Sulle orme di Leogrande, giornalista di frontiera

Con un dibattito allo Spazio 13 di Bari, parte il progetto itinerante sul giornalista tarantino che per primo denunciò lo sfruttamento dei braccianti stranieri in Puglia

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Un racconto originale e accurato è destinato a non perire mai. Soprattutto se a realizzarlo è stato Alessandro Leogrande, indimenticato giornalista tarantino, scomparso prematuramente nel novembre 2017, i cui reportage continuano tuttora a narrare storie di confine e sfruttamento. “La frontiera” è, indubbiamente, una delle sue opere più riuscite: una narrazione puntuale con un focus ravvicinato sul fenomeno migratorio nel Mediterraneo.

Partendo proprio da questo suo celebre racconto, pubblicato nel 2015 da Feltrinelli, è nato il progetto La frontiera – L’impegno civile dell’intellettuale Leogrande, ideato e promosso dalle cooperative Ulixes e Quarantadue, dall’associazione Fatti d’Arte e da GUD.

Le acciaierie di Taranto – Foto di Lisa Fioriello

Finanziato dalla Regione Puglia, La frontiera è un itinerario articolato in sette workshop che si snoderà in sei centri pugliesi: Bari, Molfetta, Terlizzi, Bisceglie, Taranto e Conversano. Oltre a dibattiti sulla figura di Leogrande e ai temi di stringente attualità, che ne hanno caratterizzato l’impegno di giornalista ed intellettuale, verrà presentata la mostra crossmediale La frontiera. Sui luoghi di Alessandro Leogrande.

Il primo appuntamento si è tenuto a Spazio 13, centro culturale nel cuore del quartiere Libertà di Bari, e si è avvalso della presenza dello scrittore e sociologo Leonardo Palmisano e di don Vito Piccinonna, direttore della Caritas Diocesana e presidente della Fondazione Santi Medici. Il dibattito, moderato da Fabrizio Versienti, firma del Corriere del Mezzogiorno, ha ripercorso i punti salienti della intensa, seppur breve, carriera del giornalista tarantino, dalle sue primissime indagini sulle nuove mafie ai puntuali racconti sul fenomeno del caporalato in Puglia, passando per i reportage sulle migrazioni dai Balcani e dall’Africa verso l’Italia.

Un lavoro straordinario, quello di Leogrande, che ha permesso di inquadrare, anticipandole, problematiche che interessavano, e interessano, la nostra regione e di cui pochi avevano compreso l’importanza. Partendo dalla sua Taranto, è stato tra i primi a scoprire ed evidenziare lo sfruttamento dei braccianti stranieri da parte di imprenditori senza scrupoli, senza dimenticare le sue indagini sul campo, realizzate in luoghi malfamati e pericolosi.

“Alessandro ci dimostra quanto sia importante preservare le radici e imparare a raccontarle con interesse ma anche con sana provocazione. La sua penna, oggi, ci manca molto perché, grazie al rigore con cui osservava la realtà, ha consentito a tutti noi di partecipare alle storie e vivere le periferie che ha raccontato”, ha detto don Vito Piccinonna.

Classe ’77, collaboratore di alcune delle testate nazionali più importanti, dal Manifesto a Internazionale, da l’Unità a Panorama al Fatto Quotidiano, Leogrande ha avuto il merito, come ha fatto rilevare Palmisano, di “mescolare l’approccio etnografico con la necessità di offrire ad un paese sottoculturato un racconto leggibile, con la sensibilità, l’impegno e la statura culturale di un vero intellettuale europeo”.

“In Leogrande è presente la lezione di Kapuściński: era in grado di raccontare non soltanto la periferia ma anche la borghesia tarantina”, ha proseguito. “Ad Alessandro chiesi di candidarsi a sindaco di Taranto. Con lui avremmo avuto una grande occasione per sviluppare una città postindustriale”, ha reso noto Palmisano.

Ragazzi che fanno il bagno nelle acque del porto di Taranto – Foto di Savino Carbone

Taranto, la città in cui Leogrande è nato e che ha segnato il suo intero percorso intellettuale, è anche al centro del progetto crossmediale, realizzato a quattro mani dal giornalista Savino Carbone e dalla fotografa Lisa Fioriello. I due giovani bitontini hanno ripercorso le tappe salienti del suo lavoro e raccontato, attraverso strepitosi scatti e un videoreportage inedito, non soltanto il suo incessante e proficuo impegno professionale, ma anche come si sono sviluppate nel corso del tempo le realtà descritte dallo scrittore: dalle storie dei braccianti stagionali del gran ghetto di Rignano Garganico a quelle dei tarantini del quartiere “Tamburi” e degli operai dell’ex Ilva.

“Leogrande riusciva a conservare la lucidità del ragionamento anche quando tornava dalle inchieste sul campo, ma nei suoi scritti restituiva tutto il dramma e la forza delle vicende umane narrate. Sosteneva un giornalismo slow, lontano dalla puntura del quotidiano. Amava osservare e riflettere, partendo dal particolare della sua città ed elevando il dibattito su un piano di approfondimento ben più vasto, toccando tematiche ben più complesse”, ha concluso Palmisano.

Nell’immagine in alto, un lavoratore extracomunitario tra i campi  di Rignano Garganico. Foto di Lisa Fioriello