La vita senza ritorno di un cavaliere moderno

Un saggio di Dominique Venner, tradotto da Gaetano Marabello e presentato a Bari, coglie i segni dell'attualità storica dimentica di radici e identità

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Le grandi letture, quelle che aiutano a capire lo spirito (talvolta decadente) del tempo, del nostro tempo. E poi le radici d’Europa, il destino antico di una paternità culturale, il tempo stesso (e, forse, anche il tempio) in rovina. Davvero tante le suggestioni che offre un libro così. Parliamo di Cuore ribelle. La via senza ritorno d’un cavaliere moderno di Dominique Venner (Controcorrente Edizioni), tradotto dal francese da Gaetano Marabello, autore anche dell’interessante prefazione al testo. Il volume, presentato recentemente a Bari, con grande attenzione da parte degli specialisti e della stampa, anche nazionale, raccoglie i pensieri (alti e tragici) di un autore ancora poco conosciuto, per lo meno rispetto alla sua indubitabile ed invidiabile capacità di cogliere i tristi segni di un’attualità storica dimentica di radici e identità.

Marabello è nome ben conosciuto nel panorama della ricerca storica più “controcorrente” e coraggiosa. Di formazione giuridica, è giornalista e polemista. Suoi alcuni titoli molto letti in questi anni di necessaria rivisitazione storiografica attorno al percorso risorgimentale di unificazione del paese.

Questa volta, ma non solo, Marabello si dedica alla ricognizione attorno alle idee fondanti occidentali, studiando un personaggio, come appunto il Venner, che, a proposito della questione delle idee e di una certa decadenza del mondo moderno (tema non nuovo in una certa letteratura), ha scritto molto, con piglio ora storico e storiografico, ora filosofico ed ideale, ora sociologico e politico.

Un’attenzione prettamente analitica, pur con un taglio fortemente polemico, verso le brutture innanzitutto estetiche di una certa imperante e materialistica contemporaneità. Perché essenzialmente questo è stato Venner. Lo si capisce bene nel libro di cui parliamo, autobiografico, datato 1992, ora finalmente e meritoriamente reso in italiano da Marabello e da una casa editrice, da sempre impegnata nella promozione e riproposizione di un’editoria poco incline a seguire i gusti delle mode.

Già, perché esistono anche le mode “culturali”. Particolarmente perniciose. Venner è uno spirito identitario, che sceglie, alla Jünger – un pensatore che non a caso lo entusiasmerà oltremodo –  di allontanarsi dalla mediocrità distorsiva e massificata, lasciando anche il mondo metropolitano e le sue soffocanti convenzioni.

Un baluardo, dunque, quest’uomo, “europeo nel senso antico e spirituale della parola”: un ribelle, come anche il titolo del libro ci ricorda. Altro termine che, senza dubbio, rimanda a Jünger. Imprescindibile la prefazione di Marabello, non foss’altro per percepire i perché di una reazione che poi porterà Venner, scrittore e storico autore di volumi di grande interesse (a lui il premio dall’Académie Française per la sua Histoire de l’Armée rouge), a compiere quello che comunemente definiamo “gesto estremo”.

Era, infatti, il 21 maggio 2013, quando all’interno della cattedrale parigina di Notre Dame, un colpo di pistola mise fine alla sua vita. Queste fasi ultime ricostruisce Marabello in una prefazione, vero e proprio saggio. Venner non de-sacralizza quel che, piuttosto, egli vuole ancor più sacralizzare o quantomeno riconoscere (perché oggi il vero problema è questo: l’assenza dei segni, tutto è livellato e irriconoscibile nel suo senso), richiamando anche le origini celtiche di un luogo così importante per tutto l’occidente “spirituale”: Notre Dame, appunto.

Ma Venner, per Marabello, non è uno sconfitto. Egli è anzi da ricollegare alla figura del samurai. Ecco un haiku del poeta settecentesco giapponese Yosa Buson, versi che Marabello dedica a Venner: “Cadono i fiori di ciliegio sugli specchi d’acqua della risaia: stelle, al chiaror d’una notte senza luna”. Marabello intuisce la difficoltà di far passare il messaggio, ma è il messaggio di un guerriero, pronto a combattere, forse a perdere una battaglia, un’importante battaglia, tuttavia puntando sempre sull’imprevedibilità della storia e del futuro.

Qualcosa non facile da percepire, comprendere, giustificare con la mentalità strettamente mondana. Ne siamo più che consapevoli. Noi per primi rinunciamo al giudizio (tantomeno “contro” Venner, peché sarebbe oltremodo disumano). Ma leggiamo Marabello con estrema curiosità. Un Marabello persuasivo. “Nella guerra d’Algeria, su ordine e per necessità abbiamo ucciso e abbiamo visto uccidere, talora in maniera atroce. Questa guerra ha fatto di noi l’ultima generazione europea costretta alla prova della morte in faccia e che ha conosciuto il volto virile dell’esistenza. Lo ritengo un privilegio”. Sono parole di Venner. Parole inserite in un contesto bellico poi profondamente da lui rivisto: perché, alla fine, “affermando l’identità del mio popolo, io difendo quella di tutti i popoli”. Parole, anche queste, di un ribelle, un “ribelle per fedeltà”.

Nella foto in alto, Dominique Venner