L’anno orribile dell’agricoltura pugliese

Tra desertificazione, emergenza climatica, pandemia e crisi occupazionale, Coldiretti Puglia denuncia il crollo dei raccolti di ciliegie, pesche e albicocche

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Cementificazione e abbandono hanno portato alla perdita di oltre ¼ della terra coltivata. Un danno che, nella sola Puglia, ha provocato la scomparsa di 162mila ettari di superficie agricola coltivabile. Nel “tacco dello stivale” le aree affette da rischio desertificazione rappresentano il 57% della superficie utilizzabile e a risentirne è soprattutto il settore agroalimentare.

Il conto pagato dall’agricoltura, soggetta ai cambiamenti climatici e alla siccità, è salato. A questo problema si aggiungono il moltiplicarsi di eventi estremi, gli sfasamenti stagionali, le precipitazioni brevi ma intense e il repentino passaggio dal sereno al maltempo”, spiega Savino Muraglia, presidente di Coldiretti Puglia.

In termini meramente economici, questa serie di calamità è destinata a produrre, secondo le stime elaborate dalla stessa Coldiretti, perdite per oltre 2 miliardi di euro in un decennio, a causa dei danni che interessano non soltanto la produzione agricola nazionale ma anche le strutture e le infrastrutture nelle campagne. “Disastrosi gli effetti sui campi della tropicalizzazione del clima – denuncia l’associazione pugliese dei coltivatori – che azzera in pochi attimi gli sforzi degli agricoltori che perdono produzione e al contempo subiscono l’aumento dei costi a causa delle necessarie risemine, ulteriori lavorazioni, acquisto di piantine e sementi e utilizzo aggiuntivo di macchinari e carburante. Gli imprenditori si trovano, così, ad affrontare fenomeni controversi, dove in poche ore si alternano eccezionali ondate di maltempo a siccità perdurante”.

Un terreno agricolo in fase di desertificazione

I soli nubifragi, verificatisi in Puglia nella prima settimana di giugno, hanno provocato milioni di euro di danni con problemi profondi che hanno colpito soprattutto il raccolto di ciliegie, mandorle, albicocche e pesche.

I cambiamenti climatici sono, tuttavia, ormai frequenti in diverse zone della penisola e quelli che alcuni anni fa potevano essere definiti fenomeni straordinari, oggi, invece, si registrano ad intervalli quasi ciclici. Dagli inverni troppo miti alle primavere eccessivamente piovose: i fenomeni atmosferici irregolari stanno assestando un duro colpo al mondo dell’agricoltura, che si è ritrovata quest’anno a dover fronteggiare il più temibile ed imprevedibile avversario: il clima.

“Il risultato è la perdita di più di un frutto su tre con il crollo dei raccolti fino al 90% delle ciliegie primizie e della ‘Ferrovia’, ma anche di pesche, nettarine (-28%) e albicocche (-58%) con un rincaro dei prezzi al consumo – spiega Coldiretti -. Gli agricoltori cercano di difendersi con le reti di copertura, con le coltivazioni in serra e con la manutenzione di terreni e canali e serre ma spesso la furia delle tempeste è così violenta da far esplodere le protezioni, distruggere frutta e ortaggi e gonfiare d’acqua i terreni provocando pericolosi smottamenti”.

Un campo ridotto ad un pantano per le abbondanti precipitazioni

Il clima non è, però, l’unico avversario del settore agroalimentare: l’emergenza sanitaria legata al coronavirus ha, infatti, assestato un’ulteriore batosta all’intero comparto. Nei quasi tre mesi di lockdown, la manodopera nei campi si è drasticamente ridotta, perché tanti addetti ai lavori hanno preferito rimanere a casa per evitare eventuali contagi; altri, invece, sono stati costretti a casa dagli stessi imprenditori, che, a causa dell’improvvisa diminuzione della mole di lavoro, non hanno potuto assicurare ai propri dipendenti una regolare retribuzione.

“Il 2020 è certamente un anno orribile per l’agricoltura pugliese. L’effetto immediato da marzo ad oggi è stata la perdita quasi totale del raccolto di ciliegie, mandorle, albicocche e i gravi danni agli ortaggi e alle patate”, afferma Muraglia.

L’emergenza coronavirus, al momento, ha portato ad un crollo stimato pari al 4% nel solo primo trimestre del 2020. I consumi delle famiglie pugliesi, dunque, sono tornati indietro di circa 20 anni, precipitando su valori comparabili a quelli dei primi anni 2000.

“Si tratta di tendenze che evidenziano lo tsunami nei consumi provocato dall’emergenza coronavirus con la crisi di molte attività produttive, che ha drasticamente ridotto le disponibilità economiche delle famiglie italiane”, argomenta Coldiretti.

Detto in parole povere, l’emergenza sanitaria, che ha registrato il suo picco più alto nel trimestre tra marzo e maggio, ha rappresentato un duro colpo per il settore delle vendite al dettaglio in Puglia con una diminuzione degli acquisti per famiglia del 5,5%. I settori più interessati da tale decrescita sono stati, secondo l’ultima indagine della Coldiretti, calzature, articoli in cuoio e da viaggio, mobili, articoli tessili e arredamento, abbigliamento, pellicceria e giochi, giocattoli, sport e campeggio.

L’unico settore che, invece, non ha rilevato cali degni di nota è, per ovvie ragioni, l’alimentare. Le famiglie pugliesi, infatti, nel periodo del lockdown, hanno acquistato soprattutto cibi di prima necessità come farina, pasta, pomodori e lievito.

E nella fase 2 il carrello della spesa ha cominciato a riempirsi nuovamente, grazie a tutti quegli alimenti che erano stati accantonati durante il precedente periodo emergenziale come carne, pesce, formaggi, conserve e vino.

“Ora è necessario fermare le speculazioni sui prezzi dei beni di prima necessità per difendere la capacità degli italiani di rifornire le dispense di casa con cibo e bevande e garantire un giusto compenso agli agricoltori. È fondamentale –sostiene Coldirettigarantire la stabilità dei prezzi lungo tutta la filiera per bloccare ogni tentativo di speculazione a danno dei consumatori e degli agricoltori, che devono poter continuare a produrre per difendere la sovranità alimentare del paese in un momento di grandi tensioni internazionali sugli scambi commerciali”.

E prosegue: “Se è vero che l’agricoltura sta tenendo duro di fronte alla crisi generale, non si può negare che molte filiere siano in profonda difficoltà da cui occorre uscire con una robusta iniezione di liquidità, ma anche realizzando rapporti di filiera virtuosi con accordi che valorizzino i primati del made in Italy e garantiscano la sostenibilità della produzione nel paese con impegni pluriennali e il riconoscimento di un prezzo di acquisto equo”.