Almodovar “dolor” y gloria del cinema spagnolo

Trasgressione e giocosa passione nell'ultimo film del regista, gemma tra le più preziose del festival barese dedicato alla cinematografia iberica

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È un po’ di tempo che si è diffuso un termine che sembra, ormai, aver preso piede nel nostro immaginario e che ancora non si sa bene quanti significati racchiuda, essendosi ampiamente arricchito rispetto al suo senso etimologico e letterale: “cinefilo”. Chiunque l’avrà sentito almeno una volta, perché è una di quelle parole che divide in due gli spettatori, comodamente seduti in sala. Da una parte i “bifolchi”, dall’altra i cinefili. Pochi, pochissimi.

Come accade spesso, è stata riempita di supponenza e arroganza una parola bellissima che dovrebbe designare gli amanti del cinema, quelli che gareggiano in resistenza con Woody Allen, che da bambino aveva visto tredici film in una sola settimana.

Una scena del film Dolor y Gloria

Coloro che, per dirla una volta per tutte, non perdono mai lo stupore e l’entusiasmo, quando si parla di cinema. Tutta questa premessa per dire che proprio alla platea dei cinefili si è rivolta la rassegna del cinema spagnolo, svoltasi a Bari dal 15 al 18 ottobre. Rassegna dominata da un grande, un colosso, il jolly, la carta più potente del cinema iberico. Per quanto il talento spagnolo riservi sorprese di continuo, cresca e si evolva a vista d’occhio, presenti novità e freschezza più di ogni altro avversario europeo (perfino più dei francesi, “mesdames et messieurs, je suis désolé”), Almodovar continua imperterrito a detenere il primato, a tenersi stretti trono e corona.

Perciò era impossibile che al festival itinerante del cinema spagnolo – approdato per la prima volta a Bari, grazie alle associazioni Dicunt di Antonella Sardelli e italo-spagnola ACIS-BARI, insieme al Centro de Estudios Lingüísticos, potesse mancare l’ultimo capolavoro di questo regista, gemma tra le più preziose di un cartellone dedicato alle pellicole di cineasti del calibro di Jaume Balagueró, Alejandro Amenábar a Javier Bardem.

Struggente, bellissimo, poetico, Dolor y Gloria, è perfetto in ogni fotogramma. Un film che ripercorre le origini del cinema di Almodovar, che torna alle radici, che rivela molto di quell’animo tormentato e brioso, di questo regista dall’irriducibile fantasia.

Pedro Almodovar e Penelope Cruz sul set del film Dolor y Gloria

Un cinema, il suo, deliziosamente femminile, che dà voce agli ultimi, agli omosessuali, ai trans, agli artisti. Un modo di fare cinema che sorprende sempre, esalta, proponendosi ogni volta vario e diverso; toccando piano e armoniosamente le corde tesissime dell’animo. Una garanzia di perpetua meraviglia, con un cast di attori straordinari, scoperti da Almodovar e mostrati al mondo, cresciuti insieme al suo cinema. In primis, Antonio Banderas e Penelope Cruz.

Il film viaggia su più binari, combinando il passato e il presente di un regista spagnolo, Salvador Mallo, interpretato da Banderas. I suoi sogni, ricordi, il suo rapporto con il cinema, le sue relazioni spesso fallaci, tutto viene messo nero su bianco, tutto viene proiettato sullo schermo. E l’infanzia del protagonista, dietro cui si profila quel caro Almodovar, assume un’iconica grandezza, circondata com’è di un alone di sogno, nella Spagna contadina, povera, in cui la gioia più grande per un bambino era studiare, andare al cinema, stare all’aria aperta e sognare.

Tutti i più grandi registi, in fondo, sono stati bambini. Molti erano appassionati di cinema, dove venivano accompagnati dai genitori o vi si intrufolavano. Amavano tanto ogni film da capirne il linguaggio nascosto, il più segreto. S’innamoravano, soffrivano, piangevano, erano cinefili per davvero. E tutto passa in secondo piano di fronte alla tenera infanzia di Salvador bambino, vivace e giocoso, felice di vivere in una casa interrata, una vera e propria grotta, con sua madre, interpretata da un’incredibile Penelope Cruz.

La locandina del film Dolor y Gloria con Antonio Banderas

Una storia di sofferenza, fisica e spirituale, che accompagna il regista nel suo cammino verso quella insperata e desideratissima gloria che, ormai, ha raggiunto. E ora che è salito in auge, non gli resta che riflettere sulla sua esistenza passata e tornare indietro, a quel bambino che era, a sua madre e alle sue vicine di casa, muse ispiratrici del suo cinema; al suo amore giovanile, mai dimenticato, per Marcelo. Ironia e problemi cronici di ogni tipo contraddistinguono questo protagonista, in quella che è una bellissima fase del cinema di Almodovar, così meditata, trasparente, poetica, ricca di tutti gli insegnamenti che la vita e il cinema gli hanno impartito.

E come il piccolo Salvador, impegnato a seguire le lezioni di canto, che veniva esonerato dai frati dal seguire materie di certo più importanti – come la geografia e l’anatomia – una volta adulto, imparava entrambe sia dai viaggi per promuovere le sue pellicole sia dai diversi problemi di salute, così noi impariamo le regole fondamentali del cinema e come si debba fare un film, proprio da lui, Almodovar.

In alto, il manifesto della dodicesima edizione del Festival del cinema spagnolo, opera di Esteban Villalta Marzijpg