“Tuta blu” ha quarant’anni ma non li dimostra affatto

Il romanzo di Tommaso Di Ciaula, "il poeta di fabbrica" originario di Modugno, è un cult della letteratura industriale e continua a mietere consensi in tutto il mondo

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Sta passando quasi sotto silenzio un anniversario che, invece, ci appare tutt’altro che trascurabile. Tanto più in tempi di problematiche legate all’industrializzazione selvaggia, in drammatica distonia con l’ambiente e il rispetto della vita umana. Tanto più, insomma, in tempi di Ilva (o come si chiama ora). In Puglia, poi. Da qui, dal barese, partì esattamente quarant’anni fa, in un 1978 che per tante ragioni fu difficile, una denuncia che si fece narrazione e resoconto di una verità sotto la forma di un dire creativo e interessante. E nacque il famoso romanzo “Tuta blu”, opera di Tommaso Di Ciaula. Un caso editoriale vero e proprio, subito intuito (e pubblicato) non a caso da Feltrinelli. La cornice della fabbrica, la Nuovo Pignone Sud a Modugno, per una realtà espressamente letteraria.

Abbiamo avuto la fortuna di incontrare Di Ciaula, di parlarci (ma soprattutto di ascoltarlo) per l’occasione di questo nostro ritorno alla sua storia e alla necessità di ricordarla. Tommaso è stato di una grande disponibilità, contento del nostro cocciuto cercarlo (il grazie per l’incontro va al suo amico Giuseppe Fioriello, a sua volta amico nostro, ma ancor di più dell’arte e della bellezza).

"Tuta blu" ha quarant'anni ma non li dimostra affatto
Di Ciaula a Expo Arte 85. A sinistra, la copertina del libro “Tuta blu” del 1978

“Grazie, amici miei perché, sapete, in pochi quest’anno si sono ricordati di questa storia. Sono passati quarant’anni di lotte, parole e silenzi. Quante ne ho passate, ma non rinnego nulla. Rifarei tutto”. Così Tommaso, oggi in avanti con gli anni e con qualche acciacco, tanta dignità e molta solitudine. Siamo appassionati di questioni di critica e allora la prima riflessione coinvolge il filone in cui “Tuta blu” agisce, quello della cosiddetta “letteratura industriale”, coltivato da nomi come Paolo Volponi e Ottiero Ottieri. Proprio Volponi scrive la prefazione al lavoro di Di Ciaula. “Diventai suo amico. Gran bella persona, Volponi. Un signore”, ricorda Tommaso, che è stato in contatto con tanti grandi autori e letterati che hanno conosciuto e apprezzato la sua opera. Da Sciascia a Quasimodo, Calvino, Fubini fino agli scrittori con cui condivise il fascino delle famose Estati Romane, le cosiddette manifestazioni culturali “effimere” volute dall’architetto e allora assessore alla Cultura Renato Nicolini, quando sindaco della Capitale era il critico d’arte Giulio Carlo Argan: Ferlinghetti,  Evtushenko, Ginsberg.

A Roma agiva anche Simone Carella, originario di Carbonara di Bari, tra i pionieri del teatro d’avanguardia. Tommaso gli fu vicinissimo.

"Tuta blu" ha quarant'anni ma non li dimostra affatto
Una foto recente di Tommaso Di Ciaula

Ma chi è Di Ciaula? Nativo di Adelfia (“per sbaglio”, tiene a precisare), ha vissuto a Modugno (“città rovinata da un’edilizia senza scrupoli”), ma ora vive a Bitetto, con qualche difficoltà: “Una città che mi ha sempre ignorato e alla quale io ricambio il favore”. Poeta, intellettuale, romanziere. Oggi anche esperto di medicina alternativa. Straordinaria figura di uomo libero. In più, “sempre innamorato delle donne, puoi scriverlo”. Tommaso è così. Ironia, dignità e silenzi oggi dopo tanto clamore ieri.

Clamore figlio del calore umano che traspare dai suoi scritti. L’uomo nella bufera della società industriale di un mondo che, come si diceva allora, era “alle soglie del duemila” e che però nel duemila non entrava e non cambiava. Questo contesto è raccontato da Di Ciaula senza nulla nascondere. Nessuno ne esce salvo, persino il sindacato è preso di mira e Luciano Lama in persona interverrà sull’Espresso contro il romanzo. Così “Tuta blu” da un certo mondo politico, ma anche intellettuale e pubblicistico, fu messo all’indice, con ovvie ricadute sulla serenità del suo autore. Altri recensirono invece con favore il romanzo.

La realtà è che il testo dell’autore pugliese scontò la dirompenza per l’epoca ma ritrova l’attualità per l’oggi, non restando ancorato al 1978. Sfruttamento, vita alienante, disumanità del lavoro che opprime. Temi classici del lessico marxista e socialista, un corpus dottrinale non certo rinnegato dal nostro, pur tuttavia all’interno di una dialettica anzitutto antropologica e culturale. Lo dice anche il felice sottotitolo del libro: “Ire, ricordi e sogni di un operaio del Sud”. Operaio tornitore e però figlio, c’è da dire, della civiltà contadina, da cui egli proviene. In questo il dissidio: nel libro traspare proprio il dolore per questa civiltà persa e in trasformazione. Un dolore pasoliniano. E Tommaso ha conosciuto Pasolini personalmente. L’operaio del libro immagina di poter scorgere il mare dall’alto della fabbrica: non glielo permettono. Anche da qui il tormento.

