Domenica 27 gennaio, la giornata della memoria corta

In Italia, come nel resto d'Europa, torna a spirare il vento gelido del razzismo, che testimonia come i fantasmi della shoah non si siano ancora dileguati

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Ogni anno, all’approssimarsi della data che ricorda l’apertura dei cancelli di Auschwitz, un profluvio di parole, citazioni, fotografie, documentari, film, testimonianze, convegni, manifestazioni reali e virtuali ci sommerge e ci interroga con muta insistenza. Domande che a settantaquattro anni da quel 27 gennaio 1945 dovrebbero avere risposta e che tuttavia aleggiano sospese, insolute, nel buio delle nostre coscienze. Le voci dei testimoni si strozzano in gola, le parole dei sopravvissuti si sfilacciano come pagine di libri che nessuno legge più. E il rituale dell’anniversario si svuota di significato, tramutandosi in teatrino farsesco e beffardo.

Certo si vendono più libri di Primo Levi nelle settimane che precedono il giorno della memoria, la televisione manda in onda puntualmente Schindler’s list, immancabile come Una poltrona per due la vigilia di Natale, a scuola si parla di Shoah tra una simulazione di prova d’esame e una interrogazione a sorpresa di matematica. E mentre ci commuoviamo per la bambina col cappottino rosso, unica traccia di colore in quel bianco e nero volutamente tetro e opprimente, i nostri occhi assuefatti all’orrore non notano più nulla; le immagini del telegiornale scivolano via, celermente archiviate nella cartella “ordinaria barbarie”.

I morti del mediterraneo non hanno voce, neppure corpo, se non quello che giunge a riva putrefatto, come un relitto abbandonato, carcassa spiaggiata rimossa in tutta fretta per non urtare la sensibilità dell’opinione pubblica. Sono numeri che si sommano, in un bilancio agghiacciante che tuttavia non stupisce, perché un numero non è un essere umano, è qualcosa di meno di un oggetto, è un’astrazione e non si ha pietà ed empatia per un’astrazione, non c’è scritto in nessun testo sacro, neppure nelle note a pie’ di pagina.

Sto guardando questo schermo da diversi minuti, senza riuscire a tradurre in parole il mio sgomento. Ogni volta che tento di scrivere, le singole lettere mi sembrano strani orpelli privi di significato, il cui senso è naufragato insieme alla solidarietà umana, alla condivisione del dolore, al silenzioso rispetto per il destino di centinaia di disperati senza volto, senza nome. E senza importanza. Pochi giorni fa è stato sgomberato un Centro di accoglienza per richiedenti asilo a Castelnuovo di Porto, a pochi passi da Roma. Uomini, donne e bambini sono stati trascinati via, senza una spiegazione, senza neppure la possibilità di conoscere la propria destinazione; via da scuola, via dai posti di lavoro, via da una struttura che li ospitava e sosteneva in un progetto di integrazione, inclusione e umana solidarietà.

Ho commesso l’errore fatale di leggere i commenti alla notizia, scoprendo un volto ancor più detestabile dell’italiano medio, gretto, meschino, disumano. Italiano medio che immagino ami mostrarsi caritatevole sui banchi di chiesa, rispettoso delle leggi, onesto cittadino, difensore del bene pubblico, colui che ama il prossimo suo. Non questo, il prossimo. Non certo il piccolo evasore, furbetto, avido e attaccato a quattro centesimi, che parcheggia in tripla fila e intona la sua filippica delirante contro la corruzione politica che gli infligge una doverosa multa; assolutamente non uno che “la legge va rispettata” ma non da lui, perché fa parte di una razza superiore, o uno che si riempie la bocca di illazioni qualunquiste e crede di fare la rivoluzione civile col deretano incollato alla poltrona, servito e riverito e con la pancia piena. Ho letto frasi che mai avrei pensato di leggere, malgrado non nutra tutta questa stima nel genere umano.

