“Moro Vive” ed è il “sale” della nostra democrazia

Il 10 luglio scadono i termini per la partecipazione degli istituti scolastici al progetto della Regione Puglia. Ad illustrarne le finalità, l'on. Gero Grassi, nel corso di un incontro a Bitonto

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Scadrà martedì 10 luglio il termine per l’invio delle istanze di partecipazione, da parte degli istituti scolastici, al progetto “Moro vive”.

Le domande, da inoltrare a [email protected], saranno vagliate dalla Sezione Biblioteca e Comunicazione istituzionale del Consiglio regionale della Puglia, che provvederà alla loro ammissione e alla definizione del calendario degli incontri presso le scuole.

Il progetto triennale “Moro Vive”, promosso dalla Regione Puglia d’intesa con l’Ufficio scolastico regionale, è rivolto agli studenti delle scuole secondarie di secondo grado del territorio pugliese, con l’obiettivo di mantenere viva la memoria e diffondere il pensiero dello statista pugliese: costituente dal 1946 al 1948, deputato dal 1948 al 1978, ministro della Giustizia, della Pubblica Istruzione e presidente del consiglio, vittima del terrorismo.

A tenere gli incontri presso le scuole, sarà l’on. Gero Grassi, “l’ultimo moroteo in vita”, come ama definirsi, già membro della commissione parlamentare d’inchiesta sull’omicidio dello statista, istituita nel 2014 con l’intenzione di squarciare il velo del silenzio e scoprire la verità sul politico “di diritto e di governo”, e proponente della commissione Moro 2.

“Moro Vive” ed è il "sale" della nostra democrazia
Gero Grassi

Per illustrare motivazioni e finalità del progetto, Grassi ha tenuto una serie di incontri, in giro per la Puglia. Tra questi, uno anche a Bitonto, per iniziativa dell’associazione “Mi faccio di cultura”, dove è intervenuto insieme a Mario Loizzo, presidente del consiglio regionale, col quale Grassi ha condiviso l’ideazione dell’iniziativa regionale.

“Moro Vive” è rivolto a far luce sulla grande figura del “martire laico” degli anni del terrore, sottolineando l’attualità e il valore delle sue idee, ancora utili a ricostruire le coordinate del Paese in un momento tanto delicato della sua storia.

L’incontro ha offerto anche l’occasione per ribadire le tesi sostenute da Grassi sul sequestro e l’omicidio di Moro, in contrasto con letture più convenzionali ma, in realtà, meno convincenti della vicenda, che ha segnato profondamente la recente storia del Paese.

Dopo aver analizzato attentamente la documentazione dei giorni di prigionia e dell’assassinio di Moro, Grassi ha smentito molte “verità” raccontate nel memoriale dei brigatisti Morucci e Faranda nel 1986: Moro fu ucciso alle ore 4,35 con 12 colpi di cui 10 silenziati, dopo almeno 30 minuti di agonia.

I brigatisti dichiararono di aver ucciso Moro in un garage di via Montalcini ma è possibile che nessuno si sia accorto di nulla? Per non dire della mancanza di impronte digitali dei brigatisti nella Renault su cui fu trasportato il suo corpo esanime.

Le scoperte dell’on. Grassi hanno contribuito a mettere in discussione un caso che sin dall’inizio si è rivelato fitto di intrighi. Moro, in realtà, nei 55 giorni precedenti l’omicidio, fu abbandonato dallo stato, chiuso nella logica intransigente dell’impossibilità di trattare con i “nemici delle istituzioni”.

Un rifiuto di ogni possibile trattiva che costò la vita ad un uomo il cui obiettivo era la ricerca di un compromesso possibile tra schieramenti politici diversi ma determinanti per le sorti del paese, in nome del bene del paese stesso.

In realtà, il dialogo e la volontà di cambiamento di Moro furono ritenuti “scomodi” non solo in Italia ma anche in un contesto internazionale particolarmente delicato. Tant’è che non è stato ancora chiarito il ruolo dei servizi segreti americani nella fine dello statista: che l’ingresso dei comunisti nel governo, in pieno clima di guerra fredda, fosse fermamente osteggiato non è certo un mistero.

L’iniziativa di Gero Grassi, pur riguardando una pagina particolarmente densa della nostra storia recente, ha un “missione” nel futuro: promuovere un ampio e articolato dibattito che possa giungere alla verità sul caso Moro, perchè “una democrazia non può essere definita tale se è permeata da zone d’ombra”.