Distribuire la torta che c’è o farne altre per tutti?

Investire sul fronte della domanda piuttosto che dell'offerta, come fa il Reddito di cittadinanza, pone seri interrogativi sulla capacità del governo di rilanciare l'occupazione

180
0
CONDIVIDI

Mancano pochi giorni al 6 marzo, data a partire dalla quale sarà possibile – stavolta per davvero – presentare istanza per il reddito o la pensione di cittadinanza per circa due milioni e settecentomila poveri, senza lavoro, stabilmente residenti nel nostro Paese. Ma, ancora, stentiamo ad uscire dall’equivoco di fondo in cui annaspa la diaspora dialettica tra i favorevoli e i contrari a questo istituto di stato/soccorso sociale.

Ci si è incagliati, purtroppo, in un’ingannevole divisione manichea che non chiarisce adeguatamente le ragioni dei sostenitori e quelle degli avversari. Tutto ciò semplicemente perché ogni parere  – come ogni giudizio che se ne dà – è relativo se non si chiarisce preliminarmente da quale livello di osservazione si guarda alla cosa.

E, invero, se al reddito di cittadinanza si guarda restringendo l’obiettivo al massimo dentro i contorni dell’istituto e perciò astraendosi dalle condizioni e dai condizionamenti del contesto circostante, non si può che essere a favore di una misura che esprime attenzione verso gli ultimi, coloro che sono ai margini della concreta possibilità di partecipare alla vita economica della collettività (e non diciamo anche a quella politica, dato che le tendenze elettorali hanno dimostrato l’esatto contrario). A favore tutta la vita per ragioni etiche e anche di stabilità sociale.

In assoluto e in astratto – ossia senza metterlo in relazione ai condizionamenti del sistema reale macroeconomico e del mercato del lavoro e delle sue dinamiche di domanda e offerta di lavoro – il reddito di cittadinanza, che è più esattamente un reddito minimo garantito non universale (come invece farebbe pensare la denominazione) poiché legato a criteri selettivi di tipo economico-reddituale – è una pensata encomiabile anche per come è stato in concreto regolamentato dal decreto legge dello scorso 28 gennaio.

Nuclei familiari selezionati secondo effettivi criteri di povertà, legati stabilmente al territorio italico (la residenza del richiedente da almeno dieci anni, di cui almeno gli ultimi due continuativi), che vengono ammessi a fruire di un microreddito mensile sicuro, da spendere obbligatoriamente nel mese (pena l’ablazione parziale di quel che rimane nel mese successivo o la sostanziosa decurtazione degli avanzi ogni sei mesi). Previa verifica delle condizioni di povertà e disponibilità di ciascuno dei componenti inoccupati o disoccupati ad entrare, a mezzo di un patto per il lavoro e l’inclusione sociale, in un percorso personalizzato seguito da un tutor (praticamente face to face) per la formazione, la partecipazione a lavori socialmente utili e, soprattutto, per l’avviamento a concrete esperienze di lavoro – dipendente e anche autonomo – con stimolo pressocchè quotidiano a scandagliare tutte le offerte disponibili e con la minaccia di perdere il sussidio nel caso di comprovata riluttanza. Che vuoi di più?

Se di ritorno da un eremo sconfinato senza alcun accesso alla rete o al risveglio da un coma profondo – dopo parecchi anni però (quantomeno buona parte di tutti quelli successivi alla crisi occupazionale degli anni settanta e alle dirompenti trasformazioni del tessuto produttivo e tecnologico) – una persona di non necessariamente raffinate doti cognitive in economia e mercato del lavoro non trovasse nulla di meglio da fare subito (prima di ogni altra avvisaglia dal mondo reale) che leggere il testo del decreto legge n. 4 del 2019 sul reddito e la pensione di cittadinanza, si farebbe di certo l’idea di un provvedimento pensato per aiutare i meno fortunati o abili e insieme per spronare i nullafacenti a levare le chiappe dal divano così da guidare tutti quanti – poveri o sfaccendati che siano – verso la prateria delle offerte lavorative disponibili. In un contesto economico che consente di destinare risorse a questa meritoria opera di induzione al lavoro e ai consumi e nel quale il problema della difficoltà ad occuparsi e a rioccuparsi non dipende fondamentalmente dalla mancanza di offerte lavorative, che invece il nostro immaginario redivivo penserebbe esserci in abbondanza probabilmente perchè contestualmente o in passato sono state impiegate con successo altre e ingenti risorse proprio per mobilitare il mercato del lavoro dal lato dell’offerta con efficaci sistemi di politica attiva dell’occupazione.

Ovviamente le cose non stanno così e, anzi, la realtà è tutt’altra. Via via che s’allarga l’obiettivo della lente di osservazione del reddito di cittadinanza, per inquadrarlo nel contesto circostante macroeconomico, il plauso verso questa misura di politica sociale diventa inevitabilmente dapprima forzato e poi sempre più stentato e incerto, fino ad arrestarsi del tutto. Si impone prepotentemente all’attenzione uno scenario compromesso e condizionato in maniera decisiva da due variabili essenziali, che non sono scritte nel provvedimento legislativo ma che tolgono al giudizio sul reddito/pensione di cittadinanza ogni aura di pericolosa astrazione: la prima è quella della ristrettezza delle risorse a diposizione, che impone di scegliere tra priorità ugualmente emergenti, anche e proprio nell’interesse dei meno abbienti, e l’altra rimbalza con inquietante ovvietà dal rapporto tra domanda e offerta di lavoro fortemente e purtroppo stabilmente sbilanciato a tutto svantaggio della prima nel senso della decisiva carenza e vischiosità di offerte occupazionali.

