L’Erasmus ai tempi del coronavirus

La singolare esperienza, tra i timori del momento e l'amicizia dei colleghi , della nostra redattrice, a Cracovia per i programmi di studio dell'Unione Europea

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Nella vita di una studentessa universitaria, curiosa di conoscere il mondo, le sue culture, le sue particolarità e tutto ciò che lo caratterizza, le esperienze all’estero sono un’opportunità imperdibile, da prendere al volo e vivere appieno in tutto e per tutto.

Quando si ha poco più di vent’anni e si decide di vivere fuori dal proprio paese per alcuni mesi, bisogna sicuramente armarsi di coraggio per poter lasciare i propri porti sicuri, le proprie famiglie e i propri affetti, cercare di mettere in stand-by la routine quotidiana e iniziare una nuova vita, con la convinzione che una volta tornati a casa, tutto sarà esattamente come lo si era lasciato.

È questo spirito di avventura che mi ha spinto nuovamente, a distanza di due anni dalla prima, ad imbarcarmi in un’esperienza che non può essere compresa appieno da chi non l’ha mai vissuta in prima persona: il programma Erasmus. Vivere all’estero per un certo numero di mesi, entrare in contatto con un sistema universitario completamente diverso da quello a cui si è abituati, studiare in lingua straniera, conoscere persone provenienti da altre parti del mondo che hanno i tuoi stessi interessi, viaggiare, ti porta a scoprire nuove parti di te, formando il tuo carattere e la tua personalità portandoti, inevitabilmente, a crescere.

Tutto cambia così repentinamente e da un giorno all’altro le stesse persone con cui credevi di non avere mai nulla a che fare diventano una parte integrante della tua permanenza all’estero, inizi così a condividere la tua quotidianità e le tue abitudini, le tue paure e i tuoi sogni, diventando man mano una vera e propria famiglia.

Ho lasciato la mia città meno di un mese fa, quando l’incubo del Coronavirus era tanto lontano e paradossalmente così piccolo e marginale che nessuno si sarebbe aspettato che di lì a poco tutta l’Italia si sarebbe ritrovata a condividere lo stesso tragico destino. Ho lasciato Bitonto e il Sud Italia con la convinzione, forse troppo ottimista di una giovane studentessa, che non sarebbe stata “un’influenza” a congestionare la vita di milioni di persone da un giorno all’altro.

Una volta arrivata in Polonia tutto mi sembrava così lontano, guidata da uno spirito fiducioso, mai avrei immaginato che tutti i miei affetti da un giorno all’altro si sarebbero ritrovati chiusi in casa e, egoisticamente, pensavo che mai un virus così imprevedibile e al tempo stesso spaventoso sarebbe arrivato anche nella fredda Cracovia. Eppure la positività dei primi tempi si è subito spenta nel momento in cui i primi professori dell’università che mi ospita qui hanno iniziato a vietare l’ingresso alle lezioni agli studenti italiani, considerandoli dei veri e propri untori, pensando che tenendoli fuori dai propri ambienti il virus non sarebbe mai arrivato qui.

Un’immagine della cattedrale di Cracovia

Ogni giorno la routine era la stessa: ascoltare le notizie provenienti dall’Italia, confrontarsi con tutti gli amici provenienti da diverse parti d’Europa su come la situazione fosse particolarmente preoccupante, rassicurare parenti ed amici a casa che qui la situazione fosse gestibile e al tempo stesso cercare di mantenere la calma. Vivere da soli all’estero è una sfida particolare, farlo in tempi di pandemia, lo è ancora di più.

Poi, improvvisamente, tutto è cambiato. Sull’esempio delle diverse misure prese in altri Paesi europei, anche qui in Polonia le università hanno deciso, sulla base di decreti ministeriali, di chiudere fino a nuovo ordine, lasciando centinaia di studenti internazionali ad un destino precario. Nel giro di pochi giorni anche i negozi, tutte le attività commerciali e i luoghi di aggregazione hanno deciso di chiudere i battenti per evitare la possibilità di contagi, fino ad arrivare alla chiusura ufficiale dei confini di Stato.

È da circa una settimana che sembra di vivere in un film dell’orrore in cui non si riesce a prevedere il finale, dove ogni giorno sembra che pian piano anche la Polonia stia gradualmente arrivando alle stesse misure, allo stesso destino che ha colpito l’Italia. 

Ed è così che le semplici conversazioni con gli amici appena conosciuti diventano veri e propri dialoghi profondi ed esistenziali, mettendo in gioco la paura, la tristezza, l’inquietudine e la preoccupazione non soltanto per la situazione da affrontare in Polonia, lontani da tutto e da tutti, ma soprattutto rispetto alla situazione a casa. In tempi così difficili e precari vengono così a crearsi dei rapporti forti e sinceri, in cui un minuto prima si cerca di pensare positivo e di non prendere troppo sul serio la situazione e un minuto dopo si è lì a riflettere su quanto la vita possa essere imprevedibile.

Proprio in queste settimane, prima che l’emergenza toccasse anche la città di Cracovia, io e il mio gruppo di amici abbiamo visto il film vincitore del Premio Oscar “Parasite”, e una frase in particolare ci ha colpito: “Il progetto migliore è quello di non fare progetti in assoluto. Perchè la vita non può essere programmata”.

