“La poesia, la colonna sonora della mia vita”

Con "Partitura in versi", il suo primo libro, Marilena Abbatepaolo, preside al liceo scientifico di Conversano, testimonia come la sordità sia lo stimolo a una vita più intensa

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“Se vuoi, puoi. Se puoi, devi”. Lo ripete spesso, Marilena. È il suo “mantra”, il suo motto, il suo modus vivendi. Nonostante la sordità. Sì, Marilena non ci sente. Non è nata così, però. Ha iniziato a non sentire quando aveva 17 anni, l’età dei sogni, delle speranze, della fiducia nel proprio futuro. “All’inizio è stato tremendo. Mi piaceva cantare, ascoltare la musica, andare in discoteca, al cinema o a sentire l’opera lirica. A un certo punto tutto questo non si poteva più fare”, spiega. Ma quest’handicap non l’ha limitata, anzi!

Oggi, a 40 anni, Marilena Abbatepaolo è dirigente scolastico (l’unico sordo in Italia) del liceo scientifico di Conversano, ma è anche presidente della commissione cultura del comune di Polignano a Mare (è stata anche assessore alla cultura dal 2012 al 2017), si è laureata in lettere classiche con il massimo dei voti, in tre anni e mezzo, e ha conseguito due dottorati di ricerca (uno in Letteratura latina e uno in Letteratura italiana del Rinascimento). Ma il suo successo più grande è stato scrivere e pubblicare un’antologia di poesie: “Questo libro mi ha permesso di conoscere alcune persone e mi ha fatto sentire, per la prima volta, davvero compresa. La gioia più grande l’ho provata proprio mentre scrivevo”.

A Marilena è sempre piaciuto scrivere poesie. Ha iniziato da bambina, quasi per gioco: “Avevo 9 anni quando la maestra entrò in classe e ci dette, come compito a casa, quello di scrivere una poesia. Chiedemmo come si fa e lei ci rispose ‘come volete’. Quando tornai a casa -prosegue Marilena- ci provai e ne scrissi una sull’autunno. Dopo qualche settimana mio padre mi si avvicinò e mi mostrò un concorso di poesie per bambini. Mi convinse a partecipare e mi classificai al terzo posto. La cosa mi divertì molto e così ho continuato a scrivere, scrivere, scrivere. Scrivevo per me, partecipavo ai concorsi: qualcuno lo vincevo, qualcuno no. Quando ho iniziato a diventare sorda, però, qualcosa è cambiato. La scrittura è diventata altro, lo strumento per poter comunicare”.

“Quando ha visto il suo nome sulla copertina di quel volumetto, l’emozione è stata «tanta, perché in quel libro ci sono veramente io. Quei sogni che avevo a 17 anni, e che ho dovuto rimodulare, si erano in parte avverati. È stata una cosa veramente bella perché sono tornata ad essere la ragazzina che ero”, osserva.

“Partitura in versi”, questo il titolo del libro, edito da Les Flaneurs Edizioni, racconta un po’ quella che è stata la vita di Marilena. Il filo conduttore delle poesie è il tema del silenzio e della musica, a ritmi alterni, insieme a molte situazioni di vita personale: “Volevo provare a comunicare agli altri il mio modo di sentire. Oggi non posso sentire con le orecchie -afferma- ma sento le vibrazioni di tutto quello che abbiamo attorno. E nelle mie poesie parlo di questo”.

“Forse è proprio per via della mia sordità che ho sempre cercato di mettermi in gioco. Volevo dimostrare a me stessa di potercela fare. A 17 anni avevo tantissimi sogni. Avrei voluto fare la giornalista. Scrivere, girare il mondo, viaggiare, raccontare storie. Non è stato facile accettare di dover modificare la visione che avevo della vita. I miei compagni sono diventati i libri e grazie a loro, alle conoscenze che mi hanno dato, ho potuto non sentirmi emarginata. Ho lavorato molto su me stessa e combattuto per inserirmi nel mondo delle persone che sentivano”, spiega.

