“Ricordati di onorare la nostra famiglia umana”

Maurizio Bettini presenta a Gioia del Colle “Homo sum. Essere umani nel mondo antico”, il volume in cui spiega come i doveri degli antichi siano a fondamento dei diritti moderni

Sono dell’opinione che le vite umane vanno salvate ovunque si possa farlo. Nessuna istituzione che abbia la possibilità di salvare vite può operare una selezione in alto mare, perché questo significherebbe condannare a morte degli esseri umani”. Sembrano parole pronunciate da un attivista per i diritti umani o da qualche guru del sistema massmediatico. Comparsa sul settimanale tedesco Der Spiegel, questa dichiarazione permise a Heinrich Böll di guadagnarsi il premio Nobel per la letteratura nel 1981.

Lo scrittore tedesco sostenne, infatti, l’equipaggio della nave Cap Anamur, che aveva salvato in mare alcuni boat people vietnamiti, denunciando la responsabilità morale dei Khmer rossi e della comunità internazionale. Siamo all’inizio degli anni Ottanta, attraversati da una crisi migratoria causata dall’aumento delle disuguaglianze sociali e da un’economia capitalistica, i cui benefici erano appannaggio unicamente degli occidentali, soprattutto europei e nordamericani.

L’intervento di Maurizio Bettini

Ma spostiamoci ora nel Mediterraneo centrale, di fronte alla Libia, luogo di tragedie umane e disastri navali. I numeri delle vittime che solitamente leggiamo indicano solo i corpi ripescati in acqua oppure quelli spinti dalle onde fino alle coste libiche o tunisine. Ma quanti di noi hanno consapevolezza che il numero di coloro che affondano per sempre e non vengono recuperati è molto superiore? L’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati parla di oltre diciottomila migranti morti o dispersi nel Mediterraneo dal 2014.

I parlamenti delle democrazie liberali e i talk-show televisivi sembrano interessanti, in realtà, più al “grande” dibattito su chi dovrebbe occuparsi dei salvataggi e su quali siano i motivi, da considerarsi sufficientemente validi, per accogliere chi fugge dalla propria patria. Nel frattempo, anche l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) ha lanciato l’allarme: il confine dell’Europa meridionale è attualmente il più pericoloso al mondo per migranti e rifugiati che, purtroppo, continuano a morire in mare.

La generazione di chi scrive si pone, invece, una domanda molto più cruciale. Vogliamo lasciar morire altri esseri umani che cercano il nostro aiuto o vogliamo salvarli? E come vorremmo essere trattati noi? Interrogativi che si pone anche Maurizio Bettini, filologo classico presso l’università di Siena e scrittore, noto al pubblico per l’approccio antropologico sperimentato nello studio della civiltà antica, segnatamente greca e romana, grazie a cui indagare le continuità ovvero le discontinuità con il mondo e la società attuali.

In occasione dell’anteprima della notte nazionale del liceo classico, iniziativa ideata dal prof. Rocco Schembra e ormai giunta alla sua sesta edizione, Bettini, in tour per alcuni centri del barese, ha fatto tappa a Gioia del Colle, dove ha tenuto una lectio magistralis sul problema dei diritti umani nel mondo classico, tema al centro del suo ultimo saggio Homo sum. Essere “umani” nel mondo antico, edito da Einaudi. La manifestazione è stata organizzata dal liceo classico “P. Virgilio Marone”, assieme all’Iss licei “Canudo-Marone” e Iti “Galilei”, con l’attenta partecipazione dell’associazione dei genitori e con il Libro Possibile. Ad introdurre l’evento, subito dopo i saluti del dirigente scolastico Rocco Fazio, Grazia Procino e Angela Leo, docenti di lettere.

Il volume mette a confronto gli antichi e noi, a cavallo dei secoli e dei millenni, scegliendo i “diritti umani” come prospettiva, ovvero come lente attraverso cui osservare il mondo antico. Di modo che, pur consapevoli dello scarto culturale e temporale, siano empiricamente visibili alcuni rapporti di dipendenza che intercorrono tra le concezioni moderne e il pensiero classico su questo terreno.

“Tra i drammatici fatti di cronaca relativi alla crisi migratoria e le vicende narrate nel primo libro dell’Eneide è possibile scorgere alcuni, significativi parallelismi. Quei profughi in fuga da Troia in fiamme alla ricerca di un porto sicuro in Italia, i quali, pur riuscendo a sbarcare sulle coste della Libia, si vedono rigettati in mare dai cartaginesi, in fondo hanno vissuto un dramma analogo a quello dei migranti a bordo dei barconi e delle Ong, alle quali è negato il permesso di attracco nei porti italiani”, esordisce Bettini davanti a una platea gremita di studenti.

Il lamento del troiano Ileneo è un atto d’accusa contro un popolo che, negando agli stranieri perfino di sostare sul bordo estremo del lido, non può che essere barbarus, incivile. La regina Didone, tuttavia, avendo sofferto pene simili a quelle che hanno afflitto i troiani, profuga anch’essa da Tiro per scampare alla persecuzione del fratello Pigmalione, ha compassione dei naufraghi troiani e promette di accoglierli con parità di diritti”, spiega Bettini.

Il primo libro dell’Eneide, dunque, ha inaugurato un lungo percorso al termine del quale, grazie alle rivoluzioni americana e francese, col contributo determinante dell’illuminismo, si è giunti alla Dichiarazione dei diritti umani (human rights), nel cui preambolo si legge che essi sono “protetti da norme giuridiche”. Anche la nostra Costituzione (Parte I, Articolo 2) riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo. In che modo e fino a che punto, quindi, si può parlare di “diritti umani” a proposito del mondo antico?

L’espressione latina ‘ius humanun’ o ‘iura humana’, assai ricorrente negli scrittori romani, da Cicerone a Tacito, compare di norma in contesti che lamentano la violazione di tale diritto, ossia in situazioni contrassegnate da violenza, brutalità, efferatezza. La definizione novecentesca di ‘famiglia umana’ si rifà chiaramente alla concezione universalistica dello stoicismo e, in particolare, di Seneca, il quale afferma esplicitamente che la natura ha generato gli uomini parenti (cognati) tra loro”, chiarisce il professore.

Vengono anche messe a nudo le profonde divergenze che ci separano dalla società e dalla cultura del mondo antico: il principio dell’uguaglianza tra gli uomini dei moderni fa a pugni con la divisione, tipicamente ellenica, degli uomini in “greci” e “barbari”; il ruolo di marginalità sociale attribuito alla donna nella società antica contrasta con il rifiuto della discriminazione fra i sessi. La pratica, crudele ma strutturale per le società antiche, della schiavitù o della tortura sarebbe incompatibile con le libertà individuali garantite dalle democrazie liberali.

A differenza dei moderni, gli antichi consideravano sacro il dovere di ospitalità verso lo straniero e ne punivano la trasgressione con l’ira degli dei, perché essi serbano memoria di ciò che è giusto e di ciò che è iniquo. Lo sapevano bene, nella Grecia dei secoli VII-VI a.C., i sacerdoti votati al culto di Bouzyges, l’eroe attico che per primo aveva aggiogato i buoi all’aratro.

Ogni anno, all’inizio dei lavori agricoli, i bouzyges ripetevano il rito dell’aratura sacra, in occasione del quale “scagliavano anche una maledizione contro tre distinte categorie di persone, i cui comportamenti apparivano particolarmente riprovevoli: coloro che negavano fuoco o acqua a chi ne faceva richiesta; coloro che si rifiutavano di mostrare la strada agli erranti; e infine coloro che lasciavano insepolto un cadavere”, precisa Bettini, ammonendo che non si trattava di interdizioni ma di obbligazioni. Dei doveri di solidarietà dell’uomo verso l’altro uomo, al venir meno dei quali si è esposti alla rovina del raccolto, ma anche della polis, della stirpe, del proprio mondo.

E lo stesso era per i romani: mentre Cicerone, nel suo De officiis, pur parlando di “società umana”, si preoccupa di limitare alcuni doveri elementari (communia), commisurandoli alle risorse di chi li offre (parenti, amici “più interni” e concittadini), per Seneca essi costituiscono, all’opposto, solo la soglia minimale affinché si possa veramente parlare di comportamento umano. Mitezza, benevolenza, civiltà, disponibilità nei confronti degli altri, educazione, comportamento civile, sono termini che traducono il concetto di ‘umanitas’, corrispettivo latino del termine greco philanthropia.

Nella nostra memoria questo sintagma si lega, in particolare, al celebre verso di Terenzio: ‘Homo sum, humani nihil a me alienum puto’. Piuttosto che un elogio dell’essere umano, come di solito viene interpretato, si tratta di un elogio dell’indiscrezione, da un superamento, cioè, delle barriere in nome della comune umanità degli uomini. Una considerazione indiscutibilmente attuale, in un paese come il nostro, in cui ogni giorno, dai social media alle dichiarazioni ufficiali dei politici, dai discorsi da bar alle colonne di molti giornali sentiamo rimbalzare lo slogan: prima gli italiani”, conclude il filologo.

Soprattutto oggi, mentre il nostro paese e il mondo intero sono sempre più popolati (invasi secondo alcuni) da stranieri, da sconosciuti o da gente il cui aspetto o il cui comportamento ci colpisce o ci inquieta, il principio dell’umanità, che gli antichi Greci e Romani seppero concettualizzare magistralmente, torna a simboleggiare la volontà di conoscere, prima di tutto, coloro che giungono sulle nostre coste o che valicano i nostri confini. Gli stoici, ai quali si deve, in embrione, la formulazione del cosmopolitismo, ci ricordano che ha senso parlare di “stranieri” proprio perché nessuno può dirsi tale sulla terra.

Il volume di Bettini suggerisce, in conclusione, un altro modo di valutare la rilevanza dei “classici” all’interno della nostra memoria culturale. Grandi libri non sono solo la letteratura, ma anche idee, modi di pensare, costumi che, scivolando fra le maglie della poesia o della prosa, si insinuano nella mente degli uomini, modificandone il modo di vedere la vita e di viverla. I grandi libri sono cultura, civiltà che dura, non mera prosa o poesia. In ciò sta la loro “inattuale attualità”.

Nella foto in alto un particolare dell’Incendio di Borgo di Raffaello, Musei Vaticani.