Quando il colera colpì Bitonto nel 1866 e già si parlava di prevenzione

Il rispetto dell'igiene pubblica per ridurre i contagi fu imposto dalle autorità alla città degli ulivi come a tutti i centri d'Italia in cui dilagò l'epidemia

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Con una progressione quasi ritmica l’epidemia del colera raggiunse e interessò l’Italia per tutto l’Ottocento, a cominciare dagli anni ’30 di quel secolo, per ripresentarsi tra il 1854 e 1855, ritornare nel 1865-67 e concludersi, ma solo temporaneamente, tra il 1884 e il 1887.

Il focolaio per quest’ultima epidemia fu individuato nella costa francese tra Marsiglia e Tolone, per poi spostarsi in Liguria e scendere, a causa dei traffici marittimi, nell’Italia meridionale. Fu solo in questo periodo che si cominciò a capire, grazie anche alla scoperta da parte di Koch del virus colerico, che il rimedio più efficace per arginare l’epidemia era il controllo igienico e sanitario dell’ambiente urbano e, quindi, la prevenzione; i rimedi terapeutici erano ancora lontani da venire.

Nel 1866 il colera a Bitonto, come in molti centri del barese, ebbe effetti devastanti:  il numero dei decessi quell’anno praticamente raddoppiò rispetto agli anni precedenti, raggiungendo la quota di 1286. Probabilmente a causa della riacutizzazione della difterite, nel 1883 – l’anno in cui Koch aveva scoperta il bacillo del colera – c’erano stati 1100 decessi a fronte dei 625 dell’anno precedente e dei 650 del 1880. E questo nonostante dalle nostre parti si cominciassero a prendere, con molto anticipo, seri provvedimenti per prevenire e limitare i danni del possibile contagio.

Per quanto la stampa locale invitasse alla calma e ad avere fiducia nelle iniziative che il governo avrebbe preso a garanzia della salute pubblica, verso la metà di luglio del 1884 nella popolazione cominciò a serpeggiare una certa preoccupazione. Le notizie erano piuttosto rassicuranti per l’Italia e non c’erano ancora segnali della presenza del colera nella nostra nazione. Una buona dose di buonumore poteva essere di aiuto a sollevare gli animi: “A Santo Spirito, al nostro ridente Santo Spirito, sia il nostro grido. La spiaggia incantevole ci aspetta. Là l’allegria viene da sé e del colera non se ne parlerà più”, recitava un adagio popolare.

Più avveduti gli amministratori. In quei giorni un manifesto del sindaco Pasquale Martucci Zecca faceva appello alla massima e rigorosa igiene pubblica e privata: areazione delle abitazioni, divieto di depositi di letame, immondizie e acque insalubri, pulizia di luoghi pubblici e salubrità degli alimenti e bevande. Controlli rigorosi e sanzioni opportune ai contravventori. Con particolare provvedimento furono anticipati al giorno 7 gli esami delle scuole municipali che dovevano iniziare il 15 luglio. “Lodiamo il provvedimento perché toglie con questi calori gli agglomerati dei bambini”, annotava il settimanale Il Campidoglio, stampato a Bitonto e diretto da Francesco Cammarota. E aggiungeva, con oggettiva sapienza, che l’opera dell’amministrazione sarebbe stata insufficiente se i cittadini non l’avessero coadiuvata e se tutti non si fossero adoperati con ogni mezzo per prevenire le conseguenze di questo ospite indesiderato.

Bambino malato – dipinto di Arturo Michelena (1886)

Di qui l’invito a non vendere frutti nelle ore pomeridiane sui sozzi banchi posti sul corso, ad eliminare dai magazzini farine di pessima qualità, a stare attenti nell’acquisto di alici, formaggi, salumi e lardo puzzolenti. Porci, galline, conigli, si muovevano facilmente per strade e nelle case, aggravando le condizioni igieniche delle abitazioni. Un pubblico banditore il 10 luglio obbligava la popolazione a togliere di mezzo i conigli che si trovavano nel paese, per l’igiene delle case e delle strade. Molti conigli furono ammazzati, ma certamente non tutti, perché per molti cittadini, quelli allevati in casa, erano l’unica possibilità di mangiare carne. Si provvide, dunque, a nasconderli nel modo migliore, tanto che gli addetti alla caccia dei conigli, che furono sguinzagliati dal municipio, a conclusione di una giornata riuscirono a catturarne solo una ventina.