La vignetta di Luciano Ricci è del 1992

C’era chi festeggiava, chi si felicitava del risparmio economico, chi ipotizzava fantascientifici blocchi navali o scudi interstellari per lasciarli crepare a casa loro, che poi il mare si inquina e a fare il bagno nel villaggio turistico a cinque stelle si potrebbe essere turbati dall’orrore, chi si rallegrava della ritrovata sicurezza nelle strade, nelle case, nelle coscienze annichilite. Chi accusava di ipocrisia e buonismo gli utenti che mostravano un briciolo di pietà, di tristezza, di angoscia, di solidarietà. Chi “ospitateli nelle vostre case questi pidocchiosi delinquenti”, “ci tolgono il pane di bocca, il lavoro, la casa”.

Chi invece “vorrei sottolineare che questi qui sono accolti, vestiti, nutriti, gli danno pure le sigarette e il telefonino e 40 euro al giorno, un tetto sopra la testa, che altro vogliono? a me 40 euro non me li danno”. Non intendo confutare tali illuminanti perle di saggezza, e neppure far notare che i centri di accoglienza o di identificazione ed espulsione non siano luoghi ameni di villeggiatura. Ma vorrei riflettere sulle parole, sul loro peso specifico, sul senso che dovrebbero avere anche in bocca o sotto i polpastrelli di persone evidentemente incapaci di controllarsi.

L’avvento dei social network ha generato l’illusione che democrazia significhi parole in libertà, senza conseguenze, senza freni inibitori. È questo uno degli aspetti più deleteri del fascismo strisciante della comunicazione. L’aggressività verbale, l’accapigliarsi su ogni minima cosa, il ridurre la dialettica a tifoseria buzzurra da arena di gladiatori, il cogliere ogni occasione per vomitare addosso ad altri veleni, frustrazioni, odio sono sintomi pericolosi di qualcosa che evidentemente covava nella cenere, sotto traccia e che ora esplode senza pudore, quasi con autocompiacimento. E allora fioriscono i censori da poltrona, i moralisti dell’ultimo minuto, i razzisti senza se e senza ma, i criptorazzisti che non sono mica razzisti ma gli elegantoni che apostrofano le donne con epiteti da trivio, quelli che augurano la morte a chicchessia, salvo poi smentite, fraintendimenti, mistificazioni. Quelli che fanno parlare la pancia, quasi mai il cervello o quelli che sono semplicemente delle persone spregevoli. E che impongono il loro pensiero spregevole confondendo l’idea democratica dello scambio di opinioni con l’arroganza dettata da una presunta superiorità morale, quando non direttamente razziale ed etnica.

Quei cancelli si stanno riaprendo. Non avranno incisa la scritta Arbeit macht frei, ma si stanno riaprendo in un silenzio assordante e connivente. E non sarà la citazione di Shemà o una fotografia di Anne Frank ad arginare questa deriva spaventosa. Spira un vento gelido in Europa, dietro una falsa parvenza di democrazia e di diritti umani si nascondono rigurgiti razzisti, antisemiti, omofobi, islamofobi. Si torna a distinguere un essere umano dal colore della sua pelle, dalla sua più o meno oscura provenienza, dalla religione o dall’assenza di religione, dalle scelte sessuali e quei cumuli di cadaveri dei campi di sterminio si riducono a mute figurine, materiale buono per storici del passato, ché noi guardiamo al futuro radioso e straordinario che ci attende.

Si decide che alcuni uomini debbano essere rinchiusi in campi di detenzione, torturati, mutilati; che centinaia di disperati vengano lasciati morire in mare, perché un gesto di umanità è contro legge e soprattutto contro il buonsenso. Si fomenta una guerra tra poveri in un paese dalla memoria corta che si è consegnato nelle mani di una ciurma di incompetenti pronti ad alimentare razzismo e ignoranza. Si dice “prima gli italiani”, salvo poi ulteriori distinzioni. Perché i terroni, dopo le elezioni, tornano ad essere terroni e dimenticati, anche quando si vendono per quattro centesimi al primo affabulatore che promette miracoli. Sono trent’anni che funziona così, in una parabola discendente che dai nani e ballerine ci ha portati a riassaporare un passato amaro, velenoso, vomitevole. Mendel, il protagonista di Se non ora, quando? dice che “ognuno è l’ebreo di qualcuno”. Non avevo compreso appieno la portata di questa affermazione. La storia non insegna nulla e le parole, mai come oggi, non servono più a niente.