E poco importa se questa seconda condizione patologica dipenda oggi di più dal rallentamento della produzione industriale e dallo stallo degli investimenti oppure dalla incapacità persistente di orientare il sistema della scuola e della formazione verso le offerte disponibili a tutto discapito dell’ingolfamento verso quelle meno disponibili, oppure dall’eccessivo costo del lavoro o infine dal timore che ridiventi più difficile licenziare. Per le scelte da fare, conta che il mercato non riesce ad assorbire la domanda di lavoro che c’è, stabile o instabile ma comunque di occupazione suscettibile di produrre una continuità di reddito dignitoso.

Se si conviene che il vulnus principale del nostro mercato del lavoro è maledettamente questo, la scelta di destinare prioritariamente le risorse disponibili – e finanche quelle indisponibili a mezzo di nuovo indebitamento – dalla parte della domanda di lavoro secondo il criterio selettivo di un reddito minimo senza preventivamente allargare in maniera significativa il terminale dell’imbuto e, dunque, la concreta possibilità di assorbimento dal lato dell’offerta di opportunità occupazionali, queste sì di cittadinanza – cioè universali e non selettive – giustifica le ragioni di chi critica l’introduzione del Rdc non a priori ma relativizzando il giudizio rispetto alle condizioni reali del nostro sistema. E questo in disparte da tutte le possibili distorsioni paventate (cambi fittizi di residenza, finti divorzi, utilizzi delle carte di cittadinanza per conto di terzi) e dando, invece, per scontato che non vi saranno truffe di alcun tipo.

Si può allora comprendere l’urgenza di dare una risposta alle condizioni di povertà estreme – come del resto era già nelle corde e nelle prospettive di implementazione del Rei, il Reddito di inclusione già applicato senza troppo clamore nel nostro ordinamento – ma nessuno crederà ragionevolmente che tra le cause principali di uno dei tassi di disoccupazione più elevati dell’Occidente vi siano la riluttanza a mettersi a cercare un lavoro, così da fare della lotta ai potronati una crociata prioritaria senza neppure averne i mezzi e, soprattutto, senza considerare che i tanti neet (giovani che hanno smesso di studiare ma anche di cercare un lavoro, al punto da non essere più neppure annoverati tra i disoccupati nelle statistiche) non sarebbero arrivati a tale stadio di disillusione se soltanto il mercato fosse stato in grado di offrire reali possibilità di impiego, in tempi ragionevoli dopo la fine della loro ultima ed ennesima esperienza formativa.

Cos’è prioritario, in conclusione, se si vuol intervenire non soltanto in funzione assistenzialistica (chè se si vuol questo soltanto, basta dirlo senza infingimenti e ambiguità) ma anche per una reale politica attiva del lavoro? Distribuire la torta che c’è e per quel che ne rimane o trovare chi la cucini e continui a farne altre per tutti? Quanto alla ricetta, questa non può che essere un mix virtuoso tra alleggerimento del costo del lavoro e formazione sul campo, rendendo meno salato il costo del lavoro per tutti i nuovi assunti per un tempo congruo e legando l’avvio di ogni esperienza lavorativa a sostanziosi investimenti pubblici per la formazione mirata al lavoro che si fa nell’azienda assumente, poiché è questa la maniera più sicura per indurre l’imprenditore (che ragiona con logiche di mercato reale diverse dal legislatore) a tenersi un dipendente già formato per l’attività che gli serve avere. A quel punto anche la querelle su tempo determinato/indeterminato sarebbe destinata a sdrammatizzarsi.

Si obietterà che le carte di cittadinanza di cui al decreto n. 4/2019 andranno utilizzate e perciò spese obbligatoriamente (pena la trattenuta sugli avanzi) e, dunque, questo farà lievitare i consumi con effetti benefici per tutta l’economia e presumibile crescita delle offerte di lavoro. Non può negarsi che lo stimolo al consumo potrà portare immissioni di vivacità e ottimismo, specie all’inizio. Del resto, nei lunghi anni bui della crisi se l’impoverimento ha colpito tutte le classi sociali, sono stati i redditi più bassi a risentirne di più e dunque lo stimolo ai consumi deve passare necessariamente anche dal sostegno alle fasce più deboli della popolazione. Ma che possa tornare utile in questo caso l’aforisma di Petrolini (“il denaro va cercato tra i poveri, ne hanno poco ma sono tanti”) è ragionevole avere qualche dubbio, atteso che ci riferiamo a meno di un milione e mezzo di nuclei familiari che potrà, peraltro, spendere il sussidio per beni in grande prevalenza di prima necessità.

Ben diversa sarebbe stata la prospettiva se si fossero investite le risorse su di un piano straordinario e spregiudicato di incentivazione e flessibilizzazione dell’offerta di inserimento lavorativo/formativo. Nell’interesse di chi alla fine di quella offerta ne beneficia, potendo più agevolmente trovare lavoro o ritrovarlo dopo averlo perduto, gettando così le fondamenta solide per un processo di crescita stabile e duratura dei consumi, piuttosto che in una fallace fiammata iniziale, secondo il proverbio cinese “dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno; insegnagli a pescare e lo nutrirai tutta la vita”.