Dal pianto al canto al vanto, per Matera è l’ora di pensare al futuro

Il titolo di capitale europea della cultura non può distogliere l'attenzione dai problemi e dai ritardi che ancora affliggono il capoluogo lucano

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È il tempo di Matera Capitale Europea della Cultura 2019. Gran giornata quella di sabato per il capoluogo, per la Lucania, per tutto il Sud. Questo Mezzogiorno di antiche storie e canti vetusti. Questa storia anche tragica che ha goduto, però, di una narrazione poi diventata antropologicamente foriera di attenzioni, cura, sguardi. Ma dobbiamo cercare di andare oltre.

Intendiamoci. Se Matera oggi è al “centro” dell’Europa, se la questione Matera diventa, da “vergogna” che era (“nazionale”, tra l’altro), di interesse continentale, molto lo si deve alla denuncia dei letterati, alla creatività pensosa dei pittori, alle scelte di vita di qualche artista importante. Ma non resti il canto di Matera un mito incapacitante. Proprio ora che, all’apparenza delle luci della ribalta, Matera ha vinto, non ci si fermi solo a questo canto. Un canto che è stato importante e che è stato tutto. Senza Carlo Levi e Rocco Scotellaro, per fare solo due nomi, non si può dare Matera 2019. Questo sia chiaro.

Immagini dai festeggiamenti del 19 gennaio (foto dalla pagina ufficiale di Matera 2019)

Però ora si vada, assieme a questi nomi ed anzi grazie a loro, anche oltre una certa visione sociologica di arretratezza che dall’angolo angusto giunge oggi all’augusto luccichio. Il disagio, la sporcizia, la vita impossibile. Insomma: la visione di Matera e dello scandalo della contiguità uomo-animale ancora dopo la seconda metà del secolo; le foto di Mario Cresci; le rughe sui volti delle donne trentenni. Tutto questo, che è storia, resti tale.

Il nostro assunto è importante per due ragioni. La prima è anche storica. Matera non viveva in quelle condizioni solo per l’estrema condizione del povero ceto bracciantile. Matera viveva di una particolare conformazione geologica di insediamento antropico che inevitabilmente costrinse (nel senso letterale del termine) questa gente a sussistere ancora in certe condizioni. Ma la scelta risaliva a ragioni di adeguamento della pietra ai bisogni di collocazione umana. Un qualcosa che diventava arcaico mentre accadeva ma che sarebbe sbagliato leggere solo con categorie sociali, politiche, economiche.

Stefano Bollani, Gigi Proietti e Rocco Papaleo (foto dalla pagina ufficiale di Matera 2019)

C’è una questione anche antropologica su cui tanti studiosi hanno detto meglio di noi. Ma quel che intendiamo dire è che già allora esisteva una Matera diversa, più borghese, la Matera delle famiglie che erano state aristocratiche e che emergevano. Così come è esistito anche un altro “canto” lucano, quello di Leonardo Sinisgalli, l’ingegnere poeta, più speranzoso e meno “contadino”. Quella è la Matera che cominciò a rinascere.

Perché grandi architetti come Quaroni e Valori non arrivarono a Matera per caso. Qualcosa si muoveva. E allora Matera sia simbolo per davvero di questo “riscatto” (che, da pugliesi, ci auguriamo sia più compiutamente materano che altamurano, per dirne una), pur nell’ossequio doveroso e irrinunciabile verso gli scrittori delle sue indicibili disgrazie passate.

Rivedendo in questi giorni il magnifico film documentario “Magia lucana” del 1958, di Luigi Di Gianni, ci siamo personalmente chiesti se quello della ritualità tradizionale del mondo contadino fosse l’ovvio punto di partenza del fenomeno attuale (come dire: “ricordiamoci, veniamo da qui e questo eravamo”) oppure, in un certo senso, se “qui dobbiamo sempre tornare” come memoria e riconoscenza dei sacrifici delle passate generazioni oppure, ancora, “questo non dobbiamo più essere”.

(foto dalla pagina ufficiale di Matera 2019)

Tutte e tre le posizioni hanno un fondamento ma ora si guardi avanti. La storia è vera quando cammina e continua, altrimenti è un fossile. E sì perché a Matera tanto c’è ancora da fare, potrebbe dirsi persino che il più sia ancora da farsi. Diciamolo!

Che delusione l’eterno cantiere della 96. Inconcepibili i rallentamenti per raggiungere la Capitale della cultura. E il treno? Due ore da Bari a Matera. Troppe, troppo! Matera è peraltro, eccezion fatta, forse, per i centri sardi recentemente assurti allo stesso ruolo, l’unica città italiana capoluogo di provincia a non essere servita dalle Ferrovie dello Stato. Inconcepibile! Ci divertiamo spesso nell’addebito di questi ed altri ritardi infrastrutturali addirittura all’eredità borbonica. Ma chi ha governato Matera, il Sud e l’Italia in ormai quasi 160 anni di Unità?

È vero. Il Sud sa fare ricchezza della sua povertà. Il canto di Matera lo dimostra. Pianto, canto, vanto: questo il climax storico materano. Ma ora guardiamo avanti, nel solco di quella storia e cultura. Scrisse Rocco Scotellaro stesso in un suo famoso libro di racconti: “Ecco che uno si distrae al bivio (espressione che dà il titolo al volume, ndr), si perde. E chi gli dice “Prendi questa” e chi “Prendi quest’altra”. E uno resta là, stordito. Aspetta che le gambe si muovano da sole”.

Matera si è mossa. Ora deve cominciare davvero a correre. Con calma e giudizio, s’intende: siamo pur sempre mediterranei.