La scena come uno straordinario “palinsesto” di emozioni

“Rewind, frammenti di Uomo”, al Traetta di Bitonto per la regia di Marco Grossi, si rivela un originale e riuscito esperimento di teatro, tra lettura e recitazione

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Una delle esperienze più formative è andare a teatro un’ora prima dello spettacolo. Entrare in sala poco prima della messa in scena, quando le emozioni di tutto il cast sono palpabili: l’ansia, l’eccitazione, la paura e quell’incredibile desiderio di mettersi alla prova. Nessuno piange, nessuno è scoraggiato. Sono tutti uniti in una comune passione, come il regista romano Marco Grossi, giunto da Roma a Bitonto per portare la “lieta novella” a qualche aspirante regista e attore, e lo sceneggiatore e coprotagonista Vito Parisi.

Entrambi sono intenti a sistemare le ultime cose e a prepararsi ciascuno a modo suo. Di certo, il regista non vorrà rispondere ad altre domande… e, invece, le accoglie con molta gentilezza e maestria, le qualità di chi è innamoratissimo di quello che fa ed è ormai abituato da vent’anni a trattare con giornalisti e curiosi non programmati.

Ma chissà chi tra questi avrà mai avuto l’insolita fortuna di sedersi su una sedia posizionata sul palco, poco prima di uno spettacolo. Le emozioni qui si avvertono con maggiore intensità, come se si fosse nello studio di un pittore mentre ritocca la sua creazione poco prima di mostrarla al pubblico.

Le domande sono semplici, monotone, consuete, proprie di chi non sperava in quell’occasione fortunatissima; ma naturalmente Marco Grossi non sembra accorgersene, impegnato com’è a metter tutto l’impegno possibile in ogni risposta. Poi ci si alza, una stretta di mano e ci si saluta. Lo spettacolo avrà presto inizio: “Rewind, frammenti di Uomo”.

Le luci si spengono e si diffonde un religioso silenzio. Si sente una voce registrata mentre è tutto buio: “La lama è lucida, affilata, anche solo appoggiandola sulla pelle affonda silenziosa, dolce. Non sento male, è bastato un colpo. Solleva l’inutile pezzo di carne che ancora pulsa mentre il sangue, caldo, gli cola lungo le gambe. Quanto sangue ha un uomo?”.

Si alza il sipario. Vengono proiettate alcune scene su un pannello bianco al centro del palco; di fronte, una sedia e una scrivania spartana, con sopra un computer e dei fogli. Una fila di quattro sedie nere si trova alla sinistra della scrivania, disposte verticalmente sul palco e, dalla parte opposta, una fila di tre sedie e, alla fine, un tavolino da bar e due sedie rosse coprono parzialmente l’ultima sedia agli occhi del pubblico. Qui si siederanno sette donne, ciascuna con il proprio ruolo e il proprio significato. Sono Anna Jolanda Trovato, Ines Florio, Lucia Ruggiero, Roberta Sgaramella e Maria Leone. Ma prima che ciò avvenga è Vito Parisi a parlare o, meglio, a leggere, mentre fuma la prima di una serie di sigarette.

Comincia un botta e risposta tra quest’ultimo e una voce fuoricampo; il protagonista si siede al tavolino e una ragazza gli porta un caffè, in una tazzina rossa, mentre i fogli sono sparsi sul tavolino da bar. La cameriera tornerà a prendere la tazzina e il protagonista si avvicina alla scrivania, in quello spazio tutto particolare che prenderà il nome di “stanza”.

Una stanza è una stanza, quasi sempre”, legge Vito Parisi, nel suo ruolo di narratore, scrittore e “totem”, “nient’altro che uno spazio più o meno vuoto racchiuso tra quattro mura; una porta, sempre, una finestra, a volte, e l’odore di chi l’ha occupata, i ricordi e le tracce di chi ne ha fatta una cosa sua, un suo mondo a parte, il suo rifugio o la sua prigione”. Eppure, non si tratta di una semplice stanza, ma del luogo privato di un padre scrittore: quello è il suo luogo inaccessibile al giovane figlio e alla moglie. Vi possono entrare per pochi minuti; la moglie gli porta il caffè e si concede a qualche carezza. Sono entrambi gelosi di quello spazio privato e la santità di quel luogo non viene meno neppure il giorno della sua morte, quando finalmente il ragazzo può leggere dentro il computer di suo padre. È Marco Grossi ad interpretare il figlio, il primo di una serie di ruoli che si succedono sul palco, uno dei tanti frammenti che compone “l’enorme” uomo che si vuol comporre. E il sassofono accompagna quella ricostruzione con le sue note.

Il secondo frammento riguarda un vecchio, vedovo da un mese. Sente la mancanza di sua moglie, ma non può confessarlo alle sue nipoti per quei “fili invisibili di convenzioni” che lo muovono, vorrebbe essere solo per sfogare il suo senso di solitudine e la sua frustrazione. E il pubblico sente quell’impotenza e quel desiderio, quella mancanza innanzitutto fisica di sua moglie: “mi manca, mio Dio. Mi manca da morire. Mi mancano le sue carezze lente, quel piccolo tremore della mano che ci faceva ridere come ragazzi quando mi toccava laggiù, quando il desiderio si scordava dei nostri anni e ci regalava un’altra volta preziosa”. Per tutta la durata di questo frammento, si avverte l’invadenza delle nipoti e i loro occhi puntati su quell’uomo anziano, come se scrutassero l’uomo alla ricerca del minimo segno di decadenza o di dolore.

