Quando la pandemia sarà passata torneremo a investire in capitale culturale?

L'esperienza di alcuni studenti universitari pugliesi che, grazie alla piattaforma Microsoft Teams, continuano a svolgere da casa le proprie attività didattiche

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Da alcune settimane il coronavirus fa paura a tutto il mondo: Tedros Adhanom Ghebreyus, direttore generale dell’Oms, ha definito il fenomeno “la grande crisi sanitaria globale del nostro tempo”. L’umanità è alle prese con un virus nuovo, non certo pericoloso come le sindromi respiratoria mediorientale (Mers) e quella respiratoria acuta grave (Sars) oppure come l’Ebola (il cui tasso di letalità è stimato intorno al 50%) ma sicuramente più aggressivo rispetto agli altri coronavirus con cui periodicamente entriamo in contatto.

L’EPIDEMIOLOGIA E LA REAZIONE DEGLI STATI

Ogni anno in Italia il numero di decessi per polmonite – osserva Luca Richeldi, pneumologo presso il policlinico Gemelli di Roma – oscilla tra le undici e le tredici mila unità; i soggetti clinici, per la maggior parte, manifestano patologie pregresse e una capacità minima di reazione all’influenza stagionale”. Dal punto di vista della patogenesi, il Covid-19 si differenzia dalla semplice influenza: si insinua nelle basse vie respiratorie dove i recettori delle cellule sono ubiquitari.

Il virus però, dicono gli esperti, non avrà una crescita esponenziale perennemente stabile. Superato il picco, previsto per la fine di questo mese, il numero dei contagi, dei ricoverati in terapia intensiva e dei decessi tenderà a diminuire. Intanto, dal presidente del consiglio Giuseppe Conte al premier britannico Boris Johnson, dalla cancelliera tedesca Angela Merkel al presidente degli States Donald Trump, passando per il francese Emmanuel Macron, sono state prese tutte le misure necessarie per far fronte a questa drammatica crisi di ordine, per l’appunto, globale.

UNA DIDATTICA “ALTERNATIVA”

La pandemia del Coronavirus sta mettendo tutti a dura prova. Oltre ai medici e agli operatori sanitari, in prima linea contro la “malattia del secolo”, anche il mondo della formazione si trova nella necessità di rivedere le attività didattiche. A seguito della chiusura di tutte le scuole e le università, una task force del ministero ha iniziato a lavorare alle modalità per supportare la didattica a distanza.

Mariateresa, studentessa di infermieristica all’università cattolica del Sacro Cuore di Roma

Postando sulla propria pagina facebook l’hastag #LaScuolaNonSiFerma, la ministra Lucia Azzolina ha invitato studenti e insegnanti a “condividere con noi le vostre esperienze perché il digitale è un prezioso alleato”. Da un lato, l’istituzione scolastica e universitaria continua a perseguire il proprio compito sociale e formativo di “fare comunità”, dall’altro è garantita la continuità del percorso di apprendimento attraverso qualsiasi mezzo informatico: videolezioni, videoconferenze, chat di gruppo, interazioni su sistemi, app digitali e così via.

Nonostante il ritardo di comunicazione tra nord e sud, dovuto alla mancanza di una linea di comando e di direttive univoche, i rettori dei vari atenei hanno esortato la comunità accademica a consultare i propri portali e ad attivarsi per trasferire in via telematica le attività didattiche. Attraverso la piattaforma Microsoft Teams, scaricabile sul proprio computer o telefono, studenti e docenti interagiscono in aule virtuali, inviando materiali e caricando file.

Sfruttando le più avanzate risorse tecnologiche, l’app permette di accedere alle lezioni e recuperare le spiegazioni del docente. A distanza di qualche giorno dalla sperimentazione di questa nuova procedura abbiamo raccolto le impressioni di alcuni studenti universitari pugliesi, sparsi qua e là per il paese, per fare il punto su una novità che, forse, è anche una grande opportunità da sfruttare, soprattutto in una situazione emergenziale che pare destinata a protrarsi nel tempo.

