Le storie negate delle donne dai corpi d’ebano

Drammi e insieme volontà di riscatto di giovani africane in "Anonimi", la mostra fotografica di Giò Vacirca che ha fatto tappa a Bitonto

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Ci sono luoghi con i quali familiarizzi istintivamente, volti che sfiorano la nostra pelle e la nostra memoria, vite speciali, storie travolgenti, drammi muti. Così, anche un incontro casuale, di quelli che sussurrano i segreti dell’anima, si concretizza in un lavoro come questo, che ha poco di testimoniale, piuttosto è un piccolo cammeo di arte e trascendenza.

Giò Vacirca, fotografa siciliana, è firma e mente pulsante di “Anonimi”, progetto itinerante, attualmente presso la Biblioteca di Cesate, già approdato, nei giorni scorsi, negli spazi del torrione angioino di Bitonto, in una rassegna a cura della locale sezione dell’Anpi. “Anonimi” sono i corpi delle donne ritratte nelle foto esposte, per lo più nigeriane e tunisine, incontrate dall’artista durante una visita al centro di accoglienza di Valderice, in provincia di Trapani.

Tutte le protagoniste sono ritratte da tergo, tuttavia il volto non è celato, piuttosto si perde nell’amplesso luminoso che accoglie la storia, l’identità, la dignità respinta di queste donne richiedenti asilo. Lo spazio è saturo, schietto, il messaggio bisbigliato ma immediato. La storia delle protagoniste è tatuata in ogni ansa di questi corpi d’ebano, in ogni alterazione della pelle, tra le folte chiome raccolte, con qualche guizzo inatteso.

Si avvertono urla che non necessitano d’essere ascoltate, semplicemente le si percepiscono dal fondo di un orizzonte intorbidito dall’odio e dalla guerra, tra paura e disperazione. Ogni scontro in queste immagini cerca una risoluzione, si dilegua e al contempo si dilata nell’ambivalente manifestazione del sé e nel contemporaneo tentativo di riappropriazione di una libertà violata e negata.

L’abbaglio apre un varco verso una fuga, forse una ricongiunzione. Ed è proprio in quel contrasto non solo cromatico, ma congiuntamente etico, che il pensiero si manifesta. E forse ne riscatta la dignità e l’identità. Un’operazione che non necessita di volti, parole, lacrime. L’essenza alloggia in un’intrinseca forza pulsante, oltre ogni manifesto, al di là dello sguardo, ben “oltre” l’ambizione conoscitiva.

Nelle immagini, alcuni scatti di Giò Vacirca in mostra al torriore di Bitonto