, alienarmi dai soliti ingranaggi della vita quotidiana è ciò che mi riesce meglio: cercare uno spazio tutto per me e dedicarmi a ciò che amo. I poeti insegnano bene che cos’è l’amore: un’arma a doppio taglio, appagante per chi lo riceve in modo incondizionato, deleterio per chi lo vive appieno senza esserne contraccambiato. I cinici, dal canto loro, risponderanno che questo sentimento si sviluppi solo tra simili entità.

Allora come chiamiamo quella forza propulsiva che ci spinge verso ciò che fa stare bene? Nasce da questo interrogativo la mia passione viscerale per l’arte, paragonabile ad un fuoco che arde e si tramuta in amore ogni volta che programmo piccole escursioni fuori porta. Sprofondata in innocenti evasioni, una voce gentile mi informa che il treno è ormai giunto a capolinea. Finalmente Bari, dopo tre mesi di assenza. Percorro pochi metri prima di inoltrarmi nelle trafficate vie della città, dove si respira un surrogato di rinascita e paura.

“San Nicola salva i naufraghi” di Corrado Giaquinto

Svoltando a destra in direzione litoranea, una piacevole brezza marina mi accarezza la pelle e subito si schiude dinanzi un bellissimo colpo d’occhio: pennellate di cielo terso, intervallate da soffici nuvole bianche, si fondono all’orizzonte con l’immensità del mare. Passo dopo passo sotto la calura estiva arrivo al sontuoso Palazzo della Provincia. E’ incredibile constatare quanto tutto sia cambiato in così poco tempo con l’imposizione di rigide misure di sicurezza che ci rendono da un lato più prudenti, dall’altro inevitabilmente ipocondriaci. Il lesto movimento di un sorvegliante blocca il mio accesso nell’enorme atrio ricordandomi il solito rituale: mascherina, detersione delle mani con gel igienizzante e misurazione della temperatura corporea. Idonea!

“Il riposo” di Raffaele Belliazzi

Avanzo verso l’imponente scala elicoidale e raggiungo il quarto piano adibito a pinacoteca. A poco più di due mesi dalla riapertura, la galleria d’arte – intitolata al celebre pittore molfettese Corrado Giaquinto – è tornata a rifulgere di bellezza, aprendo nuovamente le porte ai visitatori, ai quali offre un ampio panorama di cultura artistica pugliese o in rapporto, diretto o indiretto, con la regione. Fin dalle prime stanze ampie e luminose si rafforza il legame tra il grande taumaturgo san Nicola e la terra di Bari di cui è protettore. Ne sono testimonianza l’icona agiografica del XIII secolo di un ignoto pittore pugliese proveniente dalla chiesetta gentilizia di Santa Margherita a Bisceglie; la parte superstite di un polittico dipinto dal veneto Bartolomeo Vivarini, proveniente ​dalla chiesa di San Francesco d’Assisi ad Altamura e ascrivibile agli anni ’70 del XV secolo; le tele di Giaquinto, Nicola Mascialino e, in particolare, quella del barese Raffaele Armenise realizzata nel 1920, raffigurante barche cariche di pellegrini assiepate vicino al molo Sant’Antonio in occasione della festa popolare di San Nicola.

“Lettura” di Francesco Netti

Prima di introdurmi nei saloni dedicati alla pittura secentesca, una finestrella che volge sul mare rapisce il mio sguardo. Fisso per pochi minuti il piccolo scorcio sulla costa, poi procedo. Qualche metro più avanti mi accolgono le raffinate tele degli epigoni di Caravaggio, tra i quali spiccano senza dubbio i nomi di Paolo Finoglio e dell’olandese Matthias Stom, autori dei rispettivi San Gaetano che adora Cristo risorto e San Pietro liberato dall’Angelo. Attenta a non lasciarmi troppo sedurre dai magistrali effetti chiaroscurali e dalla portentosa resa scenica, quasi teatrale, dei personaggi che popolano le tele, passo velocemente in rassegna le opere tardo settecentesche che pur conservano intatte rimandi alle tele del pittore milanese capostipite della corrente barocca italiana; mi soffermo invece sui quadri ottocenteschi, di variegate dimensioni, appesi alle pareti verdi opache che circondano una statua in terracotta ritraente un fanciullo dormiente, opera dello scultore Raffaele Belliazzi, considerata tra i capolavori della scultura napoletana del tardo XIX secolo.

L’amore eccessivo per il vero che sicuramente contraddistingue quest’epoca trova pieno compimento nelle tele del ferrarese Giovanni Boldini, del barlettano Giuseppe De Nittis e del santeramese Francesco Netti, massimi esponenti della Belle Epoque. Dopo una breve full immersion in paesaggi mozzafiato pugliesi ed eleganti sobborghi parigini, chiude il percorso una piccola esposizione di pittori del novecento, di cui sembra impossibile non menzionare i famosissimi Cavalli di Giorgio de Chirico che esemplificano il vecchio ma pur fascinoso binomio classico-moderno. Intanto l’amorevolezza di una madre intenta a cullare il proprio figlio con un sonaglio, nell’olio su tela di Armando Spadini, mi fa venire la nostalgia di casa. Così annoto le ultime informazioni sul mio immancabile taccuino e torno lì dove la mia passione è nata, consapevole che “nel limite c’è l’arte, nell’arte nessun limite”.

In alto, San Pietro liberato dall’Angelo opera di Matthias Stom