Il poeta che prende a pugni il destino con le parole

L'infanzia difficile, il passato da pugile e il riscatto attraverso la letteratura, nei versi di Guido Celli che conquistano il pubblico del MAT a Terlizzi

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Ogni scrittore, si sa, fa della parola sia mezzo d’espressione che specchio del proprio modo di vivere: quindi, se Bukowski vomitava in parole l’alcol che ingeriva per rendere il mondo più vivibile, e se Umberto Saba rielaborava il proprio passato felice in uno stile sobrio simile alla sua vita appartata, l’ex pugile romano Guido Celli – ora poeta – con le parole non può che fare a pugni, soffrendo e allo stesso tempo sforzandosi di restare in piedi, fino a vedere l’avversario, identificato nel suo passato doloroso, cadere a terra sconfitto dalla propria forza. E chiunque fosse presente al MAT, ex macello di Terlizzi, adibito a luogo d’incontri e scambi a sfondo culturale scelto per il reading, ha preso atto del suo poetico trionfo sulle storture che la vita a volte regala senza un perché.

Ai primi di settembre, Celli è arrivato in Puglia per presentare, su invito del festival Verso Sud di Corato, i suoi lavori letterari: Era solo un ragazzo, raccolta di poemetti che disegnano progressivamente la figura di suo padre, e Desiderio.Excerpta, estratti di un più ampio poema incentrato sul desiderio, colto soprattutto nella sua dimensione sessuale. Dopo aver fatto tappa a Ruvo e Santeramo in Colle, l’approdo di Guido a Terlizzi è avvenuto quasi per caso in seguito all’incontro fortuito con Giovanna Cagnetta, referente dello spazio culturale terlizzese, che, stregata dalla sua storia, l’ha invitato nella sua città durante l’unica data libera del tour.

Il poeta Guido Celli

Non è stato necessario presentare il poeta agli astanti con toni formali: prima di entrare in scena, il corpo di Guido parlava al suo posto, tra i saltelli a gambe tese e le soste in cui riprendeva fiato e sorseggiava acqua, quasi stesse per prendere parte a un incontro di boxe. Queste mosse dicevano già tanto di lui: erano esplicative del suo passato da pugile e da attento stratega, pronto a schivare gli attacchi di un ipotetico avversario e a servirsi delle sue mosse per atterrarlo. Si capisce che stava per combattere contro i suoi traumi, i peggiori nemici di un uomo.

Salutando la comunità presente, Giovanna ha dato dell’autore qualche cenno biografico: operaio, pugile, facchino, nel suo passato Guido è sembrato quasi uno, nessuno e centomila insieme; ma la sua molteplicità si è di recente ricomposta nell’anima di un poeta maledetto e redento allo stesso tempo, che intende vivere esclusivamente delle sue parole di fuoco. E ci vuole coraggio da vendere per farlo davvero, in tempi come questi! Di lì è intervenuto lui, con il fare burlesco da romano doc, a prendere la parola e a dominare la scena. Sì: dominare. Non erano solo le luci che calavano dall’alto a dargli un ruolo centrale su quel rialzo in pietra tipicamente pugliese che fungeva da palcoscenico: i suoi gesti, la modulazione della voce, la sua espressività erano i reali artefici del suo ruolo protagonistico.

Il centro culturale MAT di Terlizzi

Non ha eseguito una semplice declamazione dei suoi scritti, ma una vera e propria teatralizzazione degli stessi, costituendo quasi una serie di atti di un’orrenda tragedia. “Era solo un ragazzo” ha cantato Guido a più riprese come un ritornello amaro, con un tono lamentoso, sospeso tra il passato concluso e il presente che risentiva ancora del suo peso. Ha parlato di suo padre, giovane diavolo imbruttito dalla necessità di avere cura di figli che non voleva, che gli rubavano la propria giovinezza. Era lui quel ragazzo per cui, come per tutti i ragazzi, si invoca sempre clemenza nel giudicare gli errori; era lui il colpevole se un Guido ancora bambino, suo figlio, aveva un timpano spaccato solo per non essere stato in silenzio durante un giorno qualunque della sua infanzia, solo per aver fatto schiamazzi come qualunque altro bambino.

E su questa linea il Guido adulto ha continuato la declamazione dei suoi versi: ricordando e dando un nome a ogni singola ferita e a ogni traguardo raggiunto; denigrando e omaggiando suo padre, unico artefice della sua persona. Con un taglio tra la confessione e la pagina di diario, in cui si riportano esperienze personali e si riflette sulle segrete connessioni tra ciò che si è mentre si scrive e ciò che si è stati un tempo, Guido Celli ha trovato un’adeguata sistemazione dei propri demòni che dal passato ritornano puntualmente a inquinare pensieri, comportamenti, esperienze. “Sentivo il bisogno di pisciarli questi pensieri” ha affermato il poeta colloquiando con il pubblico.

Il reading è poi continuato scolpendo a parole e mimando a gesti e timbro vocale la sensualità erotica a cui il poeta si è abbandonato nel descrivere la donna ispiratrice del poema sul desiderio, paragonato – quest’ultimo – al cortile antistante la reggia di Versailles. “Se mi chiedete cosa sia il desiderio per me, mi viene in mente la reggia di Versailles che visitai da ragazzo” ha ricordato Guido. “Avrei dovuto scegliere se visitare il cortile o la reggia oppure entrambi. Data l’irripetibilità della visita -ha spiegato- scelsi di accedere a entrambi. Passando prima per il cortile, mi ritrovai innamorato di quel capolavoro, ed ero ancora più elettrizzato al pensiero di visitare la reggia, che credevo ancora più incantevole. Ma mi sbagliavo: valeva poco più di un pezzo di merda. Ecco che per me l’idea di desiderio coincide con la mia visita al cortile e con l’attesa di visitare la reggia di Versailles. Il desiderio ti infiamma a patto che non realizzi ciò che desideri, e io non realizzo mai ciò che desidero.”

Integrando la poesia recitativa con un’attenta mimica delle emozioni, il poeta romano ha introdotto un pubblico ignaro dello spettacolo che si sarebbe tenuto all’interno del proprio immaginario, fatto di scricchiolii, baratri improvvisi e ostacoli continui per testimoniare la sua esistenza, a cui è riuscito a dare un volto solo grazie al potere terapeutico della poesia, scelta ora come unica compagna di vita dopo una serie di ricoveri psichiatrici e mestieri vari. Forse non sbagliava affatto Oscar Wilde quando affermava che la sola cosa seria al mondo è l’Arte: è la maggior fautrice di miracoli e conversioni nella storia dell’umanità, seconda solo a Dio.

Nella foto in alto, Guido Celli declama i suoi versi al MAT di Terlizzi