Il vero progresso è un ritorno all’antico

Nell'era della scienza, un rinato interesse per i classici greci e latini, come testimoniano libri e convegni, annuncia la nascita di un nuovo umanesimo

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Torniamo all’antico e sarà un progresso”, affermava già nell’800 Giuseppe Verdi. Ebbene sì! Con forme e metodologie diverse, assistiamo a una sorta di nuovo umanesimo, a un’autentica riscoperta dell’antico. Dopo un lungo periodo di oblio, di eclissi totale, cominciamo a rispolverare i classici. In realtà, il liceo classico langue. Come sostiene anche il prof. Michele Napoletano, docente di Letteratura greca all’università di Cassino e del Lazio meridionale, nel saggio “Il liceo classico: qualche idea per il futuro”. Eppure, l’amore per un testo latino o greco sembra improvvisamente riesploso.

Una riflessione s’impone, comunque, al di là dei dati incoraggianti. Il pensiero va a questo tempo, era delle avanguardie e delle migliorie tecnologiche. Un tempo che ha smussato, negativamente, le menti dei giovani studiosi o degli studenti novelli. Social e smartphone hanno poteri incredibili. Tutto questo, visto anche nel suo indotto positivo, ha portato gran parte dei giovani a prediligere l’ambito scientifico a quello umanistico (chiare sono le statistiche riguardanti le ultime iscrizioni al classico, al di sotto della media, di contro allo strapotere dello scientifico, ormai quasi Cerbero nelle scelte degli adolescenti).

L’opzione del ramo scientifico, in sé per nulla opinabile, ha forse col tempo leso la memoria storica, le radici della cultura occidentale, che ci contraddistingue e che candida l’Europa a culla della cultura mondiale. Quei greci, odiati e disprezzati, poco letti e studiati, sono diventati forse un peso?

In realtà, i pilastri dell’Occidente continuano a resistere imperterriti. Ma qual è, tanto più oggi, l’utilità del latino e del greco?

Questa la domanda, in realtà non banale, fonte di incessante e infervorato dibattito. Il prof. Luciano Canfora, in un’intervista alla Treccani, afferma che la problematica nasce già posta male. Canfora afferma, con sicurezza, che il mondo antico e quello contemporaneo vivano un fondamentale rapporto: quello di attingere l’un l’altro. Senza l’antico non comprenderemmo il moderno, senza il moderno non avremmo la possibilità di comprendere bene l’antico. “Ci si invaghisce di un mondo, ma lo si capisce bene studiando gli altri mondi”, conclude il docente.

Luciano Canfora
Luciano Canfora

Non è detto che una formazione scientifica offra, oggi, una migliore possibilità di crescita professionale. Il recentissimo nobel per la matematica è stato consegnato ad Alessio Figalli, che ha dichiarato di aver frequentato il liceo classico. Un vanto per i classicisti.

Nell’oblio del tempo è caduta anche la ferma convinzione che le scienze perfette siano la diretta conseguenza dell’osservazione e dello studio degli antichi. Senza un filologo classico, un classicista insomma, non avremmo tradotto e compreso Pitagora, Euclide, Plotino, Aristotele. Se facessimo un’indagine sugli attuali ultracinquantenni, tra economisti, banchieri, magistrati e uomini di potere, noteremmo che più del cinquanta per cento ha conseguito la maturità classica. Lo studio dell’antico esercita una forza plasmante, si diceva aprisse a qualsiasi indirizzo lavorativo. Anche oggi, diremmo, lo studio del latino e del greco giova alle menti dei giovani.

Basta volerlo capire. In alcuni casi, una buona conoscenza umanistica permette l’accesso in quei settori ove l’uso della lingua o la memoria storica risultano cruciali. Questa riscoperta dell’utilità del latino e del greco è decifrabile da svariate occasioni di confronto: dalle conferenze ai seminari organizzati dalle università italiane ai volumi di studiosi e appassionati, dedicati proprio allo stretto legame tra moderni e antichi.

Un esempio è “Gli antichi ci riguardano”, opera proprio di Luciano Canfora. Utili, ovviamente, anche le edizioni moderne di opere di Plauto, Terenzio, Cicerone, Tacito, Demostene, Platone. Non vanno dimenticate, inoltre, le ultime scoperte archeologiche: dai resti di un teatro d’epoca romana a Bari, luogo di rappresentazioni sceniche, alla scoperta di un papiro ercolanese contenente l’opera di Seneca retore (padre di Seneca filosofo, I secolo d.C.).

L’archeologia, la papirologia, la filologia ed anche la numismatica “agiscono” in continua sinergia. Le campagne di scavi sono il segno di un interesse ancora vivo per ciò che ci ha preceduto. A questo punto, ecco la risposta ai detrattori degli antichi: senza lo studio o, per lo meno, l’interesse per quel mondo, greco-romano, non saremmo in grado di decifrare il moderno. Un buon proposito è, dunque, quello di instillare, negli studi e nella didattica, questa passione: anche il latino e il greco posso essere utili e fruibili per gli studi scientifici. L’opera di Vitruvio, solo per fare un esempio, risulta ancora di vivo interesse per architetti e costruttori. La stessa tecnologia informatica (dai computer ai più moderni smartphone) può far leva su quella razionalità che ha contraddistinto gli antichi. Non affermava forse Eugène Delacroix che “il nuovo è molto antico, si può anzi dire che è sempre ciò che c’è di più antico?”.

Nella foto in alto, l’Acropoli di Atene, simbolo, per antonomasia, del mondo classico