E sembra pure di oggi un provvedimento di fine agosto 1884 del prefetto, a seguito di una circolare del ministro degli interni, che vietò “fino a nuovo ordine nella Provincia di Bari i Pellegrinaggi, le Fiere, le Sagre e tutte le pubbliche festività”, invitando i sindaci ad ottemperare alle disposizioni e a diffondere con i mezzi opportuni l’ordinanza. 

Parallelamente si susseguivano le ordinanze del sindaco di Bitonto, volte a prevenire e a porre argine con anticipo a questa nuova e drammatica epidemia, le cui cause erano legate – com’era ormai noto – all’igiene pubblica e privata. La stampa faceva la sua parte attiva nella comunicazione. Il settimanale del Circolo Savoia  Il Campidoglio il 31 agosto annotava che erano in atto con successo alcune misure di prevenzione, come il divieto di vendere vivande insalubri, la disinfezione dei cessi pubblici e anche privati. 

Gli stessi farmacisti furono incaricati a turno di rendersi disponibili anche di notte per la fornitura dei medicinali. La polizia municipale garantiva l’apertura notturna “per il disimpegno dei servizi sanitari necessari alle bisogna”. Sembra un disposizione di oggi quella che obbligava i cittadini a denunciare all’autorità sanitaria i casi sospetti “perché venissero usati immediatamente i mezzi dell’arte per circoscrivere il morbo e far sì che non si diffonda nel paese”. A Valenzuolo, una contrada ad un miglio dal paese, fu impiantato un lazzaretto in piena regola, con servizio sanitario in caso di bisogno, letti e quanto poteva essere necessario, affidandone la cura alle Suore di carità e ad alcuni medici che furono subito individuati.

Onde evitare che la cittadinanza fosse presa dallo scoramento si invitava il popolo all’ottimismo, ma nello stesso tempo si chiedeva al vescovo di non far suonare molto a lungo le campane a morto e che i funerali si svolgessero nel modo più riservato possibile, evitando ad esempio di far girare per la città il viatico per i moribondi, con tutto il suo codazzo di campanelli e croci. Facilmente si diffondevano voci incontrollate di possibili untori. La notizia di un concittadino giunto da La Spezia, aveva circolato con una rapidità inaudita creando panico; notizia senza fondamento, si disse, ma fatto sta che furono  addirittura murati in un apposito locale, dopo essere stati disinfettati alcuni bagagli provenienti da La Spezia e fermi a Santo Spirito. Qui appena arrivavano le valigie contenenti la posta, erano disinfettate per quindici minuti, prima di essere trasferite a Bitonto e sottoposte alla stessa operazione.

Le sollecitazioni dei sindaci e degli amministratori periferici probabilmente cominciavano a creare confusione, tanto che – allora come oggi – il governo fu costretto ad intervenire per dare disposizioni organiche su tutto il territorio nazionale ed evitare fughe in avanti. Il ministro degli interni a fine agosto inviò una circolare in cui diffidava i Comuni, le Province e le autorità a sospendere ogni iniziativa rivolta a definire cordoni sanitari comunali o intercomunali per difendersi dal colera, considerando questo atto illegale e intempestivo. “E’ necessario che le popolazioni si persuadano che il governo fa il loro bene, e che, con opportuni provvedimenti dimostra ad ogni istante l’interesse che prende alla salute pubblica”, si leggeva nella circolare.

Dunque, nonostante la continua sorveglianza del sindaco, impegnato per diverse ore in giro per la città con la commissione sanitaria e le guardie municipali ad ispezionare stalle, edifici e luoghi sospetti; nonostante l’invito da parte del dott. Francesco Colucci di Bari, che sosteneva sulla Gazzetta di Bari del settembre 1884, l’efficacia delle inalazioni della nicotiana tabacum come possibile rimedio  a curare addirittura il morbo colerico (“Sono rimasto intimamente convinto che le proprietà acri e narcotiche della nicotiana e del prodotto della sua combustione, non possono non esercitare un’influenza micidiale sulla vita del microbio”), il morbo del colera, arrivò anche da noi mietendo molte vite. Ce ne sarebbero state molte di più senza una oculata gestione dell’igiene pubblica. Insomma, quella che sembra storia nuova, in effetti è storia che si ripete.

 

In alto, La Miseria dipinto di Cristóbal Rojas (1886)