Se la “casa brucia” spetta ai giovani “domare” l’incendio

Oltre diecimila studenti, provenienti da tutti i centri dell'area metropolitana, hanno manifestato a Bari per il "Fridays for Future" contro il cambiamento climatico

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Sono più di centocinquanta le città nelle quali migliaia di giovani studenti sono scesi in piazza per denunciare l’emergenza climatica. Un argomento di rovente attualità, quello della lotta al climate change, di cui, ormai da più di un anno, si è fatta paladina Greta Thunberg, al grido di “la nostra casa sta bruciando”.

È stata proprio la sedicenne attivista svedese a dar vita ai cosiddetti Fridays for Future, i cortei di protesta organizzati in tutto il mondo, che si pongono l’obiettivo di scuotere l’attenzione dei governi sul tema del riscaldamento globale e del cambiamento climatico. Per parteciparvi, i giovani studenti disertano la scuola e affollano le strade delle più importanti città, armati di megafoni, striscioni e cartelloni di protesta.

Venerdì scorso si è svolto il terzo appuntamento con i Fridays for Future, che nella sola città di Bari ha visto la partecipazione di oltre 10mila studenti, provenienti da tutta l’area metropolitana.

Una colorata carovana di giovani, col sostegno di alcuni insegnanti e adulti sensibili alla tematica, hanno attraversato le principali arterie del capoluogo, ripetendo efficaci slogan contro l’irresponsabile sfruttamento delle risorse del pianeta. In colonna anche una nutrita delegazione di studenti bitontini, composta prevalentemente da alunni del liceo classico-linguistico “C. Sylos” e dal liceo scientifico “G. Galilei”.

Da “Go Green” a “Per salvare l’ambiente, differenzia correttamente”, solo alcuni degli slogan gridati dai giovani bitontini durante la manifestazione, partita dal teatro Petruzzelli e terminata a Parco 2 giugno.

Al termine del corteo, sei studenti sono stati accolti dal sindaco Antonio Decaro, a Palazzo di Città: al primo cittadino è stata consegnata una piattaforma programmatica per contrastare l’emergenza climatica. Un piccolo ma significativo trionfo per tutti i ragazzi che hanno scelto di scendere in piazza per dare il proprio significativo contributo alla mobilitazione dei giovani in tutto il mondo.

L’effetto mediatico che i climate strikes hanno raggiunto in così poco tempo, non è sufficiente, tuttavia, a sconfiggere il gravoso problema del cambiamento climatico. Per ottenere un risultato significativo su questa strada è necessario un impegno più concreto. A cominciare dagli stili di vita e dalle abitudini personali.

Una ricerca svedese della Lund University, pubblicata sulla rivista scientifica Environmental Research Letters, ha infatti dimostrato che se si desiderasse davvero contribuire a frenare il riscaldamento globale bisognerebbe, per esempio, rinunciare all’auto e alla carne. L’obiettivo primario è, di fatti, frenare l’aumento vertiginoso della temperatura, indotto da emissioni di gas a effetto serra, come l’anidride carbonica (CO2) e il metano (CH4). Un risultato che si può cogliere solo arrestando, o quantomeno riducendo, le attività inquinanti prodotte dall’uomo.

A tal proposito, un recente studio realizzato da Info Data, blog de Il Sole 24 Ore, permette di comprendere meglio quanto il climate change sia effettivamente diffuso nel nostro paese. Basti pensare che nel 1900, anno di partenza dell’indagine, a Bari è stata registrata una temperatura media di 16,564 gradi centigradi. Nel 1940, nel bel mezzo della seconda guerra mondiale, nello stesso luogo si è percepita una temperatura media di 15,386 gradi centigradi. Lo scorso anno, invece, la temperatura media è stata di 18,089 gradi centigradi, quasi due gradi in più rispetto all’inizio del ventesimo secolo.

Un aumento che potrebbe sembrare ininfluente ma che, in realtà, rappresenta un serio problema per la sopravvivenza del pianeta. In 24 delle 55 città italiane prese in considerazione dall’indagine del Sole 24 Ore, il 2018 è stato l’anno più rovente di sempre, in altre 28, il secondo più caldo.

Il problema del’innalzamento della temperatura, in realtà, affonda le sue origini già ai tempi della rivoluzione industriale, nell’800, quando la concentrazione dei gas a effetto serra è cominciata ad aumentare. Eppure, è solo da pochi decenni a questa parte che si è iniziato ad affrontare questo tema come una vera e propria emergenza mondiale.

Gli scienziati sostengono che un ulteriore innalzamento della temperatura, anche di soli pochi gradi, potrebbe condurre ad una drammatica carenza di cibo e acqua potabile, nonché ad un aumento della frequenza di eventi atmosferici estremi.

Gli studenti bitontini che hanno partecipato al Fridays for Future

Per offrire un quadro più ampio e realistico dell’emergenza climatica, l’indagine del Sole 24 ore riporta i dati delle emissioni provenienti dai trasporti su strada. Le auto o i mezzo pesanti sono responsabili del 72,1% delle emissioni di gas, seguiti dal trasporto marittimo (13,6%) e da quello aereo (13,3%). Come chiarisce  l’Agenzia europea dell’ambiente, autrice dell’indagine, sul banco degli imputati c’è l’automobile, capace di incidere da sola sul 44% delle emissioni nel segmento dei trasporti.

Sebbene alcuni governi dei paesi occidentali abbiano già avviato politiche di contrasto al cambiamento climatico, come l’utilizzo di energie rinnovabili, la riduzione dei consumi e delle emissioni di CO2, la questione ambientale non può non passare attarverso la mobilitazione di tutta la popolazione mondiale. Ben vengano, dunque, i Fridays for Future se aiutano a comprendere questa emergenza, se forniscono ai media e all’opinione pubblica un’ulteriore possibilità di evidenziarla. Ma, soprattutto, se richiamano l’attenzione dei governi nazionali, dalla cui iniziativa soltanto può dipendere un’efficace politica di contrasto alla crisi ambientale del pianeta.

Foto di Emiliano Zaza e Monica Lisi