Il sacrificio di Michele Tatulli non può essere vano

Nella giornata delle vittime del terrorismo, Bitonto ricorda l'agente Michele Tatulli, assassinato quarant’anni fa a Milano dalle Brigate Rosse

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Italia, anni Ottanta. Le Brigate Rosse proseguono la lotta armata contro lo Stato, organizzando e mettendo a segno attentati, sequestri di persona, ferimenti e agguati mortali. Il martellante susseguirsi di questi episodi e la loro risonanza nell’opinione pubblica danno l’impressione che le Br siano nuovamente unite e che la loro offensiva possa continuare a lungo.

In quegli anni, molti giovani lasciano il sud per servire le istituzioni, lontano dal proprio paese. Tra questi c’è anche il bitontino Michele Tatulli, classe 1955, in servizio al commissariato di Porta Ticinese a Milano. La mattina dell’8 gennaio 1980, mentre è di pattuglia in via Schievano, alla periferia della città, viene barbaramente assassinato insieme ai colleghi Antonio Cestari e Rocco Santoro. L’agguato viene rivendicato dalla colonna Walter Alasia: il “benvenuto” al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, appena nominato capo della divisione Pastrengo, pronto ad attuare le norme antiterrorismo.

Che cosa ha rappresentato l’omicidio di Michele Tatulli e dei suoi compagni? Quale lezione dobbiamo trarre dalla strage dell’8 gennaio? A quarant’anni da quel giorno in cui Bitonto visse da vicino le tenebre della “notte della Repubblica”, come Sergio Zavoli definì la stagione del terrorismo, le istituzioni e la comunità bitontina si sono stretti intorno ai parenti dell’agente assassinato, nel ricordo, essenziale ma anche profondamente doloroso, di una “vittima innocente del dovere”.

La lapide che ricorda l’assassinio dei tre agenti in via Schievano a Milano

La cerimonia si è articolata in due momenti: la scopertura di una stele commemorativa, presso il commissariato di polizia, e un incontro al Traetta, coordinato dal giornalista Vito Giannulo, a cui hanno preso parte il sindaco Michele Abbaticchio, l’arcivescovo Francesco Cacucci, il dirigente della Digos Michele De Tullio, il procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia, Francesco Giannella. Al dibattito hanno portato un contribuito il questore di Bari, Giuseppe Bisogno, il prefetto Antonella Bellomo e il vicecapo della polizia Antonio De Iesu.

Il giovane Aldo Moro scriveva che uno Stato democratico ha il dovere di realizzare la giustizia, creando le condizioni di un più alto equilibrio sociale e politico. Una posizione coraggiosa negli anni Sessanta e Settanta, in cui la decadenza dei valori morali e delle virtù civiche rendeva sempre più difficile e problematica la guida dello stato. L’esempio di Moro può servire a ravvivare nei giovani il sacro fuoco della politica”, ha osservato mons. Cacucci, parlando alla platea del Traetta, formata in gran parte da studenti delle scuole superiori.

Da quando sono entrato in magistratura, ho capito quanto sia importante avere il coraggio di schierarsi dalla parte della giustizia. Esorto voi giovani ad essere sempre determinati nell’anteporre il male al bene – ha affermato il procuratore Francesco Giannella – nella consapevolezza che nessun assassinio per nessuna causa può essere giustificato”.

L’incontro al Traetta

Se le forze dell’ordine avevano rappresentato per decenni il bersaglio principale dell’aggressione terrorista, rivolta a colpire gli uomini in divisa, braccio armato della controrivoluzione, come si leggeva nei proclami dei brigatisti, “il successo dell’attività della polizia sull’intero territorio nazionale è il segno evidente che lo Stato oggi è in grado di intervenire con risoluta efficacia”, ha detto il prefetto Antonella Bellomo.

Le dichiarazioni di alcuni brigatisti pentiti o dissociati hanno rivelato che gli stessi militanti erano consapevoli che la loro rivoluzione era fallita prima ancora di cominciare; mancava di una premessa forte, non aveva presupposti per risultare efficace. Tant’è che alla fine lo stato democratico ha trionfato, sebbene abbia dovuto pagare un prezzo altissimo in termini di vite umane, lutti, beni e distruzioni.

Mantenere viva la memoria di Michele Tatulli è fondamentale per chiunque svolge un servizio nel rispetto e nella fiducia per le istituzioni. È bello e utile comunicarlo a voi giovani, la generazione del futuro, affinché avvertiate la necessità ineludibile di appartenere a una comunità solidale”, ha concluso Antonio De Iesu.

Al termine dell’incontro restano aperti, tuttavia, alcuni interrogativi. Che cosa ha fatto lo stato per Michele Tatulli, al pari di tante altre vittime del terrorismo? Per coloro che portano ancora i segni delle ferite subite? “Ogni 8 gennaio, nel raccontare ciò che accadde a mio fratello, rivivo quel tragico momento con l’amarezza di uno Stato che è stato assente e disinteressato a come la mia famiglia ha vissuto questa tragedia indescrivibile”, ricorda Grazia Tatulli, sorella di Michele.

Il problema non può certamente esaurirsi in una riparazione economica. Resta fondamentale una presa di coscienza, la più ampia e più onesta possibile, di ciò che è stato davvero il fenomeno dello stragismo negli anni settanta e ottanta. Perché di tutto ciò che è successo in quella tormentata stagione politica nel nostro Paese, in realtà, siamo tutti responsabili. Il palazzo, impegnato più a curare i propri interessi che non a cogliere i segnali del grave malessere sociale che si annidava nella società del tempo, la comunità dei cittadini, incapace di reagire prontamente e all’unisono all’offensiva terroristica.