"Tuta blu" ha quarant'anni ma non li dimostra affatto
Lo scrittore in un’immagine di qualche anno fa

Il libro è stato riproposto, con una operazione meritoria, dalla casa editrice italo-tedesca Zambon nel 2002.

“L’urgenza che muove questo libro è sprigionata da due condizioni esistenziali che accompagnano e spaccano la vita di Tommaso Di Ciaula. La prima è la sua condizione di contadino pugliese, la seconda è il suo essere operaio, con un timbro sulla tuta blu, e tanti altri timbri”. Così Paolo Volponi nella prefazione, poeta anche lui e non solo romanziere, proprio come Tommaso Di Ciaula. Un poeta, Di Ciaula, come detto gradito alla critica di valore. Un poeta “di fabbrica”, come si diceva in quegli anni.

E Di Ciaula anche nello stile in prosa è poeta, non nasconde il lirismo dei suoi intenti e registri espressivi. Uno stile che trasmette alla maniera coinvolta ma anche epigrammatica ed essenziale, non barocca, il dramma di un contesto insieme autobiografico e storico-sociologico. “Tuta blu” fu per davvero un’operazione di successo, con traduzioni in Germania, Francia, Messico, Russia, Spagna. Ne nacque anche un film, nel 1987, con Alessandro Haber, produzione tedesca: “Tommaso Blu” l’icastico titolo, assimilazione perfetta tra uomo e operaio, abito umano-mentale e costrizione aziendale. Con Haber l’intesa fu piena: un film girato insieme, con Tommaso molto vicino al cast.

“Momenti magici che ho nel cuore. Ma fu un trittico tutto magico, tra il romanzo del ’78, un titolo di poesia con Laterza e un altro libro ancora con Feltrinelli. Ho sofferto per la recente morte di Inge. Un’amica, una grande donna. Fu direttamente lei a volermi nel suo catalogo”, ricorda Tommaso, uomo libero pure nell’esternare la sua commozione.

Anche l’opera cinematografica, girata da  Florian Furtwangler, scontò una certa solitudine “politica”, non godendo di alcun finanziamento da parte di enti. Il regista, oggi scomparso, era il nipote del direttore d’orchestra Whilhelm. Tante le riduzioni teatrali di “Tuta blu” in Europa: zero in Italia. Eppure, il nostro era di casa negli istituti italiani di cultura all’estero, amatissimo in Germania. Il film fu girato a Bari, Bitetto, Bitonto (piazza Cattedrale e altri luoghi del centro storico) e nella  zona industriale di Modugno. “Alcuni ragazzi di Bitetto -ci dice Tommaso- presero di mira la troupe con continui scherzi e marachelle e allora io chiesi di trasferirci nella bellissima Bitonto e non ce ne pentimmo”.

Ma Tommaso Di Ciaula non si è mai fermato. Tra le varie pubblicazioni, vale citare, del 1997, “Acque Sante Acque marce”, romanzo Sellerio tradotto a Cuba e in Germania. Nel 2007, invece, “Ogni Poesia è un mistero”, la sua ultima raccolta di poesie, con Vito Radio editore e lavori artistici della pittrice modugnese Maria Trentadue.

Parla invece materano la sua prima silloge, ” Chiodi e Rose”, edita da Franco Palumbo per le edizioni del circolo Scaletta. Ha amato anche artisti e fotografi: su tutti Mario Cresci e Gino Guerricchio.

Disse una volta Di Ciaula, tanti anni fa: “Io questa storia l’ho vissuta e l’ho sofferta, è la mia storia. L’ho scritta perché ero stanco di essere considerato uno dei tanti numeri di un’assemblea o di un corteo o di uno sciopero”.

Ancora: “Non sapevo che avrei dato una voce alle classi subalterne. So che diranno che ormai una storia così è folclore, che l’operaio già non è più di moda. Ma io sono convinto che sia un libro attuale, profetico, che forse nelle fabbriche del Nord la tuta blu non esiste ma in tutto il mondo del lavoro più marginale è molto diffusa, c’è ancora il tornio, la cattiveria della macchina”.

Lo disse allora e lo ripete oggi: “Vero, vivo solo della mia semplice pensione, abito nel disordine e un po’ mi trascuro, ho pochissimi amici, nessuno mi ha chiesto negli anni candidature, né mi sono mai piegato a nessuno. Ma io non rinnego nulla”. Proprio per questo, verrebbe voglia di aggiungere.

Infine, un’anticipazione tutta per noi: “Tommaso e la sua tuta blu stanno forse per ritornare. Sto scrivendo una sorta di seguito della storia. Chissà che ne verrà fuori”. Un motivo in più per ripassare di nuovo dalle parti di questo signore, che qualche decennio fa stava sulle pagine dei quotidiani di tutta Italia, negli scaffali e nei teatri di tutta Europa e che oggi se ne sta a Bitetto, arrugginito come la panchina dove lo abbiamo incontrato e però lucente della dignità di cui si è detto.

Le foto di questo articolo sono di Giuseppe Fioriello