Marilena è una donna testarda, ostinata, ma anche molto dolce. Ne ha passate tante, come quella volta che, durante un esame all’università, la professoressa non credette alla sua disabilità: “Ero seduta davanti alla prof, che mi aveva appena fatto una domanda. Io le dissi di non averla sentita. Lei, indispettita, mi rispose: non sapete più che cosa inventarvi!. Allora le misi sul banco il foglio della 104, che portavo sempre con me e le dissi: sono sorda, non sto dicendo bugie! Lei non guardò il documento, lo scansò e lo passò alla sua assistente, che lo lesse in silenzio. Poi guardò la professoressa e con lo sguardo le fece capire che forse aveva esagerato. A quel punto la docente si alzò e disse semplicemente all’assistente: continua tu! Dietro di me c’erano tutti i colleghi del corso. Avrei voluto sprofondare”, ricorda.

“Quel giorno sono rimasta davvero male perché era stata messa in dubbio la mia parola. E quale era il problema? Che io stavo parlando. Parlavo bene. Come poteva essere che parlavo bene se non sentivo?”, seguita.

Marilena, diversamente da tanti altri sordi, ha deciso di non usare la Lis (la lingua italiana dei segni) per comunicare con gli altri: “Io ho bisogno di parlare perché non posso costringere tutte le persone che entrano in contatto con me a usare la Lis. Non è semplice da imparare. Io potevo sforzami perché avevo una motivazione personale, ma l’altra persona che motivo avrebbe avuto per decidere di imparare questo linguaggio? Solo per interagire con me? Per questo ho deciso di continuare a sforzarmi a leggere la bocca e a parlare. La parola è l’unico strumento che ci rende liberi e un sordo può parlare perché non ha alcun problema con le corde vocali”.

Leggere le labbra non è sempre facile, anche se Marilena lo sa fare sin troppo bene. Con i suoi alunni, però, i problemi non ci sono mai stati. Marilena ha insegnato storia, italiano e geografia dal 2003 al 2010, prima in un istituto professionale maschile in Veneto e poi in diverse scuole medie. “La prima volta che sono entrata in classe -racconta- avevo una paura tremenda perché non immaginavo il comportamento dei ragazzi. Poi, invece, spiegavo loro quale era il mio problema e come avrebbero dovuto comportarsi. E non abbiamo mai avuto nessuna difficoltà: spiegavo, li interrogavo, facevamo i compiti, dialogavamo. Quando entravo in classe ai miei alunni dicevo sempre che la cosa fondamentale è il rispetto. Non è importante quanti 10 o 9 prendano, perché il voto è qualcosa che si aggiunge. Devo dire che loro questo discorso lo capivano sempre. Quando magari capitava che suonava la campanella e io non la sentivo, erano loro ad avvisarmi. Ma non se ne sono mai approfittati. Mai”.

Con i suoi alunni ha sempre avuto un bellissimo rapporto, molto stretto. “Ho due ricordi molto belli, uno di quando lavoravo come supplente in Veneto e l’altro di quando ero già in Puglia, a Putignano. Entrambi -ricorda- durante l’ultimo giorno di scuola. Il primo riguarda un alunno che prendeva voti bassissimi, ma che mi ringraziò per quello che avevo fatto per lui. Mi sono sentita soddisfatta non come docente, ma come persona. Il secondo episodio riguarda un ragazzino che addirittura uscì dal cancello della scuola per venirmi a salutare. Aveva le lacrime agli occhi. Mi chiese di tornare l’anno dopo perché ero stata l’unica che aveva pensato a loro; nessun’altro insegnante lo aveva fatto prima”.

Marilena non è nata sorda, ma lo è diventata quando era ragazza. Probabilmente il trauma è stato maggiore, o forse è stata una “fortuna” quella di aver avuto, per un certo periodo, la possibilità di ascoltare? “Dopo che ho smesso di sentire, un giorno, ho visto dei gabbiani che volavano e ho sentito il loro verso. Non potevo ascoltarlo, però la mia mente in quel momento aveva bisogno di sentire quel suono e lo ha ricreato. Perdere l’udito dopo aver sentito per un po’ -chiarisce- è stato meno drammatico perché quei suoni li ho sentiti, mi hanno accompagnato e mi accompagnano anche oggi, seppure abbia dovuto dire addio a tante cose. Ho sofferto tanto quando il medico mi ha detto che mi sarei dovuta dimenticare la musica. Forse è la cosa che mi manca di più. Ne ho solo il ricordo”.

Per Marilena è importante la differenza tra “sentire” e “ascoltare”: “L’ascolto passa inevitabilmente dall’orecchio. Ascoltare è un verbo che ha un’area semantica molto legata all’orecchio. Sentire, invece, è un verbo con uno spettro semantico più ampio, per cui posso sentire con le orecchie, ma anche con il cuore o con il tatto. Uso sempre sentire perché ho imparato che ciò che noi sentiamo non passa solo dall’orecchio ma anche da altri organi e allora tutti possiamo essere sordi pur sentendo e viceversa”.

