Un secolo di eparchia all’insegna dell’ecumenismo

Lungro con il prefetto religioso Donato Oliverio celebrano l'anniversaro accogliendo, con tutti i vescovi calabresi, il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I

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Una storia medievale che racconta gli incontri tra le genti. Una storia che continua. Questo succede in Calabria, questo accade al Sud. È la storia degli arbëreshe, italiani di lingua albanese, figli della terra balcanica, eredi di migrazioni importanti partite nel XV secolo, ai tempi in cui l’allora Albania era dominata dalla figura dell’eroe patriottico Giorgio Castriota Scanderbeg. Già intervenuti per sedare i contrasti tra le dinastie straniere nel Mezzogiorno, gli albanesi dell’epoca, pian piano, in più ondate, per salvarsi dagli invasori turchi, arrivarono nel Mezzogiorno “italiano”: in Puglia, Calabria e Sicilia soprattutto.

Nasce da qui, in estrema sintesi, il perché di una presenza storica albanese nella penisola italica e nell’isola sicula. L’attacco del nostro pezzo è utile per contestualizzare l’evento di cui vi parliamo, consci di quanto una trattazione storica di questi lontani episodi storici e storiografici meriti di sicuro un approfondimento maggiore rispetto a queste righe. Lungro, alto cosentino, area ancora del Pollino calabrese, è oggi un piccolo comune ma vanta una storia rilevante proprio per questo abbraccio tra diverse comunità linguistiche. E’ tra i paesi in cui più si stabilirono le masse balcaniche di cui si è detto. Insieme a tanti altri piccoli centri calabresi, non solo cosentini.

Bartolomeo I accolto nella cattedrale di Lungro

Tutte comunità che, a livello religioso, continuarono a conservare le proprie tradizioni rituali bizantine orientali, pur in un quadro cattolico. Cristiani, dunque, pienamente cattolici e giuridicamente soggetti all’autorità del papa di Roma (da cui si sentono personalmente e storicamente “protetti”), ma gelosamente legati al rito orientale. Da qui uno speciale rapporto anche coi fratelli ortodossi, particolarmente con i greci e con il patriarcato di Costantinopoli. Un rapporto importante anche sulla strada del difficile cammino ecumenico tra cattolici ed ortodossi stessi. E proprio a Lungro, qualche giorno fa, è stato accolto da una moltitudine di persone e fedeli Bartolomeo I, patriarca ecumenico di Costantinopoli, giunto in Calabria nell’anno del centanario dall’istituzione dell’eparchia di Lungro per volere di papa Benedetto XV.

L’eparchia equivale alla diocesi cattolica classica e l’eparca di Lungro è il vescovo dei cattolici di rito orientale di questa zona. Ma in realtà non solo calabresi: può infatti anche accadere che un fedele cattolico di qualsiasi altra area, se affascinato dal rito orientale, appartenga a questa eparchia, sentendosi figlio di una particolare e preziosa tradizione liturgica. Bartolomeo è stato accolto dall’eparca di Lungro, Donato Oliverio, e da tutti i vescovi calabresi. Presenti anche i cardinali Leonardo Sandri e Gualtiero Bassetti, rispettivamente prefetto della congregazione romana delle Chiese Orientali il primo e presidente della Cei (Commissione episcopale italiana), oltre che vescovo di Perugia-Città della Pieve, il secondo. Una presenza, quella di Bassetti, che dice tutta la rilevanza della giornata: l’episcopato italiano riconosce il prestigio della visita ortodossa in Italia, a livello “politico” ma anche legato alle più grandi questioni della fede e della pastorale.

arbëreshe Lungro
Da sinistra, l’eparca di Lungro, Donato Oliverio, con Bartolomeo I

All’incontro con Bartolomeo I c’erano anche don Andrea Palmieri (diversi anni fa viceparroco del santuario dei Santi Medici a Bitonto), sottosegretario del pontificio consiglio per la Promozione dell’unità dei cristiani, e il vescovo di Cassano all’Jonio, il bitontino mons. Francesco Savino. Discorsi di rito, il vespro nella cattedrale dedicata a San Nicola, abbracci. Un incontro con parte della popolazione di Lungro. Una visita breve ma intensa. E poi Bartolomeo è stato anche a Rossano Calabro, altra perla del cosentino.

Ancora una volta, nel nostro mezzogiorno, antiche e diverse tradizioni si ritrovano, dunque, raccolte alla ricerca di ciò che unisce. Pur riconoscendo le difficoltà, specie quelle relative alle questioni più spinose del dialogo tra le varie confessioni cristiane. Le culture invece a Lungro dialogano da secoli. Convivono, anzi si sono in un certo senso fuse, pur rimanendo distinte. E così i cittadini di Lungro hanno due lingue: quella italiana e quella arbëreshe (che non è ovviamente un dialetto ma appunto una lingua vera, seppur diversa dall’albanese attuale). Sentendosi, in questa maniera, ricchi, più ricchi di tutti gli altri.
Nell’immagine in alto, Barolomeo I a Lungro in Calabria