La natìa Bitonto nel “Paesaggio Italico” di Francesco Speranza

Il dipinto del grande artista, forse il suo primo paesaggio, ci mostra una veduta del suo paese da Lama Balice come una fotografia chiara e nitida

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“Paesaggio Italico” è il titolo di un dipinto di Francesco Speranza del 1932, che fa parte della collezione della Pinacoteca provinciale di Bari. Un quadro dalla speciale rilevanza, perché inaugura quella che potremmo definire una nuova stagione dell’artista. Si tratta, infatti, quasi certamente, del suo primo paesaggio.

L‘opera segue una prima fase di produzione artistica interamente dedicata ai ritratti, in cui il pittore riprende persone e figure a lui care, appartenenti soprattutto alla sua famiglia.

Francesco Speranza
Un celebre autoritratto di Speranza

Diversamente però da quell’aura metafisica che si respirerà solo più tardi nella pittura di Speranza, dove sarà sempre più palpabile una maggiore astrazione dei luoghi rappresentati, quest’opera, pur lasciandone intravedere un preludio – rintracciabile nell’utilizzo dell’intensa luce del Sud – conserva ancora una corposa fisicità per lo stretto legame con la realtà.

Dalla scheda descrittiva del dipinto, visibile sul sito della Pinacoteca Provinciale, si apprende che quest’opera riceve un premio nel 1934, nello stesso anno viene acquistata dalla Provincia e partecipa poi a due esposizioni, una in quello stesso anno, con il semplice titolo “Paesaggio“, e l’altra nel 1935 con il titolo “Paese di Puglia“. E’ quest’ultima titolazione a far scaturire l’ipotesi che sia Santo Spirito la località rappresentata.

Il titolo con cui oggi conosciamo il dipinto non ci aiuta certo a individuare il luogo illustrato, ma l’aggettivazione “italico”, letteralmente “dell’Italia antica”, ci offre una chiave di lettura che ci porta a immaginare il paesaggio descritto come appartenente proprio ad una parte di città antica. Idea, questa, che ritroviamo nel quadro, anche ben concettualizzata, esplicitata persino nella rappresentazione, mediante la stratificazione delle case.

Un indizio fondamentale per l’individuazione della località, invece, ci viene fornito dall’altro titolo, “Paese di Puglia“, che se pur nella sua genericità sembra non suggerire nulla, al contrario, se fosse inteso come paese natio del pittore sarebbe sufficiente a farci intuire il luogo descritto.

Difatti così è, fugando ogni dubbio a riguardo. Non poteva che essere Bitonto la città rappresentata da Speranza, nel suo primo paesaggio, a dimostrazione del forte legame dell’artista con la sua terra. Quest’opera, che il nostro pittore ci lascia in eredità, è più che un dipinto; è una vera e propria fotografia, chiara e nitida, di un luogo specifico della sua città natale, ripreso con una perfetta inquadratura.

Sì, “Paesaggio Italico” descrive concretamente una parte della città vecchia di Bitonto, mirabilmente illustrata da Speranza, secondo un preciso punto di vista, localizzabile sul versante opposto della Lama Balice, rispetto a quello su cui si è insediata la città antica.

Si tratta di un punto dislocato all’incirca sul tratto di strada, oggi denominato I Traversa Raffaele Abbaticchio, posto sul retro di una nota sala ricevimenti, nei pressi del luogo in cui in quegli anni sorgeva la Torre del Musico.

Mi piace pensare, a tal proposito, che Speranza, come un bravo fotografo abbia ricercato il suo punto di vista ideale, che abbia scelto in maniera attenta e oculata la posizione da cui riprendere la scena del dipinto, muovendosi in un contesto decisamente diverso da quello odierno. Quello degli anni Trenta, in un ambiente dove allora sorgevano ciminiere e opifici.

L’impianto compositivo dell’opera è costruito mediante una scansione verticale di quattro parti: il cielo, in alto, sostanziato da una base bianca e giallognola, che si intensifica di celeste, solo sul lembo superiore; una parte di città vecchia, sotto, ottenuta con una trama di colori, resa con l’utilizzo del bianco, dell’ocra e del celeste, che si anima poi con altri colori, per via delle bucature delle case; una quinta di casupole messa in ombra, ancora più giù, interrotta dalla presenza di un varco e separata dall’altra parte di città, verosimilmente dal passaggio di una strada, che poi è via Castelfidardo; infine, un ordito di orticelli, in basso, trattato con vari toni di verde, su un campo terroso di color marrone chiaro.

Questa composizione di elementi sovrapposti è segnata, a metà dell’altezza del dipinto, dalla linea dei tetti delle casupole che si affacciano sulla strada. La linea, alle estremità, è idealmente equilibrata, su ambo i lati, dalla presenza di facciate alte, che creano una cesura centrale in cui s’innesta un frammento dove sono raffigurati gli edifici più aulici di quella parte di città.

In questo inserto, sul profilo del cielo, sono riconoscibili: il campanile della Cattedrale, quando riportava ancora in sommità la copertura piramidale, e quello della chiesa di San Domenico, con la sua terminazione a bulbo; palazzo Labini, con il suo stretto e alto fronte, rivolto verso Lama Balice, le aperture non perfettamente centrate, la lunga facciata prospiciente la strada, che dà l’accesso alla città, sintetizzata col colore ocra e il suo lungo tetto di rosso; e ancora, in continuità con quest’ultimo, una porzione del volume piramidale, a base ottagonale, che copre la prima delle cupole della chiesa di San Domenico.

Il frammento si arricchisce poi ai lati con un sovrapporsi di tetti di una serie di casette dipinte di bianco, di ocra e di celeste, che si addensano e si dipartono dall’assolato fronte urbano di via Castelfidardo, accarezzato da una luce radente, che arriva, sul calare della giornata, da ovest.

La cortina edilizia più dimessa, separata dalla strada e mostrata attraverso il retro, presenta le facciate intonacate di bianco e di ocra, ma che per effetto dell’ombra, sembrano trasfigurarsi in color verde e in un tono ancor più terroso.

Risaltano, in questa quinta oscurata, alcune macchie di colore che segnano le parti trattate a calce viva, anch’esse cangianti in celeste sul verde e in bianco sporco sul tono terroso.

La presenza di alcuni elementi restituisce al dipinto quella dimensione campestre, tipica delle aree periferiche di una città: le vigne, che si arrampicano sulle facciate a creare riparo ad alcune porte, i covoni di fieno ammassati agli angoli delle casupole e gli orticelli, orditi di traverso rispetto alla Lama Balice, di cui oggi rimane solo il vuoto di un terreno incolto.

Questa cornice un po’ più agreste del dipinto, infine, è ravvivata dalla presenza di alcune figure: una donna, che sale verso la città per il varco tra le casupole; un contadino intento a coltivare il suo l’orticello e una bestia, forse un mulo, al riparo sotto la vigna.