“All’inizio mi vergognavo della mia disabilità –racconta la preside– e non volevo dire di non sentire. L’handicap però mi ha permesso di sentire in un altro modo, di vedere la vita in maniera differente. E comunque penso che se fossi stata udente non avrei fatto tutto quello che ho fatto. Questa disabilità è stata per me una spinta fortissima. Ci tengo a poter dire agli altri ‘non vi arrendete’: vedo tante persone disabili che si abbattono e mi dispiace tantissimo. La visione è quella che noi diamo alle cose. Non è la disabilità che ci limita, ma solo la nostra volontà: non dobbiamo avere paura, possiamo farcela e dobbiamo darci sempre una possibilità”.

Da ragazza, però, un po’ di invidia la provava per chi invece sentiva: “All’inizio sì, lo ammetto. Mi mancava l’udito. Poi ho capito, con il tempo, che in realtà forse ero stata più fortunata degli altri. Quando mi chiedevano se avessi voluto tornare a sentire, rispondevo che quello che le orecchie mi hanno insegnato, non lo avrei mai imparato. Sono contenta di essere così perché ho capito tante cose”.

Il momento più brutto per Marilena non è stato quando ha scoperto la perdita d’udito: “No, allora non piansi. Non feci nulla, rimasi immobile e impassibile. Ho pianto dopo un anno e mezzo, perché dopo un anno e mezzo tutte le persone che avevo attorno erano sparite: fidanzato, amiche, non avevo più nessuno. In quel momento ho pianto perché credevo che non sarebbe stato più possibile per me amare ed essere amata. Questo è stato il dramma più grande. Solo dopo ho capito che non c’entravano le orecchie e che purtroppo la vita deve fare dei percorsi. Però in quel momento mi è sembrato che il mondo mi cadesse addosso. Ero da sola ad affrontare una situazione molto più grande di me”.

“I libri mi hanno aiutato davvero tanto, perché lì trovavo amici con cui dialogare, persone che sembravano aver vissuto esperienze simili alle mie. Mi reputo comunque fortunata perché ho incontrato sempre le persone giuste, sia quelle che mi hanno fatto male, sia quelle che mi hanno fatto bene. Le prime mi hanno permesso di reagire e andare avanti, le seconde mi hanno accompagnata nel mio percorso -afferma Marilena-. Il coraggio, di questo sono sicura, me l’ha dato mia madre. Il libro, infatti, l’ho iniziato a scrivere proprio mentre lei stava morendo: ha combattuto tantissimo contro la sua malattia e mi ha dato sempre tanta forza. Lei non sapeva nuotare, ma ha insegnato a me come si fa. Lei mi ha trasmesso la forza, il coraggio, la voglia di combattere. Chi ha una disabilità ha bisogno di persone che credano in lui o lei. È questa, forse, la cosa più importante per andare avanti”.

Si dice che avere un senso in meno accresca gli altri. “Io ci credo –dice Marilena-; ad esempio quello che io ho sviluppato di più è l’olfatto. Ogni volta che cammino sento una marea di odori, di profumi, anche di cattivi odori. Forse, però, perché non ci vedo nemmeno tanto bene (ride)”.

Quando le chiediamo quali sogni ha nel cassetto, i suoi occhi si illuminano: “I sogni son sempre tanti. Herman Hesse diceva che ‘ogni sogno cede il posto a un sogno nuovo e non bisogna mai trattenerne alcuno’. Per poter andare avanti, per poter vivere, per poterci dare delle possibilità dobbiamo avere almeno un sogno. Più ne abbiamo, meglio è. Io vorrei continuare a scrivere perché con la scrittura sono riuscita a dare una voce a una parte di me e vorrei continuare a farlo”. Un altro libro, allora? “Spero di sì. Ci sto provando (ride): sto mettendo in ordine nuove poesie. Però vorrei provare a scrivere un romanzo che ho nella testa, anche se con le poesie mi viene più facile”.

Marilena ci saluta con il verso di un suo componimento, quello che la vita e le orecchie le hanno insegnato: “Per la gente che leggerà e ascolterà, io credo che ognuno di noi suona la sua nota, ma è negli incontri l’armonia”.

Nelle foto, Marilena Abbatepaolo