La bellezza omologata nell’era dei socialnetwork

Targate per regione, come al mercato del bestiame, sono migliaia le ragazzine che si sono candidate al ruolo di miss, in un'estate infestata dal pensiero unico

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Abbiamo avuto un’estate calda e ci aspetta un autunno caldo. Non caldo nel senso barricadiero e leggendario di tempi andati, andati da poco, ma andati; ma nel senso non metaforico del clima: un autunno così caldo che sembrerà un prolungamento dell’estate più torrida degli ultimi secoli. Vai a capire chi può davvero controllare. I salotti delle “signore mie” hanno cicalato della materia meteorologica e i giornali hanno naturalmente ricamato sulla faccenda prodighi di leziosità sull’epocale e ricorrente constatazione che “le stagioni non sono più le stesse” e che “la natura si ribella” e sulla condizione dell’uomo che “chi sa dove vuole arrivare?” Eccetera.

Ma siamo al “controesodo”, parola orribile germogliata nella banale testa di certi cronisti i quali, stufi di tintarelle, di Billionaire, di nozze fatue e spenderecce di divi dei social network, e di natanti con a bordo divi e divetti, si avventano sulla televisione.

Il trucco della stampa è arcinoto: la televisione ci fa le scarpe e noi parliamo e straparliamo della televisione che, così, non potrà non notarci e parlerà di noi, inviterà i giornalisti nei salotti buoni e noi aumenteremo la dose a segno che poi la tivvù non parlerà che di noi e noi di lei, avvitandoci in una autoreferenzialità selvaggia che fa sì che l’Italia sia l’unico paese al mondo dove i giornali abbiano intere pagine dedicate non solo ai programmi televisivi, ma a tutto quello che gira intorno in un forsennato e sciocco girotondo di faccette modeste, di gareggianti nei concorsi pseudoartistici detti “talent”, assurti al rango di divinità dello spettacolo e della cultura.

Se si aggiunge che, oggi, alla televisione si associa un mostruoso sistema informatico o, comunque, con questo deve fare i conti, si raggiunge il colmo con il combinato disposto che assistiamo alle resistibili ascese nell’empireo dell’arte di celebri nani e ballerine incuranti del ridicolo.

Per tutta l’estate tutto questo si è unito alla tradizionale epidemia di concorsi di bellezza che hanno bombardato con una terrificante guerra preventiva la Penisola: Veline, Velone, Velacce, Velenose hanno proposto la consueta paccottiglia di nudità caserecce e di esibizioni imbarazzanti e le regioni si preparano alla contesa strapaesana dei soliti concorsi di Miss.

La bellezza omologata nell'era dei socialnetwork

In Puglia – la realtà con cui mi è capitato di misurarmi meglio – si sono avvicendati reparti di commando mediatici a caccia di candidati alle sfilate, alla gare, alle case dei grandi fratelli ormai senescenti e sostituiti dai network, a tutto ciò che fa notorietà, la piccola, squallida, patetica notorietà dei molti tristi attimi fuggenti. Folle di speranzosi si sono messe in fila paziente. Sempre meglio che lavorare, come avrebbe detto Longanesi.

Non senza orgoglio localistico sono state esibite le decine di ragazzine doverosamente targate per regione, come delle giumente. E, come al mercato del bestiame, le stesse ragazzine non si distinguono dalle altrettanto belle coetanee, stante l’assoluto grigiore dell’omologazione che le coinvolge: stesse corporature statuarie, stesse gambe slanciate, stessa fisionomia, stesse faccette ben nutrite, stessi sorrisi pronti al selfie. Ma quella foto, orribilmente dilatata dal telefonino, potrà sul giornale regionale essere la prima della folgorante carriera di nullità mediatica che aspetta la Miss delle Miss. Effimera, brevissima carriera, ma non si sa mai. Vuoi mettere? Tornare a casa ed essere riconosciuta. Resta il fatto che, magari non c’è talento, preparazione, inclinazioni. Ma che importa? La società dello spettacolo vuole proprio questo: un totale vuoto e il niente senza lacune.

In un vecchio e celebre libro di culto del Sessantotto, dove per culto si intende citare senza aver letto, meditato e studiato, atteggiamento in gran voga in quei fatidici anni che furono “il Sessantotto”, si leggeva questa proposizione aforistica: “Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra individui mediato dalle immagini”. La definizione galleggia nel mio ricordo e sbarca nell’attualità della riflessione sul tempo dei socialnetwork, riflessione intimata dalle circostanze e dalle cronache.

Il libro è “La società dello spettacolo” di Guy Debord. Visto che farà ancora caldo, credo che rileggerò quel libro. Lo raccomando alle Miss. Perderebbero la gara, ma farebbero un figurone.

Nelle immagini, il celebre dipinto “Maria” di Botero