L’impotenza della politica è solo un inutile mantra

Il valore della partecipazione alla vita "amministrativa" della città, nell'esperienza del prof. Saverio Di Liso, relatore a Bitonto ai corsi di Città dell'Uomo

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Secondo il professor Di Liso, nell’era dei social network e di internet la politica deve tornare a promuovere la pubblica decisione, in forme e modi diversi dal passato, a partire dal rilancio di una governance trasparente e responsabile.

Il rapporto tra cittadini e istituzioni politiche, negli ultimi tempi, è andato progressivamente deteriorandosi: un matrimonio che “non s’ha da fare”, dati i molteplici contrasti. La politica, infatti, è promossa da passioni e immediatezza, richiede tempo, pazienza, capacità di ascolto, impegno costante. Tutte varianti che il politico con la P maiuscola, a partire da una gerarchia di valori razionali, deve considerare assumendosi la responsabilità delle proprie decisioni.

I sondaggi a livello nazionale “remano”, purtroppo, in direzione opposta a questo nobile ideale: soprattutto i più giovani perseverano in un atteggiamento d’indifferenza, laddove non di menefreghismo generalizzato (e immotivato), nei confronti della politica e delle istituzioni.

Secondo l’Istat il livello di partecipazione dei giovani alla vita politica si è drasticamente ridotto nei dieci anni precedenti il 2013.

Dal 1998 al 2013 si registra un allontanamento dalle forme tradizionali della partecipazione politica da parte dei ragazzi tra i 14 e il 19 anni (in particolare le ragazze) e un aumento considerevole della partecipazione visibile per le donne dai 20 anni in sù, in particolare tra i 55 e i 64 anni. La partecipazione politica in Italia – Orsini, Allegra, Ioppolo – Roma, Gennaio

Del medesimo avviso è un altro sondaggio di Demopolis, effettuato dall’Espresso nel novembre 2015. I numeri evidenziano che i tre quarti degli intervistati (fra i 14 e i 18 anni) si interessano poco o per nulla a ciò di cui, invece, riportano in grande quantità i mezzi di informazione quotidiani (giornali, tv, social). Mezzi che, tuttavia, si presume devono aver visto o almeno sfogliato, se sono convinti che la corruzione, più della crisi economica dalla quale stiamo lentamente uscendo, sia la vera cancrena della nostra società.

In un quadro che sembra allarmante per la salute della nostra democrazia, quali strategie elaborare per risvegliare la politica dal coma anestetico in cui è piombata? E quali nuove forme di coinvolgimento dei cittadini ai processi decisionali occorreb mettere in campo?

“Partecipazione alla politica?” è la domanda da cui prende le mosse Saverio Di Liso, docente di filosofia e storia presso il liceo scientifico “Galileo Galilei” di Bitonto, nonché ordinario di Storia della filosofia presso la facoltà teologica pugliese. Il docente, ospite del terzo incontro del ciclo di lezioni promosse da “Città dell’Uomo”, la scuola di formazione politica, in controtendenza con lo scetticismo sulla possibilità della politica di incidere concretamente sulla realtà, afferma di aver “sempre ritenuto che la partecipazione alla cosa pubblica sia un elemento insostituibile per la democrazia e un ingrediente essenziale in vista del buon governo di prossimità che amministri con trasparenza i territori”.

Mosso da una fede incrollabile nei valori della democrazia e della solidarietà, Di Liso muove i primi passi nell’ambiente parrocchiale, impegnandosi in attività di volontariato: “Fu un amico di Bari ad accendere in me il sacro fuoco della politica; decidemmo di metter su un’associazione, Polis, che, curiosa coincidenza, pubblicava un giornale intitolato proprio ‘Città dell’Uomo’, come la vostra scuola di formazione politica. Tra i modelli di riferimento teorici spiccavano il comunitarismo di Adriano Olivetti e un testo di Giuseppe Lazzati, deputato all’Assemblea costituente del ’46-48”, esordisce il docente.

Ma veniamo al 2009, momento importante per le scelte politiche del professore: “In quell’anno, i miei destini e quelli di Domenico Lomazzo, attualmente dipendente del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, si incrociarono felicemente: militavamo in Italia dei Valori e, per una serie di fortuite circostanze fummo eletti, rispettivamente, io presidente, lui consigliere della Prima Circoscrizione Palese-Santo-Spirito di Bari. Gli errori di alcuni decisori politici comunali hanno fatto sì che mi decidessi a rassegnare le dimissioni nel 2012, tenendo, presso la scuola di formazione politica dell’Associazione Onlus “Cercarsi un fine”, alcune lezioni formative sulla natura del potere e della partecipazione”, spiega.

