La letteratura come la vita

Dalla Trilogia dell'amicizia al Vecchio che leggeva romanzi d'amore, tutta l'opera di Luis Sepúlveda, scomparso a causa del contagio, è un inno ai sentimenti e alla libertà

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Chi non ricorda la prima volta che ha letto un libro di Luis Sepúlveda? Sarà stato, magari, da bambini quando scoprivamo la magia di una storia, dell’entrare in punta di piedi nella vita di un’altra persona, persino di un animale, provando empatia anche verso personaggi insospettabili. Certamente la maggior parte dei suoi lettori avrà letto d’un fiato la Trilogia dell’amicizia – in primis La gabbianella e il gatto – restando attonita dinanzi all’ingiustizia che rende orfana di madre una piccola gabbianella, accolta dal suo nemico naturale. 

Luis Sepúlveda non si limitava a raccontare una storia: instillava – e non è facile – il senso d’impotenza e d’ingiustizia nei piccoli lettori, per la primissima volta impegnati in una lotta contro sentimenti, destinati ad accompagnarli sino all’età adulta e ancora oltre. Ma, con l’intelligenza e l’acutezza tipici di un’anima raffinata e combattente, dimostrava a quei giovanissimi lettori che, perfino quando tutto sembra andare in rovina, c’è sempre un modo per salvarsi. E come? Aiutandosi. E si può riceve aiuto dalle persone più insperate e nelle situazioni più improbabili. E non vi è scusa che conti, poiché perfino un gatto può insegnare ad una gabbianella a volare.

Dello scrittore, da poco strappato alla vita dal terribile virus che impazza sulle strade del mondo, si è spesso ammirato il talento artistico e la straordinaria sensibilità, ma non tanto si è parlato del suo profilo biografico e politico. Ed è incredibile perché Sepúlveda è nato in una camera d’albergo di Ovalle, perché il padre era stato denunciato dal suocero per aver fomentato i movimenti anarchici, costringendo l’intera famiglia a trasferirsi in Cile. Il nonno paterno, come se non bastasse, era stato condannato a morte per le medesime ragioni e si era trasferito in America Latino, poco prima del figlio. 

Lo scrittore Luis Sepulveda, scomparso di recente a causa del coronavirus

Il giovane Luis è cresciuto a Valparaiso, circondato da anarchici e da libri. Ha divorato Salgari e Verne, Melville e Conrad, dimostrandosi un lettore vorace e insaziabile, come tutti i grandi scrittori. Ha iniziato a scrivere storie a sfondo erotico (parecchio apprezzate dai compagni di scuola) durante il liceo e pubblicato poesie sul giornalino scolastico. Il suo enorme talento e la sua straordinaria ironia gli permisero di lavorare, a soli diciassette anni, per un piccolo giornale comunista e, poco dopo, anche per la radio. 

A soli vent’anni vinse il premio Casa de Las America (il primo di una lunga serie) per la sua prima raccolta di racconti, oltre che una borsa di studio per la prestigiosa Università Lomonosov di Mosca, dove intrattenne una relazione con la sua docente di letteratura slava. Naturalmente, la notizia giunse alle orecchie sbagliate e fu espulso non solo dall’università, ma anche dal partito comunista per “atteggiamenti contrari alla morale proletaria”. Poi si arruolò e andò a combattere in Bolivia ma, tornato in patria, si dedicò al teatro e alla scrittura. Entrò perfino nella guardia personale di Salvador Allende e fu arrestato dopo il colpo di stato del generale Pinochet. 

Raccontò in un’intervista che fu interrogato per sette mesi e torturato quasi ogni giorno. Ma la peggiore delle punizioni fu essere rinchiuso giorno e notte in un vano largo cinquanta centimetri e alto un metro e mezzo, nel quale fu costretto a restare per tre lunghi anni, finché non gli concessero gli arresti domiciliari. Eppure, non si fermò e non si arrese. A nulla servirono le torture e la reclusione, perché il suo spirito e il suo desiderio di giustizia non potevano essere zittiti. Allestì, infatti, spettacoli contro la dittatura, sino ad essere condannato all’ergastolo per alto tradimento. Fortunatamente, fu risparmiato e obbligato all’esilio. 

Qui iniziano i viaggi continui, prima per il sud America, in Africa, poi in Europa. Insegna e scrive, senza mai fermarsi e collaborando con Greenpeace. Ha sposato e risposato Carmen Yáñez, poetessa, grande ammiratrice e critica della sua opera, trascorrendo con quest’ultima gli ultimi giorni, finché non sono stati entrambi colpiti dal contagio, mentre Sepulveda era ospite del festival letterario del Correntes d’Escritas. È stato ricoverato d’urgenza a Oviedo, spegnendosi pochi giorni fa, lottando strenuamente, come ha sempre fatto. Ha lasciato, così, il mondo orfano di una delle sue menti più grandi e prolifiche. 

Luis Sepulveda con la moglie Carmen Yáñez

Eppure, di Sepulveda ci resta la più bella delle eredità, opere così belle e vere da racchiudere la sua anima per sempre. Oltre la Trilogia dell’amicizia, Diario di un killer sentimentale, Incontro d’amore in un paese di guerra, Una sporca storia ma, soprattutto, quella che potrebbe essere considerata la sua opera migliore, il risultato di sette mesi passati in Amazzonia, durante il suo lungo periodo di esilio, quando si è scontrato con una realtà corrotta e indifferente: Il vecchio che leggeva romanzi d’amore

Adesso godiamoci il finale di quello che potrebbe essere il suo libro più bello, onorando un uomo che ci ha strappato dalla sterile quotidianità, infondendoci quel piacere immenso che si prova leggendo un buon libro, dimentichi dei problemi e delle preoccupazioni, nonché del tempo che passa inesorabile: “Antonio José Bolívar Proaño si tolse la dentiera, l’avvolse nel fazzoletto, e senza smettere di maledire il gringo primo artefice della tragedia, il sindaco, i cercatori d’oro, tutti coloro che corrompevano la verginità della sua Amazzonia, tagliò con un colpo di machete un ramo robusto, e appoggiandovisi si avviò verso El Idilio, verso la sua capanna, e verso i suoi bei romanzi, che parlavano d’amore con parole così belle che a volte gli facevano dimenticare la barbarie umana”. E chissà se in queste parole è racchiusa la ragione ultima e più veritiera del perché scrivesse.