Anglicismi a profusione? Sempre meglio che farsi capire!

Stretta nella morsa di migliaia di termini in inglese, il cui uso desta più di qualche ragionevole sospetto, la nostra bellissima lingua rischia di soccombere

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Sono migliaia le voci e le locuzioni di origine straniera che affollano la lingua italiana di uso comune. Il moderno compilatore del vocabolario si affanna a contarle e si disorienta, concludendo per approssimazione: sono circa 7000. Preziose voci che arricchiscono la nostra lingua sostiene il progressista dinamico e ottimista.

Inutili lardellature e complicazioni che denunciano la rassegnazione all’immiserimento dell’idioma, obietta il purista. Ce lo siamo goduto per poco tempo l’Italiano: non più dei 150 anni della storia unitaria. Fino al tempo in cui Manzoni risciacquava i panni in Arno il 90 per cento degli italiani parlava solo i suoi innumerevoli dialetti. Ora questi sono parlati in esclusiva solo dal 6 per cento dei nostri connazionali.

Ma la lingua si evolve, ora più che mai si contamina, si allea con altre parlate e con i gerghi tecnologici. Pare che ci si debba rassegnare alle evoluzioni, all’inarrestabile vitalità mutevole della lingua. Ma ognuno resta padrone di parlare a modo suo e di usare, cioè, un registro alto, come dicono gli studiosi, e anche di fare il purista e di attestarsi sulla difesa dell’italiano letterario. Ci mancherebbe altro. Solo che rischia di non essere capito.

Ne può far fede il documento quasi del tutto originale che ho raccolto nel girovagare utile a supportare i miei studi sulla semiotica della comunicazione: non si tratta di complicati percorsi o di sfiancanti elucubrazioni, ma, solo, di semplici osservazioni “sul campo” utili a indagare lo stato dell’arte del mezzo sovrano della comunicazione interpersonale e, quindi, dei meccanismi della comunicazione umana, in generale.

Il reperto che ho trovato e considero esemplare è un discorso al “personale” di un capo di azienda, loro dicono manager, sperando di avere un aumento di stipendio, che tocca aspetti del lavoro della produzione e della vendita di merce di fattura industriale, mezzi di locomozione e affini, di largo consumo. Il discorso era molto lungo e noioso: ho scelto questo campione per lanciare un cordiale allarme sullo stato pietoso della nostra lingua parlata e del rischio che deperisca fino a morire strangolata dai barbarismi.

Ho emendato leggermente solo alcune, diciamo, esasperazioni grammaticali e alcuni insopportabili solecismi sintattici. Ma, di fatto il documento parla chiaro. Anzi, non, che dico? Non parla affatto chiaro, ma, leggete.

“Dopo un inevitabile road show in cui, off course, il management ha dato l’okay non c’è che lo sprint verso il rush finale che porterà allo spin off dell’azienda. Non è solo una life boat per evitare la liability, ma un trend inevitabile nel delicato momento in cui il tilt delle vendite avrebbe bisogno di un blitz energico del customer care per prospettare una great attraction per i buyers on the road e per il global market.

Se è vero che la strategy è stata intuita dagli insider traders che hanno fatto bingo, anche se si saranno indebitati in buy-out, pur di non perdere lo start degli acquisti, nondimeno porterà benefici in long time. La new line dell’azienda non è solo un lifting e la risposta del financial trust è stata chiara: il team è credibile e porterà a termine, con lo spin off, anche il take over dell’azienda automobilistica americana”.

Questo, molto sunteggiato, potrebbe essere il resoconto degli ultimi affari dell’industria automobilistica italiana secondo i capintesta che maltrattano la nostra lingua a botte di spin off. È il vecchio trucco del latinorum. Gli operai preoccupati per i posti di lavoro e dei salari studino l’inglese finanziario invece di perdere tempo con le manifestazioni. Sorry: protest march!