La signora “d’abbasso” e le zie “di sopra”: il welfare dei vicini di casa

"Il vicinato è una forma di sopravvivenza sempre più latente. Prima che scompaia o che, perlomeno, prosegua nella sua trasformazione sociale andrebbe incoraggiato".

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Mentre penso a scrivere per Primo piano, sono solo in casa, e, credo, visto il caldo che ha fatto irruzione improvvisa e la fine della settimana falcidiano le presenze in città, sono solo anche nel palazzo dove abito, un condominio di sedici appartamenti, e rifletto sul concetto di vicinato.

A farmi pensare a questa civilissima procedura sociale in via di sparizione è il fatto che, a parte l’abituale solitudine domestica cui sono abituato, visto che vivo da solo, nessun altro, eccezion fatta per la veneranda professoressa in pensione e per la portiera, dei casigliani, come direbbe Totò, è, oggi, presente.

Mi allarma il silenzio in cui sonnecchia il caseggiato? Mi preoccupa non avere a portata di voce o di campanello, alcuno cui rivolgermi alla necessità o con cui impegnarmi, al bisogno suo?

No, ci sono abituato. Vivo da venticinque anni nel palazzo e non ho stabilito che con pochi condòmini relazioni somiglianti, non dico ad un’amicizia, ma almeno ad una piacevolezza di frequentazione. Anzi, il termine appropriato è “buon vicinato”. Verga fa dire ai suoi vecchi: “meglio un buon vicinato che un cattivo parentato”.

Il rapporto di vicinato è antico quanto l’uomo. Una sorta di welfare informale, uno scambio continuo, una forma di collaborazione che travalicava i legami affettivi, superato dai rapporti via Internet e dalla chiusura verso l’interno dell’individuo. Insomma, il vicinato è una forma di sopravvivenza sempre più latente. Prima che scompaia o che, perlomeno, prosegua nella sua trasformazione sociale andrebbe incoraggiato. Incoraggerei le giunte comunali a lavorare in questa direzione. Meglio di niente, se si riesce a salvare un residuo di umanità anche nella città verticale, in questa metropoli impalata dove i vicini ci stanno sopra o sotto oltre che “dirimpetto” come si dice da noi.

Da piccolo, a Bitonto, in una casa antica dove abitavamo in tre piani decorosissimi, anche se un po’ scalcagnati perché vetusti, s’aveva una coinquilina, affittuaria di mio nonno, che si chiamava Maria e abitava nei “sottani” a piano terra.

Costei era la “mater familias” di una nutrita e pigolante schiera di figlioli. Il marito faceva il pastore e tornava di rado dall’ovile rustico delle “Murge” a quello cittadino, per cui Maria era la capofamiglia indiscussa. La mia compagine di zie trovava sempre in questa donna sorridente e faccendiera un appoggio, un consiglio, un aiuto, la cenere per il bucato, una tazza di sale, una “carta di pepe.” Era la vicina per eccellenza, la cara presenza fidata, Maria. Per tutti gli anni dell’infanzia fui convinto che il suo cognome fosse “d’abbasso”.

E già, perché la buona vicina era designata con l’indicazione topografica e non con il suo cognome anagrafico. Forse anche lei ricambiava l’uso e chiamava le mie zie “Le signorine di sopra”. Non l’ho mai saputo. Di fatto nelle perticone di cemento in cui abitiamo oggi i “d’abbasso” non esistono più, le “signorine di sopra” sono sciamate in grandi città, in palazzi con l’ascensore e il vicinato riesce a malapena a coagularsi nelle riunioni di condominio che, per indole funzionale hanno il compito di regolare la vita pratica della comunità degli abitatori e il vicino diventa condomino.

E i condomini non si amano, a malapena si rispettano. Troppe questioni li dividono, troppi panni stesi che gocciolano li rendono ostili, troppi cani tediano le sieste, troppe auto sono parcheggiate sulla “Striscia mia”, troppo si paga per l’ascensore pur abitando al secondo piano rispetto “a quei signori del settimo che vanno sempre su e giù”, troppo rumore fa la signorina che abita sopra di noi coi tacchi a spillo quando rientra a tarda ore e sveglia “tutto il palazzo” col ticchettio e, soprattutto, sveglia “noi che dobbiamo andare a lavorare la mattina dopo”.

In quest’ultima frase serpeggia un po’ d’invidia mista a malizia. Quei tacchi a spillo, quella signorina che fa le ore piccole…”. Non mi faccia parlare, signora mia”. Vorrei avere un vicino anch’io, penso.

E per vicino intendo una mescolanza di amicizia, solidarietà, complicità, vissuto comune, un vicino che sia un po’ “signora dirimpetto” e un po’ esperto in idraulica per hobby, che sappia cucinare e abbia sempre un po’ di basilico in più, un vicino o vicina che sappia fare le punture e che ami cantare in coro, se decidiamo di fare una festa.

Anche se è stonato faremo tutti, io e gli altri vicini, finta di non accorgercene. E invece ho solo condomini. Che si lamentano di tutto e, anche se metto su un disco della Callas, sono capaci di dire che è stonata.