Un mantra che ha caratterizzato particolarmente le nostre giornate e che, ad oggi, sembra essere più che mai attribuibile alla nostra situazione. È da diversi giorni che ci sembra di vivere su una montagna russa, una giostra così imprevedibile di emozioni in cui ci si sveglia felici, ci si incontra, si cerca di passare del tempo insieme, si studia, e poi improvvisamente tutto cambia da un momento all’altro. Alle risate e allo spirito di compagnia, ai racconti che sembrano subito ricordare l’atmosfera del Decameron, in cui tutti noi ci ritroviamo più che mai, subentrano le chiamate da parte di ambasciate e compagnie aeree, famiglie, responsabili internazionali e professori coordinatori del progetto Erasmus. È così che, nel giro di poche ore, quegli amici con cui credevi di poter condividere mesi di spensieratezza, ricordi indelebili e rapporti sinceri e genuini, si ritrovano da un momento all’altro a dover fare le valigie e a dover dire addio a tutto.

È così che le stazioni dei bus diventano il luogo in cui le lacrime, le risate, le promesse e i discorsi strappalacrime fanno da padrone, ma una cosa è certa: non sarà un virus a fermare la forza e lo spirito di una generazione di giovani che, come me, hanno ancora voglia di confrontarsi con il mondo e di non arrendersi. In fondo, al giorno d’oggi, non si è mai troppo distanti e soli; vivendo nella speranza che presto gli aeroporti e le stazioni saranno di nuovo quel luogo in cui sarà possibile riabbracciare non solo i propri cari in Italia, ma anche le splendide persone che un’esperienza come l’Erasmus mi ha dato la possibilità di conoscere, anche se per poco tempo.

Nella foto in alto, Maria Rosaria Rubino (seconda da destra) con un gruppo di colleghi dell’Erasmus, provenienti dall’Italia e da vari paesi europei, al confine tra Polonia e Slovacchia, a Zakopane, un villaggio invernale sui monti Tatra 

 

The Erasmus in the time of Coronavirus

If you are an university student eager to know the world, its cultures, its peculiarities and anything that characterizes it, living abroad and living it the fullest it’s the best opportunity that you can take.

When you are in your twenties and you decide to live abroad for a few months you should be ready to say goodbye to your loved ones for a while, trying to take a break from your daily routine and be ready to start a brand new life, keeping in mind that once you come back home, things will be exactly the way you have left them.

Thanks to this spirit of adventure and this passion to know the world I decided to take part for the second time to an experience that cannot be understood from those who haven’t lived it in the first place: the Erasmus+.

Living abroad for a certain period of months, getting to know a different academic system, studying in a foreign language, getting to know people from all over the world who share your same interests, travelling, make you understand parts of yourself that you didn’t even know, making your personality stronger, your behavior different; in other words: it makes you grow up.

Everything changes so fast and day by day the same people you thought were so different and far from you and your interests become part of your staying abroad, you suddenly start to share your daily life and your habits, your fears and your dreams, slowly becoming a “family”.

I left my city a month ago, when the nightmare of the Coronavirus was so far and so small that no one could have imagined that out of a sudden all people from my country would have been stuck in the same tragic destiny. I left Bitonto and Southern Italy with the optimistic conviction that an “influence” would have never blocked the life of millions of people. 

Once I got to Poland everything seemed so far from me, my optimistic spirit made me think that everything was “safe”; I would have never imagined that all my beloved ones would have been stuck in their houses; I would have never imagined that a virus that is so unpredictable and scary at the same time would have come here, in the cold city of Krakow. 

Yet, my optimistic spirit started to fade as soon as my host University decided to ban Italian students from their courses, thinking that we were the problem, thinking that only by avoiding us from their facilities would have made it easier to avoid the spread of the virus in this country as well.

This is how the small talks with people just met started to become deep conversations about fear, sadness, anxiety and concern not only about the situation to face in Poland, alone and far from our beloved ones, but above all about how our families were dealing with this. It is in such bad and hard times that strong and real friendships start, relationships in which you try to stay positive and at the same time you start to think on how live can be really unpredictable.

During these weeks, right before the emergency came to Poland and to the city of Krakow, me and my group of friends went to watch the movie which won the Oscar this year, and a quote particularly touched our souls: “You know what kind of plan never fails? No plan. No plan at all. You know why? Because life cannot be planned.”

A mantra that has characterized our daily life here and that, today more than ever, can be related to our situation here. In the last few days we feel like we are living on a roller coaster, where you cannot control your emotions. You wake up happy, you meet, try to spend time together, you study, you cook and get to know new tastes and new cultures and then suddenly everything changes. The laughthers, the spirit of narrating stories remembering the Decameron style in which we relate more than ever, start to become calls from the Embassies, from flight companies, from worried families and from Erasmus coordinators. It is how, from an hour to another, those friends with whom you thought you could have shared unforgettable moments, friendships and unique memories, start to pack their stuff and prepare to say goodbye to everything and everyone. 

It is how bus stations become the place where tears, laughters, promises and heartbreaking speeches surround the last goodbyes. But nothing will change the fact that it won’t be a virus to stop the strength and the spirit of a generation of young people who, just like me, still want to get to know the world and who don’t want to give up. At the end of the day, especially now, no one is alone, no one is far from each other. We all live in the hope that one day, really soon, airports and stations will be again those places where people can finally meet and hug their beloved ones, not only those who are waiting for us in our home countries, but also those amazing people that such an amazing experience like Erasmus+ gave me the opportunity to meet, even if for a short period of time.