E ancora continua questa esplorazione nel cuore dell’uomo, quando un diverso anziano è tentato da una ragazza molto più giovane e, in quel dialogo indefesso tra il Totem sempre presente in scena e l’ennesimo ruolo di Marco Grossi, si rivela la sua vergogna, il suo senso di colpa, il desiderio e altre emozioni che non riesce a rivelare alla donna, ma che vengono lette al pubblico.

E, poi, un altro frammento: un bambino alle prese con un desiderio inconfessabile per una ragazza, che lo tiene in pugno come un ragno con la mosca. Il dominio è sancito dagli sguardi che i due si lanciano, di un’intensità tale da privare il giovane della sua volontà e di entrare nella profondità del suo animo, come fosse la casa della ragazza che lo guarda: “lei ti guardava. Guardava te”, recita il totem. Ed è talmente dura la prova da superare, da far scappare il ragazzo, mentre resta indelebile il bianco di quelle mutandine riflesso nell’acqua: “Il mondo era diventato improvvisamente un cielo malinconico e grigio con una sola nuvola bianca, riflessa in una pozzanghera” / “Il bianco non esiste” / “Pensavo di poterlo creare. Mi sembrò… possibile”. Cala il sipario: il primo atto è concluso.

Il senso di attesa non ha di certo abbandonato il pubblico e palpabile è la sua tensione. Il sipario si alza e il totem legge: “Un caffè costava settanta lire. Ne hai pagati due. Hai lo scontrino nel portafogli da quanti anni neanche te lo ricordi. Quando l’inchiostro aveva cominciato a sbiadirsi ci hai passato sopra la biro cercando di seguire attentamente il disegno delle scritte: la data e la cifra, in alto il nome bel bar e l’indirizzo.” Un altro frammento prende vita, quello di uno scrittore sorpreso del suo improvviso successo e di una donna, sua editrice, innamorata, ma che lui non ricambia: “Ti amo, le risposi, con l’impressione precisa di recitare una parte in una commedia”.

E, poi, ancora un’altra sequenza, un altro frammento: quello di un ragazzo alle sue prime esperienze sessuali, mentre una donna molto più grande di lui gli fa provare le prime vibranti emozioni e, poi, Finella, una sedicenne. E, non appena si conclude, c’è la più bella di queste sequenze, una delle ultime prima che il cerchio si chiuda.

Una donna sistema la sua valigia con pochi movimenti essenziali e si assiste alla situazione di un contadino molto innamorato di sua moglie Annarì. Le parole pronunciate dall’uomo, sempre lette, rendono la grandezza del sentimento per lei, ma anche il debito enorme che sente di avere per la presenza di questa donna nella sua vita: “Ho sempre vissuto l’amore di Annarita, la presenza di Annarita, come un regalo, come qualcosa che non mi fosse dovuto. Mi svegliavo ogni mattina meravigliandomi di trovarla al mio fianco, che vivesse con me la mia povera vita. Mi ha dato la forza di affrontare delle lotte a cui mi sentivo inadeguato; mi aveva insegnato a guardare il cielo, a me, che lo scrutavo solo per intravedere qualche traccia di pioggia; a sentire il profumo della terra, a me, che con la terra ci combatto ogni giorno per cavarne di che vivere.” E, proprio per questo continuo sentire di non meritare, di avere avuto una moglie troppo bella, troppo delicata, per lui, le perdona anche il tradimento, la fuga. Tutto quanto. “Dovrei essere arrabbiato, infuriato, vorrei aver voglia di picchiarla, di farle male, ma non ci riesco e in fondo so che è giusto così; solo mi sento addosso un torpore terribile e definitivo, come di una cosa irrimediabilmente terminata, come rendersi conto un attimo dopo di aver ucciso qualcuno e non poterci fare più niente. È da quando ero bambino che non avvertivo un senso di così grande impotenza, di una cosa tanto più grande di me che mi sovrasta.

La scena si sposta in un bar, in cui c’è un uomo solo che cerca in tutti i modi di non sentire dolore e di trattenere le lacrime, costretto a fingere che vada tutto bene. E, infine, l’ultimo di questi frammenti: un uomo costretto a rispondere ai suoi impulsi, sempre attivi, sempre presenti. E tutto culmina si conclude con un gesto estremo, che mette fine allo spettacolo ma anche a quella reiterata sofferenza, un dolore senza pari: l’evirazione. La stessa virilità dell’uomo viene presa come “capro espiatorio”, anche se non è che la semplificazione di una situazione degenerata, che danneggia alle fondamenta.

“Uno spettacolo coraggioso -lo definisce Marco Grossi- specialmente per noi uomini”. Uno spettacolo che mette a nudo l’uomo e lo rende facile bersaglio di forze che non può controllare. E a scandire il ritmo di questa frammentaria esperienza sono le parole di Vito Parisi, rigorosamente lette in scena, e il sassofono di Nicola Cozzella, il tutto orchestrato dall’agile bacchetta di Marco Grossi e del suo aiutante Emanuele Porzia, in una sequela di video proiettati, linguaggi e gesti simbolici, volti a ricreare il volto di un uomo e la sua anima in tutte le sfumature.

La lettura vuole segnare una continuità con la prosa e con il romanzo, portando in scena veri racconti visivi, scene indelebili per lo spettatore, disabituato a spettacoli di questo genere, che assiste al capovolgimento di quelle famosissime parole di Macbeth nell’omonimo dramma shakespeariano: “La vita non è altro che un’ombra in cammino, un povero attore che si agita e si pavoneggia sul palcoscenico e di cui poi non si sa più nulla. È il racconto narrato da un’idiota, pieno di strepito e di furore. Senza alcun significato”.

Ma Bitonto è pronta a questo genere di spettacoli? Più di quanto si immagini. E questo spettacolo ne è la prova.

Le foto sono di Massimiliano Robles