Le sirene sfilano libere a Coney Island

Migliaia di uomini e donne vestiti da figure marine sono i protagonisti della Mermaid Parade, il serpentone mascherato più pazzo e colorato di New York

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Nelle notti d’estate mi sedevo sul muretto davanti a casa, con mia zia Ninetta, a guardare la luna specchiarsi nel mare di Santo Spirito.

Quando era piena, creava un corridoio luminoso. Io sognavo di nuotare in quel corridoio e di essere una sirena: avevo ascoltato, rapita, le gesta delle sirene di Ulisse raccontate da mio padre. Volevo avere coda e squame, capelli lunghi, color sole, ed essere libera.

Libertà di esprimersi, libertà di essere se stessi come si vuole o di essere altro da sé senza temere di essere giudicati.

La trentacinquesima “Mermaid Parade” ha avuto luogo pochi giorni fa a New York.

Una celebrazione americana del solstizio d’estate. Una parata senza fini religiosi, etnici o commerciali. Migliaia di persone di ogni età che indossano costumi che rimandano alle sirene o a figure marine: squame madreperlate, code dorate, conchiglie, parrucche, body painting e nessun limite alla fantasia.

 

Coney Island si anima e rivive i fasti dei primi del ‘900 quando la costruzione del primo grande luna park ne aveva fatto la meta di vacanze e divertimento per i newyorkesi.

Poi la “grande depressione” e un incendio, nel 1932, l’avevano devastata, portandola al degrado di cui ancora oggi soffre.

Street artists come l’austriaco Nychos, gli inglesi London Police e molti altri hanno creato, su commissione e in tempo per la parata, una serie di murales che colorano e interpretano uno dei luoghi più significativi di New York.

Coney è stato il luogo delle prime sperimentazioni urbanistiche che hanno poi disegnato Manhattan, vivace scenario di film diventati cult e protagonista in molte canzoni di successo, da Lou Reed a Lana del Rey.

L’inverno è luogo di passeggiate per famiglie di ebrei ortodossi e pensionati in cerca di iodio e sole. L’atmosfera del mare d’inverno, per quanto malinconica, attutisce il senso di abbandono. Il nuovo luna park è chiuso ma si può mangiare un panino all’aragosta sulla panchina fronte mare.

Chi fa grandi affari tutto l’anno è il famosissimo Nathan’s, storico rivenditore di hot dog e scenario della bizzarra gara, che si svolge in occasione della festa nazionale del 4 luglio, tra chi riesce a mangiare il maggior numero di hot dog in dieci minuti. La competizione quest’anno celebra il suo primo centenario.

Io preferisco le sirene e più che avventarmi su un hot dog avrei caldeggiato per la parata una gigantesca vendita di frutti di mare, serviti da una sirena di nome Lighea, come la seducente protagonista del bellissimo racconto “La Sirena” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che arrivava dal mare “con le mani piene di ostriche e cozze”.

Una giornata per mascherarsi, divertirsi, trovare la propria espressione artistica, offrendosi al pubblico, è uno degli scopi dichiarati della parata. Molto probabile che alcuni dei partecipanti siano intrappolati in sobri e grigi abiti da lavoro per tutta la settimana, trangugiando competitività e caffè sulla via dell’ufficio. Una costante ed estenuante corsa verso il successo.

Perché per un giorno non indossare una coda, una parrucca e nuotare per finta nel corridoio della luce del sole e fingere per qualche ora di essere un’invincibile, affascinante, misteriosa creatura marina?