Dal calcio “minore” gli insegnamenti per far ripartire il Bari

Mentre il club più blasonato affonda, le storie della United Sly e della Pink Bari dimostrano come organizzazione e professionalità, unite a capacità imprenditoriale, possono fare la differenza

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Giovedì 16 luglio 2018 sarà ricordato dai tifosi baresi, e non solo, come uno dei giorni più tristi dell’ultracentenaria storia del Bari Calcio. Con la mancata ricapitalizzazione della società e la conseguente impossibilità di iscrivere la squadra al campionato di Serie B, è calato mestamente il sipario sul club biancorosso.

Dopo la gestione dei Matarrese, che per oltre 30 anni hanno scritto, tra alti e bassi, la storia calcistica cittadina, Gianluca Paparesta, prima, e Cosmo Giancaspro, dopo, non sono riusciti a dar vita non solo a un progetto sportivo vincente, capace di riportare il Bari nella massima serie nazionale, ma anche a una struttura societaria solida e in grado di garantire continuità nel lungo periodo.

L’epilogo, con queste premesse, è stato inevitabile così come vani sono stati i tentativi dell’ultim’ora di salvare il club, da parte degli imprenditori Andrea Radrizzani e Ferdinando Napoli, che hanno desistito dopo aver constatato che l’esposizione debitoria della società era ben più pesante di quanto ci si aspettasse.

Ora, mentre i libri contabili sono stati portati in tribunale, il ritiro interrotto e i calciatori svincolati e liberi di accasarsi altrove, il titolo sportivo nei prossimi giorni passerà nelle mani del sindaco Antonio Decaro, che è ben consapevole dell’enorme responsabilità che grava sulle sue spalle.

“Il Bari – scrive in un post su facebook – non è solo una squadra di calcio. È un elemento di coesione della nostra comunità, è un’importante leva economica, è un’occasione straordinaria di svago per decine di migliaia di baresi, sparsi in tutto il mondo. È insomma un patrimonio inestimabile. Ho il dovere di prendermi questa grande responsabilità e lo farò con tutto il mio impegno, garantendo fin d’ora che il futuro della squadra sarà costruito su tre pilastri fondamentali: la trasparenza, l’affidabilità e il rispetto per la storia ultracentenaria dei nostri colori”.

Per ripartire, a prescindere da quella che sarà la categoria nella quale i galletti giocheranno (l’ostica Serie D al momento è quella più probabile), la nuova società avrà bisogno di una governance seria che possa fare affidamento su persone competenti, con la voglia non solo di investire ma anche di creare valore aggiunto, mettendo da parte interessi personali che non hanno niente a che fare con lo sport e che spesso, soprattutto negli ultimi tempi, hanno preso il sopravvento.

Questa inversione di tendenza è l’unica strada per garantire al Bari, e a Bari, di poter tornare nel calcio che conta e per regalare ai tifosi i palcoscenici che meritano.

Il fallimento del club biancorosso, tuttavia, apre a profonde riflessioni sull’intero sistema calcistico nazionale che se da un lato può esultare per l’arrivo nel campionato italiano di Cristiano Ronaldo, probabilmente il più forte calciatore in attività, dall’altro deve fare i conti con una serie di problemi strutturali legati alla difficoltà da parte degli imprenditori di investire nel mondo del pallone.

In Italia, infatti, ogni anno spariscono da nord a sud decine di club. La stessa sorte del Bari è già capitata anche ad altre importanti squadre, dalla Fiorentina al Napoli fino ad arrivare al Parma. Se in questi ultimi tre casi, tuttavia, il miracolo sportivo (ed economico) ha avuto un lieto fine, in altri invece l’epilogo è stato drammatico. Solo per restare in Puglia, si pensi, ad esempio, al Taranto che ormai da anni galleggia nelle categorie dilettantistiche.

Siamo, ormai da un paio di decenni con l’avvento dei diritti televesivi, di fronte a una vera e propria rivoluzione. È finita l’era dei presidenti mecenati, che ha caratterizzato soprattutto gli anni Ottanta, quando la squadra di calcio era spesso principalmente una questione di cuore. Oggi il calcio si è evoluto, ha cambiato pelle e continuerà a farlo a una velocità impressionante. Così, sarà difficile restare al passo senza un’adeguata gestione e programmazione.

Ma se i casi negativi si moltiplicano, è a maggior ragione opportuno sottolineare ed evidenziare quelle situazioni virtuose su cui i riflettori non sono sufficientemente accesi. Proprio nella Bari che piange per il fallimento della prima squadra, da un paio d’anni è attiva una nuova realtà che sta facendo parlare di sé per i risultati raggiunti dentro e fuori dal campo: la United Sly F.C.

La squadra del presidente Danilo Quarto, che gioca le gare casalinghe nell’impianto di San Pio, valorizzando quindi anche la periferia cittadina, partendo da zero, in ben due stagioni ha conquistato altrettante promozioni, apprestandosi a disputare il prossimo campionato di Prima categoria.

Ma cosa rende speciale l’United Sly? Il successo di questa squadra risiede in un vero e proprio progetto di crescita che ha come obiettivo emulare quello che per esempio è avvenuto in passato a Verona, con il Chievo che partendo dalle categorie dilettantistiche è riuscito ad approdare con successo al calcio professionistico. Un programma a trecentosessanta gradi che parte dalle fondamenta: con l’acquisizione del centro sportivo Flaminio, l’intento del presidente Quarto è quello di creare un settore giovanile che ha come obiettivo formare le nuove leve e far crescere campioni in erba.

A questo si aggiungono anche significative esperienze nel sociale, con iniziative a favore dei più deboli come ad esempio la raccolta fondi in favore della onlus Apleti, che assiste pazienti affetti da leucemia.

Importanti sono anche le collaborazioni e la capacità di fare rete. La United Sly ha supportato, mettendo a disposizione per le trasferte il proprio pullman personalizzato, le ragazze della primavera della Pink Bari che in questa stagione si sono aggiudicate il campionato a spese nientemeno che della Juventus.

Un’altra bella storia di calcio dilettantistico, di quello lontano dai riflettori ma anche dai troppi interessi economici. Le giovani calciatrici, nella finale scudetto disputata a giugno a Firenze, hanno compiuto una straordinaria impresa, riuscendo a ribaltare il risultato e a strappare alla loro più quotate avversarie il tricolore, a dimostrazione che come, a volte accade, Davide può battere Golia.

Le storie della United Sly e della Pink Bari dimostrano come organizzazione, idee e professionalità unite a un’intelligente capacità imprenditoriale possono fare la differenza, una differenza lampante anche dal punto di vista della comunicazione e della trasparenza.

È proprio da queste parole chiavi che il Bari, con umiltà, dovrebbe ripartire.

Nella foto in alto, la festa della United Sly per il passaggio in Prima Categoria