Sanremo, il vero “termometro” dell’Italietta

Il Bel Paese si rispecchia nel Festival, riconoscendogli la capacità di interpretare ed esprimere l'immaginario populista e popolaresco dei suoi abitanti

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C’era una volta una tranquilla località di mare della Liguria di ponente, “incastonata” nella ridente riviera. Abbienti villeggianti e rassegnati pensionati trascorrevano quiete vacanze nei paraggi di un mare bellissimo, all’ombra delle palme. Eleganti e discreti alberghi, linde pensioncine e ville solatie si spargono in tutto il borgo sconfinando anche sui colli vicini.

I suoi abitanti un tempo si chiamavano Matuziani dal toponimo latino Oppidum Matutianum, ma, visto che fu il vescovo di Genova, Romolo, a fortificare il paese contro le incursioni saracene, prese il nome di Castrum Sancti Romuli da cui, per adattamento dialettale, discende il nome attuale: Sanremo. Non mi chiedete le regole che determinano le trasformazioni dei nomi perché risiedono, forse, nell’ironia della sorte.

Potrei dilungarmi sulle informazioni geografico-turistiche, ma preferisco invitarvi a consultare una buona guida. Guida sulla quale troverete, dopo sbrigative notizie, il dato invadente: “dal 1951 Sanremo è sede del Festival della Canzone italiana”. Nulla nella storia dei popoli avviene per caso, verrebbe fatto di dire. Noi che quell’anno 1951 c’eravamo, ricordiamo quella coserella che entrava in punta di piedi nella vita quotidiana dell’Italia del dopoguerra, un’Italia che si rimetteva a cantare.

Domenico Modugno trionfatore al Festival di Sanremo del 1958

Cominciò subito con quell’idea che fu e resta dominante nella gara musicale: depositare nelle canzoni il senso vero e profondo dei problemi del Paese con una tempestività che nemmeno il Governo, il Parlamento, gli intellettuali, la stampa, la Chiesa, il Censis potevano vantare. E a Sanremo se ne discusse e se ne discuterà con vera passione. Si cominciò subito col ristabilire che si doveva ricominciare a parlare d’amore mentre si ricostruiva la nazione, avvilita dalla guerra persa e dalla libertà calpestata.

Dopo le tronfie primavere di bellezza, le donne che non ci vogliono più bene perché portiamo la camicia nera, i sommergibili rapidi ed invisibili, le vittorie in terra, in cielo e in mar, fu giusto ristabilire le proporzioni: “Grazie dei fiori”. Punto. Fu subito gloria, la gloria che gl’Italiani prediligono, quella del cuore innamorato. Poi si delegò Sanremo a rivendicare Trieste irredenta e si affidò alla colomba della pace il compito di scoraggiare Tito dal prendersi tutta la rivincita che bramava dopo aver massacrato migliaia di innocenti, quel gaglioffo criminale. La colomba volò e arrivarono i bersaglieri.

Al Bano e Romina, vincitori del Festival nel 1984, con Gianni Ravera e Pippo Baudo

Si continuò così: ricostruzione, boom economico, crisi della scuola, disoccupazione, autunno caldo, contestazione, riflusso, corruzione clientelare, crisi religiose e via compilando attraversando il patriottismo, il socialismo, il capitalismo, l’ambientalismo. E, oggi, il populismo che rivendica perfino il diritto di pretendere che il vincitore della gara di canzonette (orribili) sia tutto italiano. Non importa se, nel mondo dei rapper, la lingua italiana sia maltrattata e umiliata.

Sanremo a chi seppe leggere nel cuore del popolo più strano, illetterato e sentimentale d’Europa offrì, e ancora offre, il miglior rendiconto sulle condizioni dell’Italia e sul pensiero vero e profondo degli Italiani notoriamente poco inclini alle storie e alle letture e più versati nel canto.

Claudio Baglioni, Virginia Raffaele e Claudio Bisio con Mahmood, vincitore dell’edizione 2019

Il Festival svolge il ruolo che negli Stati Uniti ha il discorso del Presidente “sullo stato dell’Unione”. La futilità del mezzo non sorprenda. Al sociologo attento non può sfuggire il fenomeno dell’immensa e pletorica festa paesana: sarà per lui più eloquente di molte indagini demoscopiche, il pessimo gusto che promana da quel palcoscenico va decifrato come un saggio di semiotica sociale.

Questo spiega la francamente volgare esagerazione nel confezionare una gara di canzonette che in un altro paese mobiliterebbe si e no le associazioni di discografici, le società di canto corale e le televisioni commerciali. L’Italia si riconosce nel Festival di Sanremo e gli riconosce la capacità di interpretare ed esprimere l’inconscio collettivo dei suoi abitanti, quell’immaginario populista e popolaresco, restio alle letture e renitente agli studi e, quindi più pronto a linguaggi elementari e diretti, a codici, direbbe il semiologo, facili e primari come la musica, facile mi raccomando, delle canzoni. “La terra dei cachi” fu solo l’inizio. Oggi la musica è anche molto brutta. In tutti i sensi.