L’informazione? “Nemica del governo e serva del potere”

Dopo gl attacchi di Di Battista e Di Maio, il deputato 5S Luigi Gallo lavora ad una commissione che verifichi le "ricerche più importanti da divulgare"

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La conta dei nemici di questo governo aumenta ogni giorno. Sarebbe interessante provare a ricostruirne l’elenco intero: migranti, poveri insolenti, ong, centri sociali, “zecche rosse”. Nelle ultime settimane, però, a guadagnare il podio – a fianco, ovviamente, dei migranti, che restano il nemico numero uno – sono risaliti i giornalisti, i maggiori colpevoli, per i 5 stelle, dell’alterazione della realtà. “Pennivendoli e puttane” per Alessandro Di Battista, “infami sciacalli” per Luigi di Maio, sono loro i responsabili del massacro di Virginia Raggi, poi assolta dalla magistratura. Ma le invettive pronunciate da Di Battista e Di Maio rappresentano solo la punta più avanzata e vistosa di una lunga serie di attacchi, che in verità hanno origini lontane e che in occasione dell’assoluzione della Raggi sono solo divenute ancor più scoperte e sferzanti.

Se si scava un pochino, la visione alla base è chiara: i giornalisti come una massa di truffaldini, spacciatori di visioni distorte della realtà, di cui diffidare. Sì, perché l’obiettivo è ovviamente incidere sul rapporto fra i cittadini e l’informazione: essi devono stare in guardia rispetto a tutto ciò che i giornalisti dicono, in quanto asserviti alla casta e ai poteri forti. In questa narrazione, come spesso accade nelle denunce dei cinque stelle, l’identità dei “poteri forti” resta spesso nebulosa e imprecisata.

Di certo, però, c’è a monte l’idea che esista una realtà oggettiva, indiscutibile, che i giornalisti – tutti indistintamente – tendono ad occultare, diffondendone un’immagine distorta, la più conveniente ai “poteri forti”. Ci sembra di essere in presenza, qui, di un corto circuito. Per anni i cinque stelle si sono fatti promotori di un’idea di politica partecipata, “dal basso”, a partire dall’idea che la politica sia un luogo di decisione collettiva, e che non esistano visioni corrette in assoluto della realtà. Persino su questioni cruciali come l’obbligo dei vaccini, essi hanno spesso tentennato, mossi da questa vocazione “postmoderna” alla politica: non esistono verità indiscutibili, la politica deve aderire a ciò che pensano i cittadini, essere al servizio delle loro idee. L’unico parametro per misurare la tenuta di un’idea, allora, è il numero di persone che la condivide e la sostiene: la ragione si fonda sul principio della maggioranza.

Non esistono verità assolute allora, tutti hanno diritto di parola. Eppure i giornalisti, quelli che per lavoro dovrebbero raccontare la realtà, sono “pennivendoli e puttane”, non hanno diritto di parola. A loro il diritto di interpretazione non è concesso.

D’altronde, è notizia recente che il deputato del m5s, Luigi Gallo, ha fatto una proposta di legge in cui si chiede l’istituzione di una commissione che verifichi quali sono le “ricerche più importanti da divulgare”. Insomma, questa visione “postmoderna” della verità vale fino a quando le interpretazioni e le idee non vanno contro il movimento 5 stelle, il cui, ruolo, addirittura, si appresta a divenire quello di “garante” se non addirittura di “decisore” dell’informazione stessa.

Davvero una strana variante del postmoderno. Non vorremmo fare le pulci ai cinque stelle, ma è forse importante sottolineare innanzitutto che il postmoderno, così come il relativismo, non si fonda su una visione indistinta della verità, secondo la quale chiunque si alzi la mattina può permettersi di obiettare alla comunità scientifica che tutto ciò a cui lavora sono solo chiacchiere da bar, pretendendo di indicare la giusta via. Il postmodernismo ha piuttosto affermato, nel novecento, che la verità è sempre storica, mai assoluta, e che persino la scienza si fonda su paradigmi relativi ad un dato orizzonte storico e valoriale. Solo assumendo la storicità delle proprie categorie è possibile aprire il proprio sguardo sul mondo, ma questo non equivale a fare scadere l’interpretazione nella chiacchiera: la verità è piuttosto il risultato del confronto, dell’apertura del proprio orizzonte storico e culturale, che richiede studio, approfondimento, impegno, capacità di dialogo e di decostruzione.

Piuttosto che appellarsi alla maggioranza, il movimento 5 stelle dovrebbe battersi per una formazione di qualità e plurale, che permetta alla gente di partecipare con consapevolezza alle decisioni, anche politiche. L’informazione, in questo quadro, gioca un ruolo fondamentale: altro che pennivendoli!

Ma forse il nocciolo della questione è ancora un altro. I giornalisti costituiscono in questi giorni, come abbiamo rilevato nell’introduzione, uno dei tanti nemici identificati da questo governo. La necessità sembra essere quella di rinsaldare il proprio popolo contro un nemico, identificato di volta in volta con uno dei tanti “altri” rispetto a cui si coglie l’occasione per indirizzare odio e rancore.

Lo abbiamo visto coi migranti, lo vediamo coi giornalisti, continuiamo a vederlo con chiunque abbia da ridire su questo governo, velocemente tacciato di buonismo e nefandezze simili. Altro che pluralismo: la strategia di questo governo è costruire un muro fra “noi” – i buoni, vittime dei poteri forti e dell’invasione etnica, italiani ingannati dai giornalisti, che adesso si riprendono pure il controllo dell’informazione – e “loro”: buonisti, migranti, omosessuali e poveracci vari che avanzano pretese, giornalisti che si permettono di criticare il governo.

A noi piace pensare che l’informazione possa essere uno di quei luoghi in cui maturare davvero la capacità di riscrivere collettivamente il futuro. Non sottraendosi al confronto, non invocando nuovi idoli e signori, ma aprendosi agli altri e al mondo, approfondendo ciò che accade fuori e dentro di noi, scoprendo sé stessi nel mondo.