“Il bene mio” è un’ode ai custodi del tempo che fu

Ovazione per il film del bitontino Pippo Mezzapesa, evento speciale alle Giornate degli autori della 75esima Mostra del Cinema di Venezia

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Io ad Apice vecchia ci sono stato. Ho visto le insegne sbiadite, le case scorticate, i disegni dei bambini coi colori ingialliti, coi nomi dietro e le margherite più grandi di un portone, le pratiche edili coi progetti di chi non sapeva ancora. Che il 23 novembre 1980 la terra avrebbe tremato, e non ci sarebbe stato più tempo, più modo, di farli, quei progetti lì.

Tra i vicoli invasi dalle erbacce, padrone dei luoghi senza più operosità, liberati dai rumori di chi visse, mi è parso di sentire le voci di chi li percorse, di chi li animò. Perché le anime lasciano tracce, lasciano odori, lasciano segni. Li lasciano, questi tesori, per quelli che restano. Perché se ne facciano carico e li consegnino a chi segue, perché non si disperdano nel fluire insensato. Perché attraverso quelle tracce tutti i dolori, le gioie, i sogni, le aspirazioni, gli amori che in quei luoghi sono sbocciati e fioriti, tutto ciò insomma che ci fa umani e non bestie, o macchine, possano continuare ad essere.
E allora qualcuno deve rimanere ad ascoltarli questi fantasmi. Il cinema, meglio di tutti, lo sa. Il complesso della mummia, lo chiamava Bazin, che il cinema lo conosceva bene e lo amava davvero.

Io posso capirlo Elia, questo Sergio Rubini dal volto segnato dai ricordi, come quello dei vecchi, con quello sguardo di chi cerca, rabdomante di tempo perduto. Abbiamo sentito le stesse voci. Le voci nel tempo, direbbe Piavoli, quelle rimaste disperatamente appiccicate ai vestiti negli armadi polverosi, alle cose, alle pareti, alle piazze, ai giardini, che hanno visto e sentito tutto ciò che abbiamo fatto, che sanno di noi il bene e il male. Ci sono stato, lì. Ci siamo stati tutti, almeno una volta, nelle stanze del tempo.

Provvidenza, questo paese inventato che però esiste davvero, queste quattro case belle in cui Elia si ostina a vivere, è questo e tanto altro ancora. Lo sa Elia e lo sanno Pippo Mezzapesa e Antonella Gaeta, che proprio di questo volevano parlare ne Il bene mio, ritorno al cinema di un regista che ha tanto, tanto da dire, assieme alla sceneggiatrice che lo accompagna da sempre. Entrambi, del resto, scrissero Zinanà, corto che valse loro il David di Donatello. Qualcuno scrisse che quel piccolo, prezioso frammento filmico, in cui un suonatore di piatti sogna di fare la sua parte nella banda di paese senza mai azzeccare l’attacco giusto, era un elogio del non andare a tempo. A me piace pensare che quel suonatore lì, il tempo lo conoscesse bene, meglio degli altri. È che era suo, e di nessun altro. Come le marce funebri di Pinuccio Lovero, le cassanate di Fantantonio, i balli lenti di chi si ama e se ne frega che non ci sia nessuno a guardarli. Nella galleria dei personaggi di Pippo e Antonella c’è posto per tutti quelli che i tempi li dettano loro, per quelle splendide anomalie che sono resistenza all’uniformazione, alla falsificazione, ai simulacri, al plasticume.

Chiaro che non sono soli. Assieme a loro ci son tanti altri figli di un Sud, di una Italia che è patria a volte dimentica delle forze del passato, tanto care a Pasolini. Un esercito di Elia che non vogliono proprio dimenticare, un mondo che non se ne parla di scordarsi di sè. Sarebbero troppi i nomi, per farne, con rispetto, una lista esauriente. Gente che non ha mai smesso di emozionarsi davanti alle bande, ai fuochi d’artificio modesti, senza pretese, che i soldi son pochi. Cinema della frugalità opposta allo sfarzo, cinema contadino che si fa beffe del virtuale, del 2.0, della liquidità. Che a questo si oppone, pur non rinnegandolo. Cinema della dignità, della pietra e della terra, degli oggetti consumati a furia di usarli.

Ed Elia, e quelli che ne cantano l’ode – perchè Il bene mio questo è, un’ode, un canto lirico o una favola, se volete – di questo mondo che rischia di scomparire sono i custodi. Custodi che non se ne vanno, come Tommaso Cestrone, l’angelo di Carditello cui uno dei luogotenenti dell’esercito di questo cinema di resistenza, Pietro Marcello, dedicava quel capolavoro poetico che è Bella e perduta.

Bella e perduta, appunto. Provvidenza come Apice, la cultura, l’amore che fu. Gli altri se ne fottono dei morti, dei fantasmi, delle voci. Delle case, delle regge, delle scuole crollate. Vogliono dimenticare, vogliono andare avanti, dicono. Dove non lo sanno bene neanche loro, barche contro corrente, in balia dei flutti, come nella indescrivibile scena finale di Roma di Cuaron, per chi scrive la vetta indiscussa di questa ricchissima 75esima Mostra del cinema. Forse qualcuno, magari Elia, o Cleo, o un Cristo qualunque, farà ancora in tempo a salvarci.

Nella foto in alto, Sergio Rubini protagonista del “Il bene mio”