La militanza politica unita alla riflessione teorica – tema al centro della riflessione del saggio Potere e partecipazione. Un’esperienza locale di amministrazione condivisa (Edizione la Meridiana 2018), scritto a quattro mani assieme a Domenico Lomazzo – costituisce, pertanto, un connubio perfetto, una via di mezzo fra la democrazia “rappresentativa”, indiretta e giocata sulla dialettica interna alle istituzioni, e quella che potrebbe configurarsi come democrazia “extra istituzionale”, incentrata sulla sovranità politica, e quindi decisionale, dei cittadini, tipica di una società complessa che ripensa continuamente sé stessa, al fine di creare le condizioni per garantire la formazione a tutto tondo dei cittadini.

“L’idea della politica come un’aggregazione naturale e spontanea, secondo cui l’uomo è un animale politico socievole e comunitario (zòon politikòn) è stata teorizzata da Aristotele, nel suo celebre trattato sulla ‘Politica’. Questa interpretazione, fin troppo lineare e ottimista, subisce una battuta d’arresto nel Seicento, quando Hobbes, in aperta polemica proprio con lo Stagirita, trasforma la politica in una ‘struttura artificiale’ governata da un ordine legislativo, frutto del contratto sociale istituito fra soggetti giuridici, per i quali la politica è difesa dal male che deriva dalla loro ‘naturale’ bellicosità”, prosegue Di Liso.

Se volgiamo lo sguardo al Novecento, due autori, fra loro diversi per formazione culturale ma accomunati dalla stessa idea politica – Max Weber e Norberto Bobbio – affermano che “il monopolio nell’uso della forza costituisce le nuove prerogative dello Stato e la politica diventa aspirazione a partecipare al potere con l’intento di influenzarne la distribuzione sui vari soggetti politici”, a riprova di quanto siano profondamente intrecciati fra loro il potere, la politica e la partecipazione.

Che il potere abbia una natura ambigua, chiaroscura e non affatto neutra è stato tematizzato da una vasta pletora di pensatori. Tuttavia, accanto a questa accezione negativa e “demoniaca” del potere, nel secondo Novecento ne è stata prospettata una alternativa, che legge il potere ora come “non dominio” ora come “affermazione delle proprie capacità individuali” (cfr. Patfoort 1988, pp. 4-7).

“Ho potuto esperire concretamente queste nozioni sposando la riflessione pedagogica sulla nonviolenza: in nome dei suoi valori, mi avvalsi dell’obiezione di coscienza durante il servizio militare. Gli insegnamenti di don Tonino Bello costituirono un fertile terreno di approfondimento del nuovo clima che si respirava. Il nocciolo della nonviolenza verte su una nuova concezione del potere, non più inteso come strumento coercitivo e assertivo, bensì come fattore di azione che promuoveva la partecipazione quale fattore di cambiamento della realtà”, afferma il professore.

Il volume di Di Liso e Lomazzo, intrecciando la prassi alla teoria, ripercorre i mutamenti istituzionali della pubblica amministrazione e degli enti locali, dedicando ampio spazio al ruolo dei cittadini, impegnati nella partecipazione alle iniziative del comune di Bari e delle sue municipalità, attraverso alcuni importanti organismi, quali l’Istituto di prossimità e la Consulta del laboratorio urbanistico partecipato. Da ultimo, con la Legge del 13 luglio 2017 n. 28, la Regione Puglia ha previsto la creazione di una piattaforma informatica che estende il campo della democrazia, aprendo nuovi spazi di interazione fra i soggetti attivi sul territorio. A trarne giovamento è il principio di sussidiarietà, sancito dall’articolo 118 della Costituzione.

Alla luce di un quadro normativo, scandagliato nei suoi minimi dettagli (i ragguagli vanno dai riferimenti legislativi ai testi, dai regolamenti alle delibere consiliari), e al netto di quella, seppur breve esperienza politico-istituzionale fra il 2009 e il 2012, il dato più interessante è il passaggio da “amministrazioni-autorità, arroccate nell’esercizio esclusivo del potere ad amministrazioni che, a seguito del mutato quadro normativo, sono apparse più aperte alla partecipazione dei cittadini e, inevitabilmente, anche più trasparenti”. Il risultato positivo è “aver promosso nei cittadini quel senso di appartenenza al territorio esortandoli ad assumersi le proprie responsabilità”, scrivono gli autori in prefazione al volume.

Se questi ultimi credono nei cittadini come una preziosa risorsa per l’amministrazione, in quanto “sono loro a fare le istituzioni e non viceversa”, posto che gli istituti di decentramento amministrativo (si pensi al municipio) non sono più strumenti idonei a rispondere ai bisogni dei cittadini, resta aperta la questione di come ridistribuire il potere tra centro e periferia. Evidentemente “un buon funzionamento degli organi decentrati si attua inevitabilmente con una nuova politica di trasferimento di potere e funzioni dal comune centrale all’organo di decentramento periferico”, conclude Di Liso.