UN APPRENDIMENTO “SHORT TERMISM”

L’esperienza della quarantena permette, infatti, di testare una modalità di apprendimento molto più “confort” che desta la piacevolezza del sentirsi “a casa”. Muniti di cuffie e altri dispositivi audio, basta cliccare sul pulsante “Unisciti a un team o creane uno”, inserire il codice alfanumerico presente sul sito del proprio corso di studio e poi cliccare “Partecipa al team”. Per evitare intoppi nelle comunicazioni, dovuti al sovraffollamento di voci, gli studenti disattivano il proprio “microfono” e la “videocamera”, riattivandoli per intervenire a lezione qualora lo ritengano opportuno.

Era l’ultima settimana di febbraio quando, sospese lezioni ed esami, il rettore ha pubblicato una guida, agile e completa, all’utilizzo della piattaforma Microsoft Teams, cui si accede dalla pagina web del proprio corso di laurea una volta inserite le credenziali personali”, spiega Maria Grazia, studentessa della magistrale in advanced design del prodotto industriale all’università Alma Mater Studiorum di Bologna. D’altro avviso è Lara, iscritta alla Accademia delle Belle Arti di Brera, la quale ha riscontrato problemi col software. “Uscire dall’applicazione è impossibile. Se chiudi Teams, rimane l’audio attaccato e devi terminare l’app dalle impostazioni per uscire dalla riunione. È stato grande il disagio percepito dai docenti nel non poter vedere in faccia i propri studenti e verificare l’effettivo coinvolgimento”.

Maria Grazia, iscritta alla magistrale in advanced design del prodotto industriale presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna

Non pochi, in effetti, gli “intoppi iniziali legati soprattutto all’inesperienza dell’utilizzo di questi programmi”, racconta Fedora, studentessa del Politecnico di Milano. Le tante realtà scolastiche e universitarie si trascinano dietro un problema di “lunga durata”, quale “l’assenza di un meccanismo di digitalizzazione virtuoso” mostrando un certo“ritardo rispetto ad altri paesi nei quali la didattica digitale rientra a pieno titolo nella formazione generica degli insegnanti”, lamenta Nicolò, studente della magistrale in economia a Bologna.

Ha dato alcuni problemi di ‘sovraccarico’, a causa dell’elevato numero di studenti collegati in riunione, ma le lezioni si sono svolte regolarmente” prosegue Giada, iscritta presso l’istituto Europeo di Design a Venezia.“Svolgendo a tempo pieno il loro incarico di infermieri alle prese con pazienti ricoverati e altri asintomatici, ugualmente recatisi in ospedale, i miei docenti hanno riscontrato enormi difficoltà a svolgere la didattica a distanza. Le lezioni, tuttavia, stanno andando bene, non ho ragioni per lamentarmi”, prosegue Mariateresa, studentessa di infermieristica all’università cattolica del Sacro Cuore di Roma.

IL VIRUS DELLE FAKE NEWS È PIÙ LETALE

Inchieste e rapporti, soprattutto statunitensi, dimostrano che è il comportamento umano che contribuisce maggiormente alla diffusione di falsità e/o verità. Le testimonianze degli intervistati suggeriscono che, al pari della crisi epidemiologica in atto, comprendere in che modo si diffondono le “fake news” e i contenuti virali ad esse correlati, è il primo passo da fare per contenerle ed evitare che la pandemia dilaghi.

Giuseppe, al sesto anno di medicina e chirurgia presso l’ateneo Siena

Già la sera di quel venerdì di febbraio, la notizia che confermava i primi contagi a Codogno ha scatenato un panico generalizzato tra la gente. La disinformazione ha aggravato ulteriormente la situazione. Il fatto che tra i medici ed epidemiologi ci sono punti di vista differenti non deve distoglierci dal rispetto delle misure sanitarie, se davvero vogliamo limitare il più possibile la diffusione del contagio, salvaguardando la popolazione con minori difese immunitarie”, afferma Giuseppe della facoltà di medicina e chirurgia dell’università di Siena.

