La passione di Cristo secondo Caravaggio

Dall’inquietudine al dinamismo, dalla teatralità al mistero, il teologo Francesco Saracino rilegge, a Bitonto, alcuni dei capolavori più intensi del maestro

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Vi sono dei nomi nella letteratura, nel cinema, nell’arte, che sono in grado di attrarre e spiazzare allo stesso tempo. Che riescono a turbare e ad emozionare, a commuovere e a stupire persone totalmente diverse, per ambiente, famiglia, pensiero e, perfino, di tutt’altra epoca. Nomi, come quello del Caravaggio, che riescono ad azzerare il tempo che ci separa da loro e da quello che hanno creato.

E, quando contempliamo un’opera d’arte dell’artista, come possiamo non vedere noi stessi, le nostre inquietudini, le passioni, le luci e le ombre che riempiono la vita di bellezza, mistero e umanità? Ma non è facile inquadrare e parlare con padronanza di Michelangelo Merisi, in arte Caravaggio, senza esserne profondamente esperti e senza avere quella straordinaria sensibilità di cui Francesco Saracino è dotato. Teologo e bibliofilo, ha cercato di indagare l’intensa spiritualità del pittore nella sua personalissima rappresentazione della via crucis e della passione di Cristo.

Il teatro Traetta di Bitonto è divenuto tela dell’inquietudine, del dinamismo, della teatralità di alcuni dei più celebri dipinti del Caravaggio e della sua cerchia di collaboratori, che hanno talvolta riprodotto gli insegnamenti del maestro e, altre volte, disobbedito ai suoi moniti. Tra tutti, Francesco Saracino ha analizzato soprattutto Gerard van Honthorst, italianizzato in Gherardo delle Notti, un suo allievo d’oltralpe, che ha messo bene a frutto gli insegnamenti del suo maestro o che ha, come ogni allievo più caparbio, rivoluzionato il suo modello, talvolta contravvenendo ai dettami.

I due dipinti del Caravaggio La Flagellazione di Cristo (a sin.) e Deposizione di Cristo

Molto della visione dell’arte e della spiritualità di Caravaggio deriva dalla sua vita travagliata, trascorsa all’insegna della fuga, della prigionia, della luce e del buio, dietro cui nasconde elementi importanti di sé e del quadro, ancora oggi, dopo cinquecento anni, oggetto di studio e di meraviglioso mistero. Come il suo Cristo, rappresentato nella sua possenza, come ne La Flagellazione, oppure nella sua fragilità, come nella Deposizione di Cristo quando, ormai morto, Cristo sta per essere condotto nel suo sepolcro e con il braccio destro indica una pianta che trapassa la roccia. Un gesto semplice e totalmente oscurato dalla teatrale gestualità del gruppo, tutto proteso sul corpo esangue. E, così facendo, Caravaggio nasconde la verità nell’ombra, perché lo spettatore faccia fatica a comprendere il significato reale del dipinto: quel gesto, apparentemente senza valore, che preannuncia la vittoria del figlio di Dio sulla morte e la sua imminente rinascita.

Nei dipinti di Caravaggio, Cristo è soprattutto possente, come ha specificato don Franco Saracino, con corpo di sublime bellezza, in grado di destare stupore sia nello spettatore sia tra i personaggi del quadro, ma soprattutto perché è un corpo forte. Vi era la credenza, nel Seicento, che Gesù avrebbe potuto liberarsi da un momento all’altro e mettere fine al dolore e all’umiliazione perfino nelle sue vesti umane, ma che abbia voluto sottomettersi e farsi umiliare nonostante la sua incredibile forza. E il suo gesto di resa è addirittura visibile in un dipinto, uno dei primi analizzati dallo studioso: la Cattura di Cristo.

Si tratta di uno dei dipinti in cui è maggiormente visibile la teatralità e il dinamismo, tipici del Barocco: mentre i soldati avanzano, si scorge il bacio di Giuda e la fuga di Giovanni, quasi bloccato da una guardia, che tenta di afferrargli il mantello. Qui, si intravedono le mani di Cristo, incrociate nel gesto di resa, illuminate fiocamente e nascoste dall’irruenza della scena.

Caravaggio – Cattura di Cristo

Non sempre, però, la scena nasconde la verità, obbligando lo spettatore a cercarla nell’immensità del dipinto. Talvolta, la verità è talmente in bella vista da non essere scorta, come avviene nell’Incredulità di San Tommaso. Per alcuni quadri particolarmente ostici, Francesco Saracino ha letto dei passi tratti dal commentario di un bitontino, Giovanni Sylos, esperto conoscitore di dipinti. E, riferendosi a questa tela, lo studioso bitontino ha sottolineato la forte carica erotica della scena: Tommaso infila l’indice nella ferita del Cristo, facendo trapelare un piacere, amplificato dagli sguardi degli spettatori e dallo stesso apostolo, che scruta la ferita con una fissità intensa. Tutto il dipinto è costruito sull’impossibilità di staccare lo sguardo dalla ferita e dal dito infilato in essa, nonché dall’espressione enigmatica del Cristo.

La forte carica erotica della scena si traduce nel desiderio degli apostoli di essere parte integrante di quella risurrezione e dell’immortalità del Cristo. Eppure, non è qualcosa da cui siamo estraniati. Siamo profondamente accumunati dal desiderio di essere parte integrante della sua immortalità, e per un momento, guardando la semplicità e l’intensità del gesto, amplificate dallo sfondo disadorno, dimentichiamo la nostra mortalità ed entriamo nella dimensione immortale di ogni artista.

Ma come possiamo scordare di essere solo anime di passaggio in un mondo in continuo mutamento, di cui non rimane che qualche traccia, fragile quanto l’uomo stesso? Solo i veri artisti possono farne perdere la memoria, solo coloro che sono destinati all’immortalità.

Nell’immagine in alto, Caravaggio – L’incredulità di San Tommaso (particolare)