E, alla fine, Mattarella pronunciò il suo “preferirei di no”

Il veto del Colle su Paolo Savona per difendere il Paese dal rischio di una deriva populista e antieuropea

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Domenica 27 maggio 2018 è una giornata destinata ad entrare nella storia ultrasettantennale della repubblica.

Come Bartleby, lo scrivano di Herman Melville, anche Sergio Mattarella ha osato, alla fine della sua personale via crucis, profferire il suo “preferirei di no”. L’ha fatto con stile ovattato e attento al decoro della funzione, dopo aver accettato di tutto: contratti senza premier, presidente e ministri senza esperienza e senza curriculum, rinvii tesi ad ottenere l’investitura del popolo dei gazebo e della piattaforma Rousseau e non quella dei parlamentari.

L’ha fatto esercitando il suo diritto di veto proprio nei confronti di Paolo Savona, la personalità più autorevole tra quelle proposte dal presidente del consiglio designato; esacerbato da giorni di pressioni rivolte, magari anche involontariamente, a buttare nella spazzatura quel poco che resta dell’autorevolezza delle istituzioni.

Vedere il presidente, solo davanti alle telecamere, assumersi ogni responsabilità del suo gesto mentre, in contemporanea, Di Maio minacciava l’impeachment o una nuova Bastiglia e lo scaltro Salvini era già in campagna elettorale, faceva un effetto strano: nemmeno Scalfaro era stato costretto a tanto da Berlusconi.

Il tycoon milanese aveva preferito abbozzare ed accettare che Previti fosse trasferito dal ministero della giustizia a quello della difesa. Persino Renzi aveva depennato dal dicastero della giustizia il magistrato Gratteri su sollecitazione del presidente Napolitano.

Lo stesso Berlusconi, su invito di Ciampi, aveva scambiato tra loro le poltrone, alla giustizia e al lavoro, di Maroni e Castelli.

La differenza è che mentre Berlusconi e Renzi puntavano a Palazzo Chigi per imporre leadership e squadra di governo, Di Maio e Salvini si sono avvicinati prima all’accordo e poi al governo con la celata speranza di mettersi in difficoltà l’un l’altro e correre alle prossime elezioni con l’obiettivo di fare mambassa di voti e governare in prima persona.

Altrimenti perché non accettare un leghista come Giorgetti, braccio destro di Salvini, al ministero dell’economia per attuare politiche analoghe a quelle prefigurate dall’attività pubblicistica di Savona?

Da quello che emerge dopo il drammatico redde rationem di domenica, anche alla luce degli ultimi sondaggi, sembra che, da questa prova di forza, sia uscito vincitore Salvini, destinato, se le elezioni politiche si tenessero ad ottobre, a moltiplicare la sua base elettorale.

In realtà, di qui alle urne nessuno può dirsi sicuro dell’esito, vista anche l’ormai estrema volatilità dell’elettorato. In fondo, potrebbe benissimo formarsi un neonato partito del presidente che si richiami, senza troppi timori, ai valori della Costituzione e, magari, proprio il governo Cottarelli, pur nella sua breve parabola politica, potrebbe essere il viatico per questa nuova formazione politica.