Ma è davvero possibile separare l’informazione corretta dalla disinformazione? “Non bisogna farsi prendere dal panico, ma nemmeno fingere che non esista. Evitare gli estremismi mi sembra l’atteggiamento più responsabile e razionale, perché potremmo essere positivi senza saperlo con certezza”, ribadisce Giada.“Le notizie dell’ultimo minuto, rimbalzate sui giornali e dai servizi televisivi, inseguono la logica dello scoop che soddisfa l’esigenza di tempestività, a fronte della doverosa verifica dei fatti. È allarmante constatare che certi politici si prestino a diffondere su un hastag atteggiamenti allarmistici”, lamenta Nicolò. “Le continue campagne d’odio e lo sciacallaggio sui social non sono una prova lampante delle nostre più intime paure e inquietudini?”, si domanda Lara.

È pazzesco che le fake news viaggino ad una velocità maggiore rispetto al coronavirus: complottismo, il coronavirus arma batteriologica creata dagli Usa per danneggiare economicamente la Cina, Bill Gates “profeta” della diffusione internazionale del virus, tutta colpa della tradizione culinaria cinese e dei pipistrelli. Dove sono le istituzioni sanitarie e politiche, ora che andrebbe vagliata criticamente la qualità dei contenuti informativi?

LA SOLITUDINE RAVVIVA IL BISOGNO DI COMUNITÀ

Quanto tempo ci vorrà e quanto draconiane dovranno essere le restrizioni sociali? Uno stile di vita da reclusi non è sostenibile per periodi così lunghi. Troppo prematuro, quindi, prevedere quando torneremo a vivere nella normalità. Attualmente, il numero delle persone contagiate dal coronavirus in tutto il mondo è di oltre 200mila persone (leggi l’ultimo bollettino della Johns Hopkins University) e il livello d’allarme resta alto in tutto il mondo, Stati Uniti ed Europa soprattutto.

Giada (da sinistra), iscritta presso l’istituto Europeo di Design a Venezia, con alcune colleghe

Qualora fossi risultata portatrice asintomatica non mi sarei mai perdonata la ‘colpa’ di aver contagiato la mia famiglia; per questo ho deciso di non tornare in Puglia. Qui a Venezia ho il conforto dei miei amici e continuo a lavorare in modalità smart working dal pc”, spiega Giada. “Noi italiani siamo sempre stati un po’ individualisti: non ci è mai piaciuto rispettare le regole; svaligiare i supermercati perché convinti che ci sia una crisi alimentare o acquistare compulsivamente mascherine lasciandone sguarniti i medici è l’apice di una psicosi che non giustifico”, chiarisce Fedora.

L’aver inasprito i controlli e sanzionato i comportamenti scorretti perché irresponsabili, sta scuotendo le coscienze di tutti gli italiani: la responsabilità dev’essere individuale prima ancora che collettiva. Solo se uniti nel rispetto delle regole potremo finalmente svegliarci da questo brutto incubo”, auspica Maria Grazia.

Ora più che mai non dobbiamo abbassare la guardia, continuando a rimanere a casa e invitando i nostri cari, famigliari e amici, a fare altrettanto. Il mondo è cambiato molte volte e sta cambiando di nuovo. Tutti noi dovremmo adattarci a un nuovo modo di vivere, di lavorare e creare relazioni. La solidarietà non è solo una faccenda emotiva. La vera risposta alle nostre fragilità sociali e strutturali è ragionare in termini di popolo, coltivando una visione comune. Consapevoli che dopo quest’immane sacrificio imposto alla “comunità umana” torneremo a prenderci cura di noi, dei nostri figli, dei nostri familiari, degli amici.  Insomma, a vedere la luce fuori dal tunnel. Dobbiamo solo pazientare ancora per un po’ e rimboccarci le maniche. #Andrà tutto bene.