Matematica amore mio!

Sono il 37 per cento in più gli iscritti al corso di laurea nel corrente anno accademico, in linea col trend positivo delle immatricolazioni all'università di Bari

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Nonostante le rivolte studentesche degli anni Sessanta abbiano prodotto profonde e rilevanti trasformazioni sociali nel nostro paese, garantendo, ad esempio, a un più ampio bacino d’utenti l’accesso agli studi universitari, sino ad allora riservati all’élite destinata a diventare classe dirigente, le famiglie italiane oggi, pur considerando la formazione universitaria un passaggio necessario e inevitabile in una società ultra-specializzata come quella in cui viviamo, non possono non fare i conti con un investimento economico che, comunque, risulta molto gravoso.

Tasse, manuali, abbonamenti ai mezzi di trasporto per i pendolari, vitto e alloggio per i fuorisede: queste e tante altre sono le necessità di uno studente universitario, e non stupisce se in tempi di crisi, come gli attuali, molti abbiano pensato di sacrificare “il superfluo”, puntando su guadagni più immediati, a cui accedere senza un titolo accademico. Eppure, i dati di Almalaurea, il consorzio interuniversitario che fa da ponte tra istituzioni accademiche e mondo del lavoro e delle professioni, registrati nell’ultimo decennio hanno dimostrato come il tasso di occupazione dei laureati, a un anno dal conseguimento del titolo, sia di molto superiore a quello dei diplomati, con conseguenze notevoli anche sulla busta paga.

Allora, sarà proprio giusto considerare la scelta di continuare gli studi dopo il diploma di scuola superiore un semplice “vezzo” o una spesa troppo gravosa, di cui fare volentieri a meno? Considerando che viviamo in un momento storico-politico molto particolare, in cui la meritocrazia sembra ridotta a semplice vessillo da sfoggiare durante i comizi ma senza alcuna applicazione reale, in cui spesso il potere e la facoltà di parola vengono affidati anche a degli incapaci grazie alla potenza dei social, per molti, tuttavia, appare legittimo terminare la propria istruzione a 18-19 anni per lanciarsi subito nel mondo del lavoro, migrando in altre parti d’Italia o direttamente all’estero. Ma questo è davvero l’unico scenario possibile per la generazione di giovani rimasta più inascoltata nella storia dei paesi più sviluppati d’occidente?

La terra di Bari è tra le poche ad aver risposto negativamente al quesito, perché, scaduti i termini delle immatricolazioni all’anno accademico 2019/2020, l’università “Aldo Moro” ha reso noti i dati che registrano la vitalità del mondo accademico pugliese. Confrontando i numeri degli ultimi due anni, è possibile riscontrare, infatti, un generale aumento degli iscritti, nella maggior parte dei venti dipartimenti, con in testa quello di Matematica, con una crescita del 37% rispetto all’anno 2018/2019.

Il primato, per numero di iscrizioni, è ancora detenuto dal dipartimento di Lettere, Lingue e Arti, che vede un incremento del 3% rispetto allo scorso anno; seguono la scuola di Medicina, in aumento del 2%, e il dipartimento di Scienze della formazione, psicologia, comunicazione, in pareggio. Tra i dipartimenti con un migliaio di iscritti, si registra, invece, un lieve calo di Economia, Management e Diritto dell’Impresa (- 3%); cali sensibili si registrano anche nei dipartimenti di Scienze della Terra (- 25%), Scienze agro-ambientali e territoriali (- 24%), Scienze del suolo, della pianta e degli alimenti (- 21%) e Chimica (- 10%).

D’altro canto, è in netto aumento il gradimento non solo nei confronti degli studi di Matematica, ma anche di quelli di Biologia (+ 30%), Fisica (+ 20%), Informatica (+ 14%) e Studi Umanistici (+ 9%). I dipartimenti non menzionati registrano lievi oscillazioni generalmente positive, che testimoniano la resistenza della nostra terra, qualità distintiva del Mezzogiorno, in netta controtendenza rispetto alle stime delle regioni più industrializzate, stando alle indagini degli ultimi anni.

È bene notare che le leve universitarie di quest’anno includono, tra le 11.342 unità, i nativi del nuovo millennio: sarà un segno di speranza che smentisce quei triti luoghi comuni troppo spesso accollati alle nuove generazioni? Ce lo auguriamo vivamente!