Il potere della preghiera, la forza delle rogazioni

Nel monastero benedettino della Madonna della Scala, a Noci, si rinnova l'antica liturgia per ottenere, in questi giorni, la fine della grave pandemia

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Silenzio, raccoglimento, preghiera: questo si vive salendo sulla collina che porta al monastero dei benedettini, dedicato alla Madonna della Scala.

Siamo nella campagna di Noci, fra Gioia del Colle e Putignano. Boschi, grandi pascoli, campi seminati, ora tutti verdi, ondeggianti al vento. Grandi masserie rendono viva e produttiva l’attività di questa campagna, ora ornata da alberi in fiore, suddivisa da lunghi muretti a secco perfettamente curati. Se ti fermi, qualche campanaccio al collo di piccoli branchi di buoi, interrompe il silenzio dominante per accompagnare il rumore delle foglie appena rinate, dei rami degli alberi, mossi dal vento.

L’abazia è una costruzione come fortificata, sormontata da un alto campanile che domina vallata e colline. Circondata da pini secolari e da ulivi piantati dai monaci fin dal loro arrivo. Di notte, una grande croce luminosa, la indica.

Le campane hanno un loro ritmo. Un suono che i membri della comunità monastica conoscono bene. Scandisce il tempo della giornata. Rintocchi che invitano alla preghiera e al lavoro. Ora et labora, il loro motto, scelto dal santo fondatore, Benedetto da Norcia.

Le celebrazioni liturgiche, specie nei giorni festivi, sono ben curate. E’ il canto gregoriano che domina e rende armoniosamente viva la messa conventuale, a cui partecipa tutta la comunità monastica. Un tesoro molto prezioso per la chiesa, spesso riscoperto anche da cantanti e cantori contemporanei. Il canto gregoriano è antico quanto l’ordine monastico.

Ricordo quando, tanti anni fa, terminata la santa messa, uscivo dalla chiesa. L’orizzonte arrivava ben oltre le due colline che circondano il piazzale, a pochi metri dalla dimora di Donna Laura Lenti, colei che volle e tanto si adoperò per la costruzione del nuovo monastero, che l’anno prossimo festeggerà i suoi novanta anni. Oggi, quel piazzale, la stessa chiesa, sono avvolti da una fitta pineta che li racchiude. Alberi piantati e cresciuti da monaci, che oggi riposano nella cappella cimiteriale che affianca la chiesa.

Domina il silenzio. Tutto favorisce raccoglimento e preghiera. Tutto odora di incenso e il grande organo riempie di musica e suoni l’abside, che ospita la corale che raccoglie la comunità nella liturgia delle ore. E i monaci sono in grado di aiutarti a scoprire il valore, la forza e la capacità che ha la preghiera. Lo leggi nei loro occhi, nel loro modo di fare mai affannato.

La riproposizione delle rogazioni è la vera capacità di sapersi rivolgere al Signore con fiducia semplice, spontanea, perché aiuti l’umanità sofferente a guarirsi.

Quell’antica preghiera veniva cantata soprattutto durante partecipate processioni verso antiche edicole sacre, spesso immerse nella campagna. Era rivolta al cielo per combattere, per chiedere la pioggia, per scongiurare l’arrivo di carestie, pestilenze o guerre: “A peste, fame et bello, libera nos Domine. (Dalla peste, dalla fame, dalle guerre, liberaci Signore)”. Era piena di invocazioni e suppliche: “Ab omni peccato… Ab ira tua… Ab insidiis diabuli… A spiritu fornicationis… A morte perpetua... Libera nos, Domine!”

Erano come litanie che chiedevano al Signore la liberazione dal peccato, dall’ira divina, dalle insidie dell’eterno nemico, il diavolo, dallo spirito di fornicazione… Grazie richieste Per nativitatem tuam, Per crucem et passionem tuam, Per sanctam resurrectionem tuam, ovvero in nome della Sua nascita, della Sua passione, della Sua santa resurrezione. E, mentre in lontananza, si sentivano i rintocchi della campana, si chiedeva ancora la protezione dai fulmini e dalla tempesta, dalla peste, ovvero dalle malattie, dalla fame e dalla guerra… affinché la terra potesse dare e conservare i frutti: “A fulgore et tempestate …libera nos, Domine!”, “Ut fructus terrae dare et conservare digneris… Te rogamus, audi nos!”.

Anche oggi, come ieri, un grande atto di fede. Una grande preghiera per ottenere la librazione dal coronavirus. Preghiere litaniche, semplici, ben comprensibili dal popolo, cantate dal popolo, oggi tutte in italiano, che alla Scala di Noci si uniscono sempre a quelle semplici, ma solenni processioni che si svolgono dalla chiesa al chiostro, dal chiostro alla chiesa.

Ai benedettini è affidato il compito di mantenere salda la bellezza, la solenne semplicità della liturgia, della preghiera e della lettura della Parola di Dio; cioè tutti i riti e le letture che accompagnano le nostre celebrazioni. E loro vi si dedicano con grande passione, con competenza, con infinto amore. 

Non possiamo non ricordare il nostro amato arcivescovo mons. Mariano Magrassi. Prima di essere destinato alla diocesi di Bari-Bitonto, era l’abate della comunità benedettina di Noci. Il santo papa Paolo VI lo volle arcivescovo per noi. Un dono straordinario. Un liturgista eccezionale. Le sue omelie, i suoi libri sono un pozzo senza fondo di spiritualità e di lode a Dio.

Mons. Mariano Magrassi, già abate del monastero prima della nomina ad arcivescovo di Bari-Bitonto

Le rogazioni, hanno avuto il loro massimo splendore nelle comunità agricolo-pastorali e, oggi, potremmo legarle alla diffusa vocazione ecologico-ambientale. Antichi atti di fede che possono rivivere in ambienti idonei e consapevoli, come le comunità monastiche.

A noi, tuttavia, non importa la formula, le modalità che possono esprimerla. A noi interessa che l’uomo non perda il senso del sacro che la preghiera realizza, esprime. Ciò non significa avere un credo specifico, ma nutrire un bisogno di sacro in senso lato.

La preghiera, senza forse, è la prima nozione che si impara da piccoli. Mamma o i nonni aiutano a compiere, spiegano il senso di gesti e formule che subito si mandano a mente, senza dimenticarle mai più. Ci mettiamo subito in contatto con la Madonna, Ave Maria, con l’Angelo Custode (Angelo di Dio che sei il mio custode), che ci mettono in contatto con il Padre (Padre Nostro che sei nei cieli) e con i nostri cari defunti (L’eterno riposo dona loro o Signore)

A volte lo facciamo con abitudine, ripetendo delle formule, con poca consapevolezza; ma nei momenti di bisogno è quello che spontaneamente facciamo un po’ tutti. 

Sono le nostre ancore di salvezza. Invochiamo l’aiuto del Signore e dei santi, la loro compagnia. Lo chiediamo ricordando le nostre mamme che a volte non abbiamo più ma che ci hanno dato la possibilità di capire, di conoscere quello che leggiamo nel Vangelo: “...e tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete”. (Matteo, 21:22)

Il Signore ascolti le nostre preghiere, le nostre rogazioni e ci liberi dal